Cannes 2012. Mereghetti su Amour, Io e te e The hunt

Durante il festival abbiamo un po’ trascurato i commenti e le recensioni della stampa italiana. Ora però è possibile recuperarne qualcuna particolarmente interessante.

Paolo Mereghetti, punto di riferimento ineludibile, qui si occupa di Amour, il film vincitore dela Palma d’Oro.

Amour, il tredicesimo film di Haneke convincente candidato alla Palma d’oro. Per due ore e sette minuti il regista austriaco nato in Germania filma con l’implacabilità frontale della sua camera il legame tra due ottuagenari, Georges (Jean-Louis Trintignant) e Anne (Emmanuelle Riva). Si incamminano verso una vecchiaia serena, nonostante qualche reciproca ruvidità, quando una prima paralisi e poi una seconda tolgono mobilità e fin quasi la parola alla donna. Inizia così una specie di calvario che lo spettatore sa già come finirà (ce l’ha mostrato la prima scena) e che Haneke racconta con il suo «tipico» occhio da entomologo dell’umanità. I momenti più umilianti (per le perdite di controllo della donna sul proprio corpo) si intrecciano alle prove più strazianti d’amore e di disponibilità (da parte dell’uomo). Haneke le filma senza compiacimento ma anche senza nascondere niente, ottenendo dai suoi due protagonisti un’eccezionale prova di mimetismo interpretativo. Ogni tanto il mondo esterno cerca di «disturbare» la coppia, a partire da una figlia (Isabelle Huppert) molto pratica e altrettanto anaffettiva, ma è sul legame tra i due che il regista si concentra. Fino ad arrivare a una scelta finale (esplicita per lei, sospesa per lui) che non fa che aumentare lo strazio e la disperazione di un amore costretto a fare i conti con la propria impotenza.

Di seguito invece le sue riflessioni sull’ultimo film di Bernardo Bertolucci.

Fuori concorso è stato presentato Io e te che segna il ritorno di Bernardo Bertolucci dietro la macchina da presa, nove anni dopo The Dreamers. L’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti raccontava la fuga di un quattordicenne che si chiude in cantina invece di andare a sciare coi compagni e la cui solitudine viene disturbata dall’irruzione della sorellastra, drogata e sbandata. Bertolucci rimane abbastanza fedele al romanzo, sottolineando (con molta delicatezza) una serie di elementi psicoanalitici che accentuano il percorso di maturazione che entrambi compiono in quei pochi giorni: le pulsioni «d’amore» per la madre, lo psicoanalista come figura paterna, la rabbia della sorellastra contro la nuova moglie del padre, il legame di amore-odio tra i due figli. In una cantina-tana, dove ci si vorrebbe nascondere dalle proprie responsabilità (e dove rispunta anche il passato dell’Italia: vedi la testa mussoliniana di Renato Bertelli) e aiutato dall’intensissima prova dei due protagonisti, il convincente Jacopo Olmo Antinori e l’intensa Tea Falco, Bertolucci gira con ritrovata gioia e sorprendente linearità (almeno per il proprio stile passato) un piccolo grande inno alla voglia di vivere e di guardare in faccia i limiti.

Quindi, sempre dal Corriere della Sera, il pezzo riguardante The hunt del danese Vinterberg.

Impotente è anche il protagonista di Jagten (La caccia) di Thomas Vinterberg: è un maestro d’asilo (il sempre più bravo Mads Mikkelsen) accusato di abusi sessuali da una bambina di 5 anni, la figlia dei suoi migliori amici. Lo spettatore sa che è tutto falso, che la piccola ha voluto «vendicarsi» per un affetto che non ritiene sufficientemente ricambiato, ma tutti o quasi lo considerano colpevole, moltiplicando ostracismi e violenze. Vinterberg racconta un caso nemmeno tanto ipotetico, vista la facilità con cui l’intolleranza esplode un po’ ovunque, e lo fa con uno stile preciso e secco, senza tanti fronzoli o psicologismi, ma finisce per parteggiare un po’ troppo per il protagonista, accentuando l’empatia e l’identificazione per l’eroe ingiustamente accusato (quando finalmente reagisce con violenza alle continue umiliazioni, è scattato un applauso liberatorio), finendo così per togliere forza agli altri due temi che il film tocca: l’innocenza presunta dell’infanzia e i meccanismi sociali che innescano (e giustificano) le cacce alle streghe.

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