Apostolo

Apostolo **

Dopo la trilogia di culto sul pencak silat (Merantau, The Raid, The Raid 2) che ha trasformato Iko Uwais in una star internazionale, il gallese Gareth Evans ha lasciato l’Indonesia e i territori del cinema d’azione e arti marziali, per fare ritorno in patria, anche cinematograficamente.

Apostolo è ambientato all’inizio del Novecento, su un isola sperduta chiamata Erisden.

Qui il protagonista, il missionario Thomas Richardson, è incaricato dal padre di trovare e riportare a casa la sorella Jennifer, rapita dai discepoli di un misterioso culto, che vivono sull’isola e idolatrano una dea, che li protegge.

Malcolm, il profeta di questa strana religione, era approdato miracolosamente sulle quelle coste, dopo un naufragio.

La setta si rifiuta di riconoscere l’autorità del Re, vive isolata dal resto del mondo. Il loro piccolo universo autarchico dura finchè la terra dell’isola improvvisamente smette di produrre grano e gli animali di partorire. Malcolm e i suoi fedeli discepoli, decidono così di rapire una giovane donna, per chiedere un ricco riscatto al padre, da utilizzare per acquistare le provviste, che la terra non produce più.

Thomas si finge un nuovo credente e raggiunge l’isola, infiltrandosi nella setta, fino a scoprirne i suoi misteriosi segreti.

Il film di Evans comincia come cupo revenge movie, minaccioso e materico, immerso nel paesaggio umido e fangoso dell’isola, per poi pian piano trasformarsi in un horror sovrannaturale, che richiama le suggestioni del classico The Wicker Man, così come la weirdness di opere come The Village o Annientamento.

Si potrebbe pensare persino ad un double bill con il recente Mandy di Panos Cosmatos, inedito in Italia, che pure condivide con Apostolo lo stesso universo isolato, lo stesso desiderio di vendetta e lo stesso richiamo ad un universo fantastico e pagano.

La costruzione drammatica, che prelude alle rivelazioni e al redde rationem, che occupa il terzo atto è piuttosto classica e sufficientemente minacciosa. Con evocazioni del sangue, cunicoli segreti, case abbandonate nella foresta, riti misteriosi.

Ma se la ricerca di Jennifer da parte di Thomas rimane sempre il filo rosso che muove gli eventi, la sottotrama amorosa tra due giovani del villaggio è invece piuttosto marginale e risaputa, utile solo a mostrare quanto l’apparente fedeltà tra i discepoli del culto di Malcolm sia sempre sul punto di andare in pezzi, di fronte alla carestia, che ha colpito l’isola.

Dan Stevens è un Thomas Richardson sempre sopra le righe, con lo sguardo febbrile e allucinato, mentre Michael Sheen è il saggio Malcolm, che nasconde un segreto francamente sconcertante.

Se Apostolo non convince sino in fondo, è perchè la sua anima sembra divisa a metà: ad un incipit misterioso ed inquietante, che sembra preludere ad un film d’autore, sul ruolo della fede, sulla manipolazione e l’illusione dei culti ed il loro ottuso fondamentalismo, fa seguito una seconda parte molto più di genere, che non scioglie gli interrogativi e trasporta i personaggi in una dimensione sovrannaturale che ribalta la prospettiva: e se davvero le superstizioni ed i riti degli abitanti di Erisden non fossero alla fine così folli?

L’arco drammatico che investe il protagonista è incompiuto: il film si apre con la scritta “The power of his resurrection lies in the touch of his sufferings” che Thomas legge scolpita nella casa avita. Il missionario che ha perduto la fede, di fronte alla tortura ed alle sofferenze patite nella sua opera di evangelizzazione, quando si trova ad indagare sul vangelo di questo nuovo culto, assume una posizione integralmente laica, molto diffidente, che non cambia neppure di fronte alla presenza del divino.

Il finale vorrebbe chiudere il cerchio, ritornando sullo stesso concetto, ma il viaggio di Thomas non sembra davvero essere stato un percorso, per riguadagnare la fede. Tutt’altro…

Chi cercasse l’Evans ipercinetico e adrenalinico di The Raid rimarrà deluso: qui tutto ha il passo lento e ieratico della ricerca del male. La violenza viene somministrata spesso con macchine infernali, strumenti sadici di tortura, che sembrano richiamare un medioevo sempre tra noi, ma il massacro è sempre annunciato e mai compiuto davvero. Le morti sono atroci, ma spingono il film verso il suo elemento fantastico, verso quella Grande Madre, che tutto avvince ed a cui, alla fine, si ritorna.

A quel punto il film si sgonfia completamente e, se rimane affascinante dal punto di vista puramente visivo, perde ogni spessore drammatico.

Peccato poi che al passato di Thomas come missionario in Cina, nella fallita tragica evangelizzazione di Pechino, il film riservi solo uno straordinario, ma brevissimo flashback, che rimane una delle immagini più forti di Apostolo.

Una mezza delusione.

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