Sacred Games e Ghoul. Passaggio in India per Netflix

Una delle principali novità dell’estate appena trascorsa, nell’ambito della serialità, è stata la comparsa delle prime produzioni Netflix dal sapore speziato. Parliamo di Sacred Games e di Ghoul, due serie indiane distribuite dalla potente piattaforma di streaming. Due prodotti differenti, per tematiche e atmosfere, con alcuni tratti in comune.

C’era molta attesa per questo incontro, probabilmente inevitabile, tra Bollywood e Netflix. Ci si chiedeva se gli stilemi indiani avrebbero prevalso sulle esigenze narrative della distribuzione globale o se, al contrario, la standardizzazione del linguaggio televisivo orientato alle masse avrebbe omologato le differenze culturali ed estetiche. Al termine della visione di entrambe le serie, si ha l’impressione di una positiva contaminazione. Al netto di alcune ruvide scelte di sceneggiatura e di montaggio, nel complesso sia Sacred Games che Ghoul non sfigurano all’interno del paniere netflixiano. Anzi, alla luce del momento politico vissuto dall’India, segnato dal nazionalismo spinto, le due produzioni sfoderano un coraggio nella selezione degli argomenti trattati e nella stesura della storia, una decodifica critica del presente che spesso manca alla media serialità delle nostre latitudini. Niente di originale ma nemmeno niente di scontato.

Sacred Games, tratto da un romanzo del 2006 di Vikram Chandra, è ambientato a Bombay, spesso chiamata con il suo nuovo nome ufficiale, Mumbai, megalopoli da venti milioni di abitanti. L’ispettore Sartaj Singh riceve una misteriosa chiamata. Dall’altro capo del telefono c’è Ganesh Gaitonde, un pericolosissimo criminale, capo della mafia locale, trafficante, faccendiere e produttore di film, scomparso dalle scene da 15 anni. Ganesh rivela a Sartaj di aver conosciuto suo padre, un poliziotto ormai deceduto che tutti ritengono immacolato e di essergli tutt’ora grato. L’ispettore riesce a rintracciare la chiamata e a portare i suoi colleghi sul luogo, un rifugio dotato di ogni comfort, anche tecnologico, costruito sulla discarica di Gopalmath, fonte originaria della ricchezza illecita di Ganesh. Braccato e senza scampo, Ganesh si spara un colpo alla nuca, non prima di aver rivelato a Sartaj, penetrato nel bunker con i suoi uomini, che la polizia ha solo 25 giorni per salvare la città da un misterioso evento. L’unico che sopravvivrà, dice il boss, è il suo socio Trivedi, “casto fin dalla nascita e grande consumatore di latte”(!), primula rossa di un sodalizio criminale che scopriremo essere assai intricato e capillarmente esteso fin dentro i gangli della classe dirigente locale. Da cosa e da chi sia minacciata Mumbai, lo intuiamo solo nella scena finale dell’ottavo e (non) conclusivo episodio. Sacred Games è stato infatti rinnovato per una seconda stagione, che dovrà sciogliere gli enigmi non rivelati.

Sartaj Singh è interpretato dalla superstar bollywoodiana Saif Ali Khan, uno degli attori indiani più acclamati. Il suo personaggio è tormentato. Schiacciato dall’eredità paterna, abbandonato dalla moglie, non riesce a combinare nulla di buono, a parte arrestare qualche borseggiatore. Come se non bastasse, è chiamato a testimoniare in un processo atto a stabilire se il suo capo, il viscido Parulkar, abbia sparato o meno ad un ragazzo indifeso. Intanto l’Intelligence indiana (RAW) si interessa al caso. L’incaricata è la brillante Anjali Mathur. L’attrice che le presta il volto, Radhika Apte, ha un ruolo da protagonista anche in Ghoul. Alleati e poi rivali, Sartaj e Anjali sono figure di un certo spessore tragico, un uomo senza qualità e una donna frustrata dalla consapevolezza di essere troppo brava in un contesto professionale, e sociale, pervaso da truce maschilismo. Sacred Games ha il pregio di mostrare i problemi atavici e irrisolti della società indiana, la corruzione dilagante, le discriminazioni dovute al genere, il razzismo latente verso alcune minoranze (Sartaj è un sikh), l’odio religioso esplicito tra indù e musulmani, la condizione endemica di povertà patita da larghi strati di popolazione, l’arroganza di elité legate a doppio filo alla criminalità organizzata. La gigantesca Mumbai non è semplice sfondo del racconto, è presenza viva e tentacolare.

