Traqués è una miniserie francese in sei puntate creata da Cédric Anger (sceneggiatore del recente La donna più ricca del mondo con Isabelle Huppert). Il cast è di alto livello. Su tutti spiccano Benoît Magimel e Mélanie Laurent, nei ruoli di Franck e Krystel.
L’uscita di Traqués è stata ritardata a seguito di un sospetto di plagio. Nell’accusa, sollevata da un giornalista d’oltralpe, si denunciavano le (eccessive) somiglianze tra la serie e la trama del romanzo Shoot di Douglas Fairbairn. Tradotto con il titolo Sparatoria, il libro, pubblicato negli anni Settanta nei Gialli Rizzoli (sfortunato tentativo di competere con la collana Giallo Mondadori), è oggi rintracciabile solo nel mercato dell’usato. Fairbairn ambientò la sua storia a Maibock, cittadina immaginaria del Midwest. Stephen King, uno dei più noti ammiratori di questo autore di culto, ammise di aver copiato l’incipit di The Mist proprio da Shoot. Per chiudere il cerchio, il romanzo fu adattato a film nel 1976 da Richard Berg, con Harvey Hart alla regia. Caccia Mortale, questo il titolo in italiano, ebbe scarso successo.
Ora Traqués, finalmente distribuito, cita esplicitamente nei titoli di testa sia il libro che la pellicola. In effetti, gli elementi chiave del testo di Fairbairn ritornano tutti. Unica differenza, il luogo, non più il Midwest bensì una cittadina delle Alpi francesi. Anche qui, come in molti altri posti sonnolenti e periferici del pianeta, gli uomini ammazzano il tempo come possono e sfogano l’aggressività da testosterone represso compattandosi attorno a un classico totem del cameratismo: la caccia.
In un giorno noioso uguale a tanti Franck, Simon, Gilles e Xavier decidono di addentrarsi nei boschi con il fucile in spalla. Mentre inseguono un cervo, all’improvviso, da un’imprecisata direzione, piovono pallottole destinate a loro. Tipica nemesi, si potrebbe dire. I quattro amici reagiscono, sparano e feriscono qualcuno, forse mortalmente. Franck, vero maschio alfa del gruppo, non sente ragioni. Meglio andarsene a rotta di collo e dimenticare l’accaduto, sperando che la polizia non scopra nulla. Simon, uno degli amici, è ferito e necessita di cure immediate. Entra in gioco, Leo, il quinto uomo, medico e collega di Krystel, la bella moglie di Franck.
La serie francese non imbocca la strada anti-machista, che pure qua e là affiora. Traqués, per tutta la durata degli episodi resta un noir, ca va sans dire, alla francese. La vicenda ruota, e spesso si avvita pericolosamente, attorno a un dispositivo narrativo talmente esplicito da risultare logoro fin dalle prime battute. Tornati frettolosamente in paese, i quattro, su proposta del solito Franck, stringono un patto di omertà. La quotidianità dovrebbe scorrere senza scosse apparenti, ma ben presto emergono le inevitabili crepe. Traqués si riassume in questo senso di minaccia permanente.
Qualcuno è sulle tracce dei quattro cacciatori della domenica, figure poco raccomandabili, costruite mixando i topoi del banditismo locale, del motociclismo fascistoide e della criminalità strapaesana. L’avvicinamento a Franck&Co. è graduale e sfrutta i punti deboli di ognuno.
Franck è interpretato da un urticante Magimel. Bravo, certamente, nel suo ruolo di leader carismatico, in una parte da duro che, a ben vedere, gli calza addosso a pennello, eppure meno efficace di quanto ci si potrebbe lecitamente attendere da un attore del suo calibro. Già vincitore di numerosi César e premiato a Cannes per La pianista di Haneke, il talento di Magimel sconta la debolezza della scrittura del personaggio. E non è il solo a patire la scarsa raffinatezza di penne (altrove) più educate. Ad ogni modo, Franck ha una figlia adolescente, Estelle (Sarah Pachoud), ribelle quanto basta e fidanzata con un ragazzo più grande, avvolto da un’ombra di mistero.
