The White Tiger

The White Tiger **1/2

As far back as I remember, I always wanted to be… a driver.”

L’ottavo film del regista americano, di origini persiane, Ramin Barhani comincia con i toni leggeri di una commedia-confessione, che ruba a Quei bravi ragazzi la battuta iniziale e sembra voler seguire la scia dell’ormai lontano The millionaire, nel raccontare una storia di successo, ambientata nell’India delle caste, ancora divisa tra città e campagne e tra servi e padroni.

Tuttavia nella seconda parte, il tono cambia radicalmente e ci ritroviamo immersi, in un racconto dickensiano dai toni molto più oscuri, in cui l’amoralità e il delitto segnano l’avventura del protagonista Balram.

Il film è tratto dal romanzo omonimo scritto da Aravind Adiga nel 2008 e premiato con il Man Booker Prize. Adiga e Barhani sono stati amici e compagni di università alla Columbia e il romanzo è dedicato proprio al regista di 99 Homes, che l’ha trasformato nel primo tempo di una tragedia, quello in cui il nostro antieroe, nato poverissimo in un piccolo villaggio, posto sotto il giogo di un signore locale, legato al partito della Grande Socialista, riesce a diventarne prima l’autista, quindi a immaginare per sè un futuro imprenditoriale ancora più grande.

Il film, che molto deve al cinema di Martin Scorsese, si apre con un flash forward in auto, con Balram che, per una volta ha lasciato la guida ai suoi signori, Ashok e Pinky Madam, che attraversano le strade deserte di Delhi, spensierati e a tutta velocità, quando un bambino irrompe all’improvviso sulla carreggiata.

La scena si interrompe bruscamente e il film si muove poi avanti e indietro nel tempo: Balram oggi è un imprenditore di successo, che approfitta dell’imminente arrivo nella capitale indiana del Presidente cinese, in visita ad entrepreneur locali, per raccontare a lui – e a noi spettatori – la sua storia di successo.

Balram si considera una tigre bianca, l’eccezione della sua famiglia, un evento che capita una sola volta in una generazione, un predestinato.

Da bambino legge e studia l’inglese, da ragazzo rifiuta il matrimonio combinato dall’anziana nonna, fugge dal villaggio in cui è nato, per farsi assumere dalla famiglia di Ashok come secondo autista.

Il padre di Ashok e il fratello più grande si sono arricchiti nell’industria del carbone, ma raccolgono ancora tributi e mazzette nel villaggio di Balram.

Ashok invece ha vissuto e studiato in America, ha una moglie, Pinky Madam, che è cresciuta a Brooklyn ed è lontana da quel mondo feudale in cui l’India è ancora immersa.

Per Balram non potrebbe esserci padrone migliore. E quando gli affari della famiglia, spingono Ashok a Delhi, Balram si trasferisce con lui.

Le cose sembrano mettersi bene per il giovane driver, ma l’incidente d’auto, la notte del compleanno di Pinky Madam, sarà solo l’inizio di un brusco risveglio.

Do we loathe our masters behind a façade of love or do we love them behind a façade of loathing?” si chiede il protagonista in uno dei tanti momenti in cui la sua voce si sovrappone alle immagini.

Il rapporto di ambiguità e dipendenza, che nasce nel rapporto servile con il proprio padrone, scatena istinti sopiti.

In un paese retto una volta da un sistema molto articolato di caste, ormai l’unica vera differenza la fa il denaro. Ma chi è servo non sembra aver mai la volontà di ribellarsi alla propria condizione. Il sistema è accettato e consolidato e si gioca spesso sul filo dell’inganno, della piccola truffa.

Come per i galli che stanno per essere macellati: “They can see and smell the blood; they know they are next, and yet they don’t rebel.”

Ma non tutti nascono galli, ogni tanto nasce una tigre bianca e Balram è una di queste.

Le tigri sono animali pericolosi e Balram, umiliato, maltrattato e costretto a fare da capro espiatorio, decide che le piccole truffe sulla benzina e le riparazioni per arrotondare non gli bastano più e che il suo destino sarà un altro.

Come spiega nella sua email al premier cinese: “The Indian entrepreneur has to be straight and crooked, mocking and believing, sly and sincere, all at the same time.

Perchè per uscire dalla povertà, “Don’t think there’s a million-rupee game show you can win to get out of it.”

E’ chiaro che le favole consolatorie alla The millionaire non funzionano più. E Balram si trasforma in un piccolo Scarface con i baffi all’insù, i capelli raccolti a coda e le camicie sgargianti.

Il crimine è l’unico ascensore sociale che un povero possa usare e il nostro protagonista non ha più remore o scrupoli.

Bahrani non ci risparmia nulla della crudeltà feroce di Balram e contrariamente a quanto accade nei romanzi criminali, qui il racconto si ferma all’ascesa del nostro protagonista. La caduta, che Balram irride nel finale, come la classica scelta moralista del cinema indiano, non arriverà mai.

Il delitto rimane senza castigo, ma Dostoevskij è lontano e nessun angoscia, nessun senso di colpa sembra accompagnare il nostro antieroe, che invece prospera e si gode la sua fortuna, sia pure rifiutando il sistema padronale in cui è cresciuto e prendendosi le sue responsabilità con coloro che lavorano per lui, come un vero imprenditore dovrebbe fare.

Come scrive alla fine della sua lettera immaginaria al Hu Jintao: “I think we can agree that America is so yesterday. India and China are so tomorrow.  The future lies with the yellow man and the brown man.”

Prodotto dalla diva del cinema di Bollywood, Priyanka Chopra, che si ritaglia il ruolo di Pinky Madam, e da Ava Du Vernay per Netflix, il film di Bahrani è piuttosto severo con il paese che descrive, governato da leader corrotti e ipocriti, immerso in un sistema in cui la schiavitù ha ancora un ruolo istituzionale codificato, in cui la giustizia si compra come ogni altra cosa e in cui convivono povertà inaccettabili, in assenza dei servizi pubblici più essenziali.

Viene tuttavia il dubbio che Bahrani con Netflix abbia girato un film rivolto piuttosto al pubblico occidentale o quantomeno a quello trasversale dei 190 paesi in cui viene diffuso lo streaming.

E’ interessante come il film rifiuti qualunque idea di famiglia. Balram si oppone al matrimonio combinato dalla nonna, dichiara il proprio legame a Ashok e Pink Madam, ma poi non esita a tradirli nel mondo più crudele. Alla fine si prenderà cura di un nipote, forse un’altra tigre bianca fuggita dal villaggio natio, ma persino quando si gode il successo è un uomo solo.

Paradossalmente la sua famiglia sono i suoi autisti, i suoi dipendenti.

Curiosamente Bahrani ha scelto il veneziano Paolo Carnera (Romanzo Criminale, Gomorra, Il grande cocomero, Ferie d’agosto, Suburra, Favolacce, Benvenuti al Sud), per illuminare il suo film, che si muove spesso in interni e di notte, in quell’oscurità che Balram rivendica come origine della sua storia.

Su Netflix dal 22 gennaio.

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