Sacred Games sembra a tratti una Narcos in salsa indiana, dove al posto del narcotraffico, almeno all’inizio, è il controllo dei rifiuti, in stile camorristico, a rappresentare la rampa di lancio del delinquente Ganesh. Si impone da subito il tema della religione, argomento affrontato senza inibizioni. “La religione è il più grande affare del mondo”, dice candidamente Ganesh, proiettato, nel suo narcisismo, a vestire i panni di un dio immanente e crudele e a divenire oggetto di venerazione per una platea di timorati scagnozzi. La sua personale battaglia per il controllo del territorio, combattuta contro il rivale d’affari Isa Suleiman, si colora di motivazioni religiose del tutto estrinseche alla vera natura del culto. La strumentalizzazione dell’induismo è precondizione essenziale per la formazione di una classe politica ultracorrotta che, sulle frizioni sempre più violente tra indù e musulmani, edifica con estremo cinismo la propria luminosa carriera, fino ad occupare, come nel caso del ministro Bhonsle, le cariche apicali del governo. È un argomento rilevante e inaspettato, che denuncia la deriva morale dei vertici delle istituzioni, forze dell’ordine incluse, allineati ad un unico vero culto: il potere.

Sacred Games non nasce in epoca di pacifismo, o di rilassata convivenza tra etnie, ma in una fase storica dominata dalla volontà autocratica del Presidente Narendra Modi e del suo BJP, un partito sciovinista votato alla difesa dell’identità induista. La narrazione dei fatti è attraversata da numerosi flashback che indugiano su snodi importanti della vita politica indiana degli ultimi trent’anni, da Indira Gandhi in poi. Le malefatte dei leader del passato appaiono nella serie come una sorta di contrappunto polemico della scelta di Ganesh di dedicarsi al crimine: “Se era disonesto lui [Rajiv Gandhi], come potevo io tirare dritto?” Inoltre, la tematica del rispetto della diversità abbozzata nella figura della transessuale Kukoo, le ingiustizie lamentate dai poliziotti verso lo Stato, il rispetto goduto dalle donne associate alla delinquenza messo a confronto con lo svilimento dell’onesto lavoro femminile, sono ulteriori tasselli di un mosaico per nulla banale.

Dal punto di vista drammaturgico, è suggestiva la scelta di affidare alla voce di Ganesh, proveniente da un ideale oltretomba, l’intero filo del racconto. Positiva anche l’idea di non far sbocciare alcuna forma di attrazione tra i due coprotagonisti, sempre arruolati nel rispettivo, ed esclusivo, combattimento interiore. Il ritmo è scandito da un costrutto coinvolgente di fatti e ricostruzioni, e arricchito da una suspense investigativa non levigata come accade, al contrario, in molta fiction nostrana. La ricerca del vero è esposta nella sua scabra nudità. Tuttavia, il montaggio di alcune sequenze sconta una certa rozzezza autoriale. I registri linguistici spesso si accavallano senza trovare una chiave stilistica omogenea, il desiderio di sfondare nell’immaginario collettivo è quasi un’esigenza che, in alcuni casi, affossa la sceneggiatura in involontarie parodie dei modelli di partenza. Il countdown verso il venticinquesimo giorno, un escamotage semplice e potente, è ostacolato dai frequenti flashback, circuiti narrativi, che impattano con scarsa eleganza sul corpo centrale della storia. Dialoghi pregevoli sul piano letterario sono intervallati a scambi deboli, modellati su un lessico da burocrazia minuta. Ciò non toglie che, nell’insieme, Sacred Games sia una serie intrigante.

Ghoul, scritta e diretta da Patrick Graham, regista inglese residente a Mumbai, è una miniserie di sole tre puntate che, prima dello spezzettamento operato da Netflix, era un film. L’India del 2019 è una nazione flagellata dalla violenza settaria e governata da una mano dispotica. In Ghoul il tema principale è lo scontro di civiltà, da una parte l’ultranazionalismo, dall’altra il terrorismo, ovviamente di matrice islamica. Ciò che è meno ovvio è il tratteggio distopico della materia. L’esercito setaccia le strade e cattura i ribelli, i dissidenti o i semplici dissenzienti dalla linea politica ufficiale, per “ripristinarli” in campi speciali. In questa cupa cornice si inserisce un dramma familiare: Nida Rahim, alias Radhika Apte, è una recluta particolarmente apprezzata per la sua abilità nel condurre interrogatori. Il suo fervore nazionalista non è sufficiente a coprire l’ombra dell’appartenenza religiosa. Nida è di famiglia musulmana. Il padre, a peggiorare la situazione già complicata, è un professore universitario di filosofia, un uomo che “insegna ad essere liberi”. La figlia, zelante serva del potere, lo denuncia, convinta di essere nel giusto. I vertici militari si mostrano dubbiosi: gesto di un’autentica patriota o abile mossa spesa per celare un’adesione ai valori del nemico? Significativo che sia soprattutto una donna, nell’andamento del racconto, a diffidare di lei e a dimostrarsi, in termini di fedeltà al potere, più realista del re.