Krystel, la moglie, riceve in uno studio sufficientemente isolato da destare inquietudine, soprattutto nelle ore serali. Aya, una ragazza braccata per tutto il tempo da un paio di tipacci armati fino ai denti, cerca e trova riparo da lei. La dottoressa, che si scoprirà essere una donna innamorata del prossimo e in particolare del tipo umano marginale e sconfitto, le presta soccorso, schivando anche l’insidiosa intrusione maschile. Superfluo sottolineare che nei lontani recessi montani, dominati dai cowboy contemporanei allergici alle regole, la violenza sessuale è una minaccia costante e non troppo latente. In Traqués le figure femminili sono comunque secondarie e sembrano riflettere un disagio creato da altri. La presenza della brava Mélanie Laurent, in questo thriller montano intriso di sangue e sudore, risulta un po’ compressa e, di conseguenza, compromessa.
Le istituzioni non offrono alcuna sicurezza. La scuola brilla per inutilità. Le forze dell’ordine risultano conniventi con la criminalità. La vallata alpina, in sintesi, è un microcosmo isolato in cui conta la legge del più forte e il merito va a chi spara per primo. Tra le montagne non c’è giustizia, dice apertamente Franck quando si tratta di ripulire il luogo dello scontro. Il paesaggio dopo la battaglia è imbevuto di sangue. Se quello proprio o altrui è un dettaglio affidato al destino. Perfino Chambéry, ridente capoluogo della Savoia, entra nei discorsi quale miraggio di una società lontana.
I luoghi rappresentati, passati a setaccio attraverso una palette di colori giustamente desaturati, segnalano una monotonia esistenziale di fondo. È una porzione di Francia consumata da paure e faide ancestrali, per nulla illuminata o razionalista, infrequente da vedere in una serie tv. Le parole non offrono conforto. Durante un’assemblea presso il Consiglio comunale i cittadini non sanno con chi prendersela. Gli stranieri o i cacciatori? Qualcuno li conosce? C’è differenza? Il disagio pare profondo e la povertà di mezzi si affianca alla miseria morale.
Franck, tutto sommato benestante, gestisce con piglio autoritario il suo fornitissimo negozio di ferramenta trovando il tempo per tradire la moglie con una certa Sonia (ennesima figura sbiadita della serie). Traqués ci serve sul piatto, con nonchalance, un tema poco originale: la noia quale matrice nascosta dei mali del paese profondo. Proprio questo clima sociale nebbioso e ovattato, un oppiaceo stordente per la maggioranza della popolazione, pare essere stato sporcato dalle attività di un clan di spacciatori.
Xavier (interpretato da Damien Bonnard), miserabile ladruncolo di pacchi postali altrui, sembra vantare contatti con “un cuoco”. Un camper, un fornello e le metanfetamine che lentamente prendono forma… La memoria va a un’altra serie, sideralmente lontana, sotto ogni aspetto, dalla presente. Il suo rapimento, peraltro, è un debole passaggio narrativo, utile, semmai, a capire quanto siano al verde i suoi compagni cacciatori. A parte Franck, naturalmente.
Se il personaggio Xavier è definito da tristi abitudini, senza ulteriori approfondimenti caratteriali o morali degni di nota, agli altri va perfino peggio. Gilles (Manuel Guillot) soffre di attacchi di panico e si tuffa nell’alcol per dimenticare. Simon (Cédric Appietto) è divorato dal senso di colpa e, nel caso qualcuno volesse scommettere sul primo compagno/camerata destinato a cedere, potrebbe puntare su di lui. A Leo (Frédéric Maranber) tocca il ruolo dell’amico ingrato. Qualcuno deve pur catalizzare i desideri degli abitanti della valle, non è vero?
