Animal Kingdom

Animal Kingdom ***

Animal Kingdom è l’opera prima di David Michod, giovane regista e sceneggiatore australiano, che ha vinto il Sundance lo scorso febbraio e si è imposto sin dalla sua uscita estiva negli Stati Uniti, come uno dei film più originali dell’anno.

Sin dalla prima scena, Michod cerca di spiazzare le attese e rivoltare le convenzioni di genere. Attraverso la voce narrante del giovanissimo protagonista, J., il racconto si concentra sulla descrizione di una famiglia criminale nella quale affetti e convenienze vanno di pari passo.

I Cody sono rapinatori e spacciatori: agli ordini dell’apparentemente placida madre Janine, che tutti chiamano Smurf, ci sono i tre figli Craig, Darren e Pope, oltre all’amico Baz.

J. è il nipote di Janine. Sua madre, l’unica figlia femmina della famiglia, si era allontanata da loro in preda alla paura.

Paura di cosa? Lo scopriremo lentamente nel corso del film.

Allontanarsi dalla famiglia però non le è servito: nell’incipit di Animal Kingdom la vediamo apparentemente addormentata davanti al televisore. In realtà è morta di overdose e J. è costretto a chiamare la nonna Jasmine, per chiedere ospitalità.

Verrà quindi in contatto con gli affari loschi dei Cody: Pope, lo zio più grande è ricercato e si nasconde dalla polizia, Craig è uno spacciatore in preda ad una severa tossicodipendenza, Darren, che ha solo un paio d’anni più di J., è completamente alienato ed annebbiato dalla marijuana.

Quando l’amico Baz viene freddato dalla polizia, senza apparente motivo, si scatenerà una vendetta, capace di trascinare l’intera famiglia in una spirale di orrore e di lasciare sul campo ignare vittime innocenti.

In preda alla paranoia, i Cody sospettano di chiunque e persino il loro avvocato, Ezra White, ed il poliziotto corrotto, Randall Roche, contribuiscono a rafforzare questo clima di tensione.

Il detective Nathan Leckie, nel frattempo, pensa di aver trovato nel giovanissimo J. l’anello debolle della catena familiare e vorrebbe farne il testimone chiave nel processo contro Pope e Darren, ma non ha fatto i conti con la legge criminale e lo spirito di sopravvivenza dei Cody.

Animal Kingdom è un racconto di formazione, non così distante dai temi de Il profeta di Audiard, capace di dipinge un microcosmo criminale con una precisione da entomologo.

Lo sgurdo di Michod è privo di compassione ed illustra tutta la ferocia animale di un mondo regolato dalla violenza e dalla sopraffazione.  Neppure i legami familiari reggono, di fronte alla paura della morte.

Che si tratti di criminali o poliziotti non c’è grande differenza: ciascuno vuole utilizzare gli altri, per i propri fini. Nessuno si sottrae alla legge della vendetta. Solo il detective Leckie sembra possedere equilibrio e senso etico.

Interpretata da una meravigliosa Jacki Weaver, Janine è una madre ed una nonna spietata, capace di chiedere un omicidio con il sorriso sulle labbra ed i modi suadenti e risoluti di un padrino.

Personaggio di grandezza e spessore shakespeariani, Smurf è disposta a tutto, pur di lavare l’onta del tradimento.

Michod, con un budget evidentemente molto ridotto, riesce a trasformare i limiti in opportunità, con una regia mai banale, capace di ellissimi formidabili, rallenti espressivi e momenti in cui la musica della preziosa colonna sonora di Antony Partos si sovrappone alle voci ed ai sentimenti dei protagonisti.

Il film non si fa scrupolo di mostrare tutta la brutalità dei Cody e della polizia, spesso corrotta, ma non ci mostra mai il clan all’opera. I Cody sembrano arrivati al capolinea e si sentono assediati e braccati. Non c’è tempo di pensare ad un nuovo colpo. Non ci sono lunghe sparatorie o rapine in Animal Kingdom, l’azione è ridotta al minimo e persino la scena chiave del processo ci è ingegnosamente negata.

Tra gli interpreti segnaliamo volentieri Ben Mendelsohn nel ruolo del crudele Pope, capace di uccidere a mani nude, ma anche di usare una violenza psicologica e verbale, altrettanto disturbante, James Frecheville, nei panni dell’adolescente J., gigante solo apparentemente fragile e spaesato, ed il sempre bravissimo ed intenso Guy Pearce, nel ruolo del tenente Leckie.

Lo stile rarefatto eppure potente e massimalista di Michod si sposa perfettamente a questa tragica storia familiare, accendendo una luce nuova su una realtà criminale già molto esplorata.

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