Prisoners. Recensione in anteprima!

Prisoners Theatrical poster

Prisoners ***1/2

Denis Villeneuve, il regista canadese di Polytechnique e Incendies – La donna che canta, debutta negli Stati Uniti con un thriller ambiguo ed impressionante, che ritorna su uno temi chiave della sua opera:  la natura del male, l’orrore quotidiano che travolge e spezza qualsiasi resistenza etica, qualsiasi fede.

Prisoners comincia con il protagonista, Keller Dover – padre di famiglia, religioso, con un passato di alcool da dimenticare ed una cantina piena di scorte per un’apocalisse nucleare – a caccia con il figlio più grande. Dopo aver recitato il Padre Nostro, il figlio spara ad un cervo: bisogna sempre essere pronti, gli confida il padre.

E’il giorno del Thanksgiving: i Dover sono ospiti dai vicini di casa, i Birches, una coppia afroamericana.

Dopo il pranzo, nella cupa e piovosa periferia di una cittadina della Pennsylvania, le figlie più piccole delle due famiglie scompaiono improvvisamente. Le ricerche affannose nei dintorni ed a casa dei Dover sono inutili. Forse sono salite su un misterioso camper, che si aggirava su quelle strade poche ore prima.

Le famiglie avvertono la polizia e parte la caccia all’uomo: il detective Loki, avvertito dai colleghi mentre festeggia un solitario Ringraziamento in un ristorante cinese, riesce subito a trovare il camper sospetto.

Dopo un goffo tentativo di fuga, il guidatore va a sbattere contro un albero e viene catturato. Alex Cross è un ragazzo confuso, silenzioso, impaurito: il sospettato perfetto.

Il detective lo arresta e lo torchia in dieci lunghe ore di interrogatorio. Nel frattempo la scientifica setaccia il suo camper, ma non trova nulla.

Il capo della polizia convince Loki a rilasciare Alex dopo 48 ore.

Ma Keller Dover non è d’accordo e decide di continuare in privato l’interrogatorio che la polizia ha sospeso. Sequestra Alex, lo rinchiude legato in una casa abbandonata e lo tortura per giorni, cercando di ottenere risposte.

Nella sua sanguinosa ricerca di verità coinvolge anche i Birches, che si ritraggono, ma decidono di non interferire con i suoi tentativi di estorcere una confessione.

Nel frattempo il Detective Loki segue altre piste che lo portano a casa di Alex, che vive con l’anziana zia, quindi a scoprire un cadavere nel seminterrato dove abita un vecchio prete e ad inseguire un mitomane, che si introduce nelle case di Dover e dei Birches, per rubare oggetti appartenuti alle bambine.

Il quadro si fa via via più nero, complice la crudeltà degli uomini e la determinazione di chi persegue una vendetta impossibile.

Le vittime diventano carnefici ed i sospettati si scoprono innocenti: le coordinate morali si fanno labili ed i ruoli si sovrappongono in modo schizofrenico. Distinguere i buoni dai cattivi diventa un’impresa vana.

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Scritto da Aaron Guzikowski con grande maestria, accumulando false piste e svolte narrative, capaci di mantenere una tensione costante nel corso dell’azione, il film avrebbe potuto diventare un ennesimo e pedante trattato sulla giustizia privata ed il superomismo da vigilante, tipico della cultura americana. Anche la metafora, evidente sin dal titolo, della prigionia come condizione comune, non solo alle bambine ma a tutti i protagonisti, è solo accennata, senza inutili sottolineature o forzature simboliche.

Villeneuve evita anche qualsiasi forma di sfruttamento del dolore, lasciando sempre fuori campo le vittime e concentrandosi sui riflessi del rapimento sulle persone coinvolte.

La risposta di Keller Dover è quella di un uomo fragile e tormentato, che vuole mostrarsi forte, sino al punto di abdicare  a quella fede, che sembrava cementare un equilibrio faticosamente ritrovato ed ora sconvolto dagli eventi.

E’ significativo che ad un certo punto, ripetendo il Padre Nostro dell’inizio, Keller non sia più in grado di pronunciarne il passo sul perdono: il mito del padre che deve proteggere la sua famiglia ad ogni costo, lo spinge verso un’anarchia morale che si lega ad una violenza sinistra e si sorregge sulla certezza effimera di essere nel giusto.

Il padre buono diventa carnefice, l’uomo di fede si erge a giustiziere solitario. Intanto sotto le linde casette monofamiliari c’è uno scantinato, che nasconde ossessioni e segreti indicibili.

Hugh Jackman restituisce a Keller Dover tutta la forza della disperazione, in una delle migliori interpretazioni della sua carriera: il suo è il personaggio più impulsivo del film e quello che muove continuamente l’azione, con una fisicità che travolge ogni cosa.

Il detective Loki è l’opposto: apparentemente freddo, ossessionato dal suo lavoro, intuitivo e determinato. I tatuaggi sul collo e sulle mani dicono molto del suo passato, la solitudine della cena del Ringraziamento lascia intuire che sull’altare della sua ossessione ha sacrificato ogni legame col mondo. Non sapremo niente di lui, delle sue motivazioni: lo vediamo all’opera, nel tentativo di tenere insieme la ricerca della verità e la sete di giustizia delle vittime.

Jake Gyllehaal ha il ruolo più ingrato, ma riesce a rendere perfettamente la forza repressa che si cela dietro alle camicie azzurre abbottonate e senza cravatta, a stento capaci di contenere quella rabbia e quella tensione, che evidentemente lo mantengono saldo, sull’orlo dell’abisso.

Magnifico anche il cast dei comprimari, con Paul Dano nei panni di Alex, disturbato e fuori fuoco, con Melissa Leo, in quelli della zia segnata dalla vita, e con Terence Howard e Viola Davis che interpretano i Birches, contraltare morale solo apparente, alla violenza di Keller Dover.

Il film ha un crescendo finale perfetto, che lascia i brividi e di cui non sveleremo nulla.

Villeneuve supera brillantemente la prima prova americana – e su commissione – con un film che rimane personalissimo e coerente con il suo percorso d’autore, rendendo omaggio agli iconoclasti del genere come Eastwood, Demme, Fincher, senza semplificazioni e scorciatoie, ma restituendo la complessità angosciosa del reale con grande naturalezza.

La fotografia superba è di Roger Deakins, che immerge i suoi personaggi in un’atmosfera plumbea ed uggiosa, li illumina con una luce chiara e bluastra, che desatura i colori, disperdendoli in significative sfumature di grigio.

Il montaggio è di Jay Cox e Gary Roach, consueti collaboratori di Eastwood, mentre la colonna sonora, mai invadente e discreta, è del norvegese Johann Johannsson.

Da non perdere.

Prisoners

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