Cannes 2013. Venere in pelliccia

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Venere in pelliccia – Venus in fur ***

Polanski in concorso a Cannes, dieci anni dopo la Palma d’Oro de Il Pianista, con un film che torna in maniera brillante e divertita sulle sue ossessioni di sempre. Il rapporto tra uomo e donna, segnato dal potere e da una sottile violenza.

Non è un caso che la pièce di David Ives prenda lo spunto dal romanzo omonimo ed autobiografico di Leopold von Sacher Masoch.

Siamo sulle assi di un palcoscenico teatrale. Sono in corso le audizioni del nuovo spettacolo del regista e commediografo Thomas.

Vanda arriva però in ritardo, per una serie di sfortunate coincidenze, quando ormai tutti sono andati via.

In sala rimane solo il regista, deluso dai provini della giornata. Vanda è una quarantenne volgare ed eccessiva, malvestita, provocante, apparentemente stupida ed impreparata.

Sfinito dalle sue insistenze, Thomas decide lo stesso di ascoltarla recitare la sua parte. Curiosamente porta lo stesso nome della protagonista della sua piece, Vanda, tratta dal romanzo La venere in pelliccia.

L’attrice però sorprendentemente si cala nel personaggio alla perfezione, conosce la parte interamente ed è capace di entrare ed uscire dal ruolo con una naturalezza incredibile. Finisce così per intrappolare il regista nel suo gioco.

E’ lo stesso Thomas a porgerle le battute e viene travolto, pian piano, dal ciclone Vanda. Le sue sicurezze sono messe alla berlina, i rapporti di potere tra i due si scambiano più volte. In ultimo è Vanda a dirigere Thomas, truccato ed abbigliato come la protagonista del suo spettacolo.

E’ un meccanismo sottile e perverso il loro, che affonda nel sado-masochismo del romanzo e nelle incerte identità sessuali dei personaggi. Gli attori entrano ed escono dal testo in continuazione, giocano con i loro ruoli dentro e fuori la scena.

Polanski ha costruito un congegno narrativo a più livelli, una sorta di scatola cinese, in cui c’è il romanzo di partenza di Sacher Masoch, il testo teatrale di Ives e quindi un regista – Thomas – che lo mette in scena all’interno del film.

E poi ci sono piani ulteriori, con Amalric che sembra il Polanski attore degli anni ’70 e la Seigner che è sua moglie da oltre vent’anni.

Polanski ritorna sulle ossessioni di una vita, da Cul de Sac a L’inquilino del terzo piano. E non è un caso che Mathieu Amalric assomigli moltissimo al giovane regista.

E’ un altro ritratto crudele, dopo quello di Carnage, un altro magnifico meccanismo attoriale e narrativo, capace di modificarsi strada facendo sotto gli occhi dello spettatore: i ruoli di potere si ribaltano, nello spazio teatrale per eccellenza, palcoscenico per una seduta di analisi crudele e illuminante.

Venus in fur non aggiunge molto alla poetica del suo autore, ma il film è leggero e riuscito, Polanski affida un copione dal ritmo impeccabile a due interpreti sopraffini, coinvolgendoli in un tour de force di provocazioni. E si diverte a riempire il film di citazioni e rimandi, da Afrodite e Dioniso, alle Baccanti dalla Cavalcata delle Walchirie come suoneria del cellulare a Bourdieu e Derrida.

Una chiusura perfetta per il concorso di Cannes.

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