Venezia 2019. Babyteeth

Babyteeth **1/2

C’era una volta una principessa coi giorni contati che incontrò alla stazione del treno un principe azzurro strafatto. Fra i due nacque una storia d’amore senza lieto fine, disperata e problematica su più livelli.

Milla (Eliza Scanlen) ha 16 anni, suona il violino e sta per iniziare il primo ciclo di chemioterapia quando incontra Moses (Toby Wallace), affascinante vagabondo a caccia di morfina. La connessione è immediata e le circostanze accelerano l’azione delle turbe emotive. Fra tira e molla, rimostranze dei genitori di lei e periodi di convivenza, le loro linee si intrecciano fino a diventare impossibili da districare.

L’esordio di Shannon Murphy si appoggia alla comfort zone dei tropi ricorrenti della cinematografia contemporanea indipendente à la Sundance – ragazzina più matura della sua età, famiglia di larghe vedute, lucine magiche, personaggi bizzarri che in apparenza hanno nulla in comune. Fortunatamente però, non si ferma lì. Evitando di scadere in The Fault in Our Stars 2.0, Murphy lascia sullo sfondo la malattia per concentrarsi sull’energia ingenua, sgraziata e ipnotica della protagonista. Entriamo a passo di danza nel suo mondo di entusiasmi infantili e travolgenti, in cui basta una parrucca per diventare un’altra persona, la musica unisce usando fili sottili ma resistenti e la tragedia non esiste, i malumori sono passeggeri come acquazzoni, l’abbandono è completo.

C’è un tentativo di intrusione della realtà cruda in un mare di zucchero filato che ricorda Lady Bird di Greta Gerwig, con la differenza che se lì il negativo rappresentava una parte necessaria nel percorso di crescita, qui l’obiettivo è più che altro fornire un’istantanea che possa immortalare in modo esaustivo un’essenza fragile e dolorosamente passeggera. Parlare di evoluzione e progresso non ha senso se il soggetto in questione ha una prospettiva di vita ridotta.

Tanto vale raccontare le cose come stanno, senza fronzoli: il fantomatico prom, il ballo di fine anno immancabile in ogni teen comedy che si rispetti, viene nominato ma non arriva mai. La romantica nottata fuori porta è presente all’appello ma si scosta dal modello tradizionale – niente sguardi innamorati e incontri mistici, piuttosto vodka, vomito e un sonnellino su un tetto che porta in regalo una polmonite.

In questo camminare in equilibrio fra leggerezza disarmante e schiaffi in faccia rimane spazio per una colonna sonora azzeccatissima e inserti strappalacrime.

Ottime anche le prove degli attori, su tutti Ben Mendelsohn, toccante nel ritratto del padre di Milla.

Ci si commuove con un po’ di vergogna, perché strappare lacrime con una storia del genere è facile e nessuno vorrebbe ammettere di essere caduto in una trappola tanto palese. Ma a prescindere da giudizi di merito, uscendo dalla sala, il cuore ingrandito risulta ingrandito di almeno due taglie.

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