Mandy. Recensione in anteprima!

Mandy **1/2

Panos Cosmatos – figlio di uno dei registi più iconici degli anni ’80, grazie alla doppietta stalloniana di Cobra e Rambo 2, ma autore anche del notevole Cassandra Crossing e di Rappresaglia sull’eccidio delle Fosse Ardeatine – è stato prima assistente del padre sul set di Tombstone, quindi regista in proprio dell’horror Beyond the Black Rainbow nel 2010.

Mandy, presentato al Sundance e poi passato dalla Quinzaine a Cannes, è il suo secondo film, che paga un sentito omaggio all’estetica di Dario Argento e agli horror italiani degli anni ’70 e ’80, almeno quanto ai primi lavori di Sam Raimi e alle atmosfere sessantottine della factory di Roger Corman.

B-movie allucinato e lisergico, dal ritmo ieratico e trasognato, Mandy è forse, più semplicemente, uno dei vertici della parabola artistica di Nicolas Cage, che negli ultimi vent’anni si è dedicato con professionalità a distruggere al sua fama di attore metodico e volto irregolare nelle commedie d’autore, per trasformarsi in una maschera sempre più deforme, corpo e volto cinematografico, da incubo.

Coinvolto in film che non valgono un oncia del suo talento, ha continuato a recitare se stesso, o meglio un personaggio sempre più decadente e decaduto, sempre più folle e sopra le righe, imprevedibile e fuori fuoco.

Con Mandy Panos Cosmatos gli offre l’opportunità di un ruolo epico e sovreccitato, capace di una vendetta sanguinaria e ancestrale, contro forze più grandi di lui.

Sulle note di Starless dei King Crimson scorrono i titoli di testa. Siamo nelle Shadow Mountains della California del 1983: Red è un boscaiolo, che vive isolato dal mondo assieme a Mandy, illustratrice con una evidente cicatrice sull’occhio sinistro, che sogna le stelle e gestisce un piccolo shop in mezzo al nulla.

Vivono in una sorta di casa di vetro, in mezzo ad una natura mai minacciosa, in cui aurore boreali, luci e nebbia mantengono la temperatura del loro idillio.

Quando Mandy incrocia il van dei Children of the New Dawn, una setta cristiana deviata, guidata dal messianico Jeremiah, il suo destino è segnato.

Il guru pretende di sottomettere Mandy ai suoi rituali e convoca, grazie agli adepti e al corno di Abraxas, tre mostri infernali, i Black Skulls, vestiti di pelle nera come motociclisti fanatici, che rapiscono Red e Mandy, legano lui col filo spinato e drogano lei con uno strano collirio e con il pungiglione di un insetto gigante.

Solo che Mandy si fa beffe dell’ipnotico Jeremiah e finisce malissimo. Quando Red finalmente riesce a liberarsi medita una vendetta atroce, armato di una balestra e di un ascia/alabarda forgiata per l’occasione.

Se la prima parte vive soprattutto della fotografia di Benjamin Loeb – tutta luci al neon, fumi, sovrapposizioni di immagini virate e rallenti ansiogeni – e delle musiche del compianto Johann Johansson, la seconda è quella del delirio vendicativo di un Red disperato e fuori di sè, colmo di odio e di adrenalina, che come un angelo della morte si scaglia senza pietà contro tutti i responsabili del suo dolore indicibile.

Il volto coperto di sangue, lo sguardo pazzo e la bocca spalancata in un ghigno satanico, Nicolas Cage si dona con la solita spericolata generosità ad un personaggio che definire sopra le righe è fin poco. Sempre al limite del ridicolo involontario, servito da un copione in cui ogni frase è una sentenza, Red è uno dei personaggi grandi della sua carriera, almeno di questo lungo secondo tempo.

Il film di Cosmatos è altrettanto borderline, tutto d’atmosfera, perfetto per le proiezioni di mezzanotte e per il culto immediato, anche se non inventa nulla, ma richiama con una certa competenza cose viste molto tempo fa e oggi giustamente dimenticate.

Girato in digitale con una Arri Alexa, ma con lenti Panavision, il film evoca la granulosità della pellicola di quegli anni e ricerca atmosfere lattiginose e oscure.

La regia barocca, iperstratificata, si affida al lavoro solenne dei suoi collaboratori, in quello che appare come l’incubo hard rock di un seminarista pentito.

Eppure come si fa a non stare dalla parte di un monumentale Nicolas Cage, guerriero medievale fuori dal tempo, che dopo aver schiantato un paio di Black Skulls, mentre una vecchia tv rimanda un film porno anni ’80, tira su dal pavimento un pezzo di vetro stracolmo di cocaina e la sniffa voracemente, prima di scoprire una misteriosa sostanza grigiastra, ancor più potente e allucinogena, che comanda la sua vendetta all’arma bianca?

Come si fa a non amare la sfida in cui lui e il suo avversario brandiscono due seghe elettriche, usandole come sciabole?

Esagerato e febbrile, notturno e psicotropo,  Mandy è uno degli horror più riusciti della stagione, lontanissimo dalla contemporaneità e dai suoi incubi, forse più furbo e mediocre di quanto voglia apparire, ma dannatamente divertente.

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