La camera verde: Milos Forman, Vittorio Taviani e Lee Ermey

Se ne sono andati nel corso del weekend tre grandi uomini di cinema. Per loro si aprono le porte della camera verde, il luogo della memoria e del ricordo, che Truffaut aveva immortalato nel suo film del 1978, tratto da Henry James.

Cominciamo da Milos Forman, il regista di origini ceche, fuggito negli Stati Uniti dopo la primavera di Praga e qui diventato uno degli autori di punta, negli anni della New Hollywood.

La sua carriera era cominciata negli anni ’60 con Gli amori di una bionda, recentemente ritornato in sala e L’asso di picche, film influenzati della libertà della nouvelle vague, che aveva contagiato il più occidentale dei paesi del blocco sovietico. Ad Hollywood, assieme a molti altri cineasti e direttori della fotografia scappati dal regime, si reinventa con il generazionale Taking Off, quindi con il libertario Qualcuno volò sul nido del cuculo, che gli vale il primo Oscar, quindi i due musical celeberrimi, Hair e Ragtime, prima del nuovo trionfo con Amadeus, che gli vale il secondo Oscar.

Dopo di allora tuttavia le sue opere si diradano, forse anche per il fallimento di Valmont. Bisognerà attendere la fine degli anni ’90, per apprezzare di nuovo il suo umorismo libertario e surreale, con due ritratti americani d’autore: quello di Larry Flynt nel film omonimo e quello del comico Andy Kauffman in Man on the Moon.

Per il suo ultimo film è costretto a riparare in Spagna con L’ultimo inquisitore dedicato a Goya, ormai oltre dieci anni fa.

Ci ha lasciati domenica anche Vittorio Taviani, regista e sceneggiatore con il fratello Paolo, di alcuni dei maggiori capolavori italiani del cinema italiano negli anni ’70 e ’80. Ispirati dalla lezione rosselliniana e dalla pratica del documentario, con Cesare Zavattini e Jori Ivens, il loro primo film in coppia è I sovversivi, capace di anticipare il fermento del ’68. Con Volontè arriva il grande successo di Sotto il segno dello scorpione, a cui fanno seguito San Michele aveva un gallo tratto da Tolstoj e il rivoluzionario Allonsanfan con Mastroianni.

Ma è dalla seconda metà degli anni ’70 che il loro nome si afferma con ancora maggiore forza: vincono la Palma d’Oro con Padre Padrone, consegnatagli proprio da Roberto Rossellini, adattano Pirandello nel mirabile Kaos, ritrovano il grande successo con La notte di San Lorenzo, Gran Prix a Cannes, e Le affinità elettive da Gothe.

Dopo un lungo periodo di appannamento e di progetti senza identità e senza fortuna, tornano al successo nel 2012 con Cesare deve morire, Orso d’Oro a Berlino e David di Donatello, una rilettura del Giulio Cesare di Shakespeare con i detenuti di Rebibbia, che fonde ancora una volta lo sperimentalismo e il cinema della realtà di Rossellini, con la loro peculiare sensibilità.

Se n’è andato nella notte anche R.Lee Ermey, indimenticabile Sergente Istruttore Hartman nel capolavoro kubrickiano Full Metal Jacket.

Ermey era stato nella vita un vero sergente istruttore dei marines, in una base a San Diego, prima di partire per il Vietnam e per Okinawa, dove verrà ferito e costretto al congedo nel 1972.

La passione per il cinema ha contrassegnato la seconda parte della sua vita: consulente e attore per Francis Coppola in Apolcalypse Now, negli anni successivi interpreta ruoli minori, anche in tv con Miami Vice, sino alla grande occasione, che gli propone Stanley Kubrick nel 1987. Il suo ruolo è di quelli che rimangono scolpiti nella storia del cinema.

Alan Parker lo vuole per il suo Mississippi Burning, nella parte del sindaco, poi la sua carriera di comprimario decolla negli anni ’90: Sommersby, Via da Las Vegas di Figgis, Se7en di Fincher, Dead Man Walking, Sospesi nel tempo di Peter Jackson, dove rifà ironicamente il suo personaggio iconico.

E’ doppiatore del sergente anche nei tre capitoli di Toy Story ed appare in X-Files, Scrubs e Dottor House.

Come sempre, quello resta è il loro lavoro, dietro la macchina da presa e sullo schermo, testimonianza del loro talento e delle loro idee.

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