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Cannes 2016. Loving

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Loving ***1/2

Loving celebrates the real-life courage and commitment of an interracial couple, Richard and Mildred Loving, who married and then spent the next nine years fighting for the right to live as a family in their hometown. Their civil rights case, Loving v. Virginia, went all the way to the Supreme Court, which in 1967 reaffirmed the very foundation of the right to marry – making their love story an inspiration to couples everywhere.

Il film che Jeff Nichols aveva portato alla Berlinale lo scorso febbraio, Midnight  Special, aveva lasciato per lo piu’ interdetti, nel suo tentativo di ripercorrere classicamente il topos spielberghiano dell’incontro ravvicinato, senza davvero riuscire ad entrare in sintonia con l’universo narrativo del maestro.

Qualcuno aveva cominciato a temere che l’autore di Shotgun Stories e Take Shelter avesse imboccato una strada lontana dalla radicalita’ essenziale delle origini, privilegiando forme di racconto piu’ classiche, in un certo senso tradizionali e di genere.

In questo quadro, evidentemente, il punto di svolta sembrava essere stato proprio Mud, presentato sulla Croisette nel 2012, con quella storia sull’acqua del Mississippi, che richiamava tanto i romanzi di formazione e d’avventura alla Mark Twain, quanto il cinema dei ragazzi in cerca di una famiglia impossibile, della Amblin.

A fugare ogni dubbio, a Cannes invece arriva lo straordinario Loving, capace di tenere assieme il racconto d’ambiente, sospeso tra minimalismo e critica sociale, dei suoi primi film, con la grande tradizione del cinema democratico e rooseveltiano, a cui evidentemente Nichols affida il compito di narrare una delle pagine piu’ forti e dimenticate nella grande battaglia dei diritti civili degli anni ’60.

Richard Loving e’ un semplice muratore, un campagnolo senza cultura, appassionato di auto, che vive in un quartiere rurale della Virginia. Mildred e’ la sua compagna da sempre. Nella prima scena del film gli confessa di essere incinta.

Richard le chiede quindi di sposarlo. Ma in Virginia non e’ possibile farlo: lui e’ bianco e biondissimo, lei invece e’ di colore. Il residuo della segregazione razziale impedisce ancora i matrimoni misti.

Decidono quindi di sposarsi a Washington. Ma al ritorno in Virginia, vengono arrestati. Un giudice li condanna ad un anno di carcere, commutato nel divieto di risiedere assieme nello Stato per venticinque anni.

Ma quando tutto sembra perduto e i Loving lasciano l’amata campagna, per trasferirsi in un appartamento in citta’, fuori dallo Stato, l’American Civil Liberties Union, sollecitata da Bob Kennedy, decide di portare il loro caso fino alla Corte Suprema.

Nichols non ha bisogno di mostrare le arringhe degli avvocati e il courtroom drama, non ha bisogno di parole retoriche e di discorsi memorabili, non ha bisogno neppure di scene madri sulla violenza razzista del sud.

Loving fa piazza pulita di ogni retorica di genere, di ogni chiamata alle armi, di ogni parola di troppo. Si affida invece alla forza di un racconto intimo, personale alla naturalezza dei suoi interpreti, per mostrare il razzismo strisciante e senza volto, che annega nello stesso pregiudizio bianchi e neri, amici ed estranei.

Nichols ribalta anche lo stereotipo del razzismo connaturato all’ignoranza sudista. Richard Loving viene proprio da quel contesto, ma e’ totalmente inconsapevole delle differenze razziali, forse non riesce neppure a comprenderle.

Cresciuto in un quartiere in cui tutti quelli attorno a lui erano di colore, la sua scelta e’ quella piu’ semplice e naturale possibile. Non c’e’ alcuna mediazione culturale, il suo e’ un sentimento purissimo. Ed e’ questo che rende il messaggio del film cosi’ dirompente.

La forza dell’amore tra Richard e Mildred e’ da sola sufficiente a far emergere rancori e diffidenze, anche familiari, solo apparentemente sopite.

I Loving – mai nome fu piu’ esemplare – volevano semplicemente vivere in pace, del proprio lavoro, costruendo una famiglia libera, nella propria terra.

Nichols mostra un rispetto profondo per l’intelligenza del suo pubblico e non ha bisogno di parole forti, urlate, ne’ di rendere esemplare la parabola dei suoi protagonisti. Preferisce invece seguire i silenzi complici, le paure e le ansie malcelate, gli sguardi essenziali.

Joel Edgerton e Ruth Negga sono entrambi semplicemente fenomenali. Non ritrovarli nel Palmares e nei candidati all’Oscar a fine anno, sarebbe un affronto.

Edgerton – eterno caratterista, scoperto con Animal Kingdom – questa volta ha modo di mostrare tutta la sua bravura, con un’interpretazione trattenuta, minimale, in cui il fuoco arde dietro una maschera fatta di infinita sopportazione.

Negga e’ un’assoluta rivelazione: il suo volto mostra la serenita’ e la forza necessaria a superare ogni giudizio.

La questione razziale rimane fortissima, ma sempre in secondo piano rispetto al diritto a vivere i propri sentimenti senza imposizioni, cosi’ come la Storia ufficiale, quella che ha condotto alla decisione della Corte Suprema, rimane sempre un passo indietro, rispetto alla centralita’ del racconto della famiglia Loving.

Nichols dirige con una maturita’ individiabile, evita ogni tranello e ogni scorciatoia, raccontando con mano ferma una pagina rimossa della Storia americana, quella che Life magazine chiamo’ The crime of being married.

Da non perdere.

 Loving 8

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