L’ostinazione di Franck a non voler chiamare la polizia ha un quid di irrazionale. Quando trova una testa di cinghiale appesa al cancello di casa, la sua reazione, estesa per contagio mimetico all’intero gruppo, è quella di tornare sul luogo del delitto per finire il lavoro, ovvero sfidare a duello il nemico senza volto e, come in un western che si rispetti, chiudere i conti. Non accade nulla di tutto questo. Al contrario, il ritorno tra i boschi rivela l’astuzia tattica degli altri, chiunque essi siano. Quanti sono? Cosa vogliono? Di certo, cercano l’escalation.
Le varie sottotrame sgusciano qua e là, dal primo all’ultimo episodio, finché, a ulteriore conferma della scelta di Cédric Anger di aver voluto abbracciare un determinato genere (il western contemporaneo, appunto), entrano in gioco momenti rituali quali l’assedio, lo scambio di prigionieri e infine l’inseguimento. Niente di nuovo sotto il sole. Il finale è una vera resa dei conti in cui nulla, comprese le colpe dei padri, resta impunito.
Traqués è una dura elegia innalzata alla natura selvaggia. Una natura che, secondo il capo dei banditi della montagna, “ha bisogno di uomini come te, come me, con la caccia del sangue”. Sguardo fisso rivolto al cielo, nuvole in viaggio verso qualche destinazione lontana: l’unica immagine poetica della serie è riservata all’epilogo. Franck, esanime a terra come una preda abbattuta, forse ripensa a quella sua convinzione sui vivi che, differentemente dai morti, fanno la storia.
Il ritratto di una Francia antimoderna, ruvida, identitaria, aggrappata per sopravvivere a riti inaspettati (ad esempio il battesimo di sangue che suggella la trasmissione ereditaria di padre in figlio) resta, di gran lunga, l’aspetto più intrigante della serie. Si tratta di zone dimenticate, “piene di gente incasinata” e inzuppate di un tradizionalismo retrivo, in cui il maschilismo è affermato in più frangenti, contro gli animali, le donne, i deboli.
In Traqués compare una sorta di movente sociale, quando viene citata l’origine del caos, ovvero l’espulsione dei paesani dalle loro case per costruire nuove strade. Lo straniero, che porti “progresso” (turismo?) o droga, è comunque l’elemento di disturbo per eccellenza. Questa riflessione sull’invasione rimanda a un filone della filmografia recente, basti pensare, con le dovute proporzioni, allo splendido As Bestas, il film di Sorogoyen ambientato sui monti della Galizia.
In definitiva, l’ambientazione trionfa su una trama per nulla avvincente. Meglio va con la colonna sonora composta da Eric Neveux, collaboratore, tra gli altri, di François Ozon (Sitcom), Patrice Chéreau (Intimacy) e Patrice Leconte (Tutti pazzi in casa mia). Azzeccati anche i brani scelti. Ma non basta Police and Thieves dei Clash per salvare una serie, purtroppo, non all’altezza delle ambizioni dichiarate.
Titolo originale: Traqués
Numero di episodi: 6
Durata: 45 minuti l’uno
Distribuzione AppleTv+
Uscita: 4 marzo – 1° aprile 2026
Genere: Drama, Thriller, Noir
Consigliato a chi: non sa cosa farsene di un visore notturno, ha trovato un messaggio sul parabrezza dell’auto, comprende lo sguardo dei cani.
Sconsigliato a chi: scrive sui tovaglioli di carta, odia i peluche a forma di cervo, crede che occhio per occhio sia solo una metafora.
Visioni e letture parallele:
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Un documentario di Eric Guirado su una professione ormai riservata a pochi: https://www.arte.tv/it/videos/114660-000-A/una-famiglia-di-pastori/
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L’escursione poetica di un autore da riscoprire nel cuore nascosto della Francia: Julien Gracq, Acque strette, L’Orma editore, 2018
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Un graphic novel, meglio ancora un’opera d’arte, sulla solitudine contemporanea e le apocalissi che ci attendono: Tobias Tycho Schalken, Eldorado, Coconino Press, 2022
Una situazione da evitare: restare in panne su una strada di montagna.