Sospesa dal suo percorso di addestramento e spedita a Megdooth31, struttura supersegreta sotto il comando dell’ombroso, e fragile, colonnello Dacunha, Nida prende coscienza della reale missione delle forze armate: non “ripristinare”, ossia rieducare i riottosi alla legalità, bensì sterminare gli oppositori. Ai capi del movimento vengono estorte informazioni con terrificanti pratiche di tortura. Ed è a questo punto che Ghoul si trasforma e da tipica serie dai toni distopici vira, con una torsione imprevista, verso il soprannaturale, l’horror e, da ultimo, lo splatter. Ali Saeed, mente del terrorismo interno, viene arrestato e trasferito nel centro di detenzione per essere sottoposto ad un interrogatorio “speciale”. Ali Saeed diffonde attorno a sé una strana malìa. Uscito dalla camionetta che lo trasporta negli inferi di Megdooth31, un sinistro silenzio si spande attorno alla sua figura, tanto che i ferocissimi cani addestrati per azzannare si tacciono all’istante. Come in un contrappasso, i militari chiusi in stanza con lui per praticarvi le efferate torture sono preda, a turno, di una fascinazione mortale che li inchioda alla catena delle proprie colpe inenarrabili. Il ricordo dei misfatti compiuti e le paure represse si tramutano in ossessioni psichiche, pungoli vocali e sussurri osceni che scavano in loro fino all’impazzimento.

Ghoul”, in arabo, significa “demone”, metafora scoperta del nazionalismo fascista e dell’ignavia che lo rende possibile. La miniserie cresce piano, pianissimo, a partire da un episodio iniziale, lunga introduzione descrittiva, cupamente lirica, di personaggi e atmosfere, per arrivare con passo lento al cuore della storia. La trama di Ghoul vive di impennate. La serie ci scuote, risvegliando in noi interrogativi morali importanti. Chi può dirsi immune dall’evocazione del male? Come ci si cura da un’infezione sociale? Siamo in grado di riconoscere “un mostro”? In Ghoul il cielo scarica sulla terra una pioggia perpetua, dagli echi biblici. A differenza di Sacred Games, dove la colpa è confinata nella coscienza infelice di poche persone sensibili, qui il tema della consapevolezza, anche politica, dei crimini individuali e collettivi commessi per servire il potere, esplode con crudeltà visionaria. L’orrore, scatenato dall’odio politico-religioso, imbratta le celle di sangue, di budella, di cervelli spappolati. Infine, Nida si riconcilia con la memoria del padre, un abbraccio tardivo, una conversione che si chiude con un atto rituale, contagioso, circolare come l’eternità del tempo.

Sacred Games e Ghoul sono serie imperfette. Le premesse, però, fanno intendere sviluppi promettenti sia nell’estetica che nei contenuti e ampi margini di crescita per le future produzioni. L’offerta netflixiana ne esce galvanizzata, e sollecitata a puntare lo sguardo verso orizzonti lontani. Lecito aspettarsi belle sorprese dal connubio tra Netflix e la cinematografia indiana.

CONSIGLIATE: a chi pensa che Orwell oggi nascerebbe in India, agli appassionati di geopolitica, a chi non si è ancora liberato dagli stereotipi dell’esotismo (ma vorrebbe farlo)

SCONSIGLIATE: a chi cerca serie horror senza sbavature o romanzi criminali perfettamente oliati, a chi pensa che le foto di Steve McCurry rappresentino l’India autentica, agli hipsters con un sitar in camera

PERCORSI DI LETTURE PARALLELE:

Anita Desai, Notte e nebbia a Bombay, Einaudi, 2007

V.S. Naipaul, Sull’ansa del fiume, Adelphi, 2015

Pankaj Mishra, L’età della rabbia, Mondadori, 2018

TITOLO ORIGINALE: Sacred Games
NUMERO DI EPISODI: 8
DURATA DEGLI EPISODI: da 43 minuti a 1 ora
DISTRIBUZIONE: Netflix
DISPONIBILE: dal 6 Luglio 2018

TITOLO ORIGINALE: Ghoul
NUMERO DI EPISODI: 3
DURATA DEGLI EPISODI: circa 45 minuti l’uno
DISTRIBUZIONE: Netflix
DISPONIBILE: dal 24 Agosto 2018

UNA FRASE PER RIASSUMERE SACRED GAMES: “Armi, droga e immobili erano affari minori. Il grande business era la politica.” (Ganesh Gaitonde)

UN’IMMAGINE PER RIASSUMERE GHOUL: Un sacerdote, chiamato a decifrare la lingua parlata da Ali Saeed, pronuncia la sentenza: è aramaico. Perché il male della colpa è una radice antica…

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