La talpa – Tinker Tailor Soldier Spy

La talpa – Tinker Tailor Soldier Spy ***1/2

Dopo l’anteprima veneziana di settembre, arriva in sala questo piccolo capolavoro fuori dal tempo e dalle mode.

Tomas Alfredson dopo lo straziante melò di Lasciami entrare, viene ingaggiato dalla Studio Canal per l’adattamento di uno dei più noti romanzi di John Le Carrè, pubblicato in piena Guerra Fredda, e portato sullo schermo grazie ad una famosissima serie televisiva con Alec Guinnes.

Il film di Alfredson è un gioiello raro di scrittura, recitazione e regia, che pur rimanendo nei canoni classici del film di genere, si pone come uno dei risultati più convincenti dell’anno.

Non c’è un minuto sprecato. Non c’è un’inquadratura fuori posto. Alfredson condensa gli eventi del romanzo con una straordinaria abilità, anche grazie al lavoro di scrittura di Peter Morgan (non accreditato) e della coppia Peter Straughan e Bridget O’Connor. Il film procede ad un ritmo sostenutissimo, travolgendo lo spettatore e trasportandolo nella grigia Londra del 1973.

Quando Control (John Hurt), il capo dell’MI6 – il servizio segreto inglese, confidenzialmente chiamato Circus – viene informato che tra i suoi più stretti collaboratori c’è una talpa sovietica, dà incarico ad uno dei suoi agenti sul campo, Jim Prideaux (Mark Strong) di verificare l’informazione, seguendo una pista che lo condurrà sino a Budapest.

Jim però finisce in un agguato orchestrato da Karla, il capo dei servizi sovietici, che lascerà morti e feriti sul campo, costringendo Control alle dimissioni.

Con lui, sarà costretto al ritiro forzato anche George Smiley (Gary Oldman), il suo braccio destro, da poco separatosi dall’amatissima moglie Ann.

Il sottosegretario alla difesa, preoccupato dalla presenza della talpa, riassume subito Smiley, per affidargli la missione segreta di scovarla e consegnarla alle autorità, senza ostacolare il nuovo corso dell’agenzia, in cui hanno preso il controllo Percy Alleline (Toby Jones), Bill Haydon (Colin Firth), Roy Bland (Ciaran Hinds) e Toby Esterhase (David Dencik).

I quattro controllano, all’insaputa degli altri colleghi, anche la segretissima Operazione Witchcraft, nella quale gestiscono il doppio gioco di un attachè culturale russo, Polyakov, che sembra favorire i servizi segreti anglo-americani.

Ad aiutare Smiley in questa pericolosissima indagine parallela ci sono il giovane nuovo capo dei ‘cacciatori di scalpi’, Peter Guillam (Benedict Cumberbatch), l’agente sul campo Ricky Tarr (Tom Hardy), il primo ad informare Control della possibile talpa, ed una collega analista, ormai in pensione.

Smiley scopre presto che Control, suicidatosi dopo le dimissioni, aveva isolato cinque possibili sospettati, soprannominati come nella filastrocca per bambini Tinker, Tailor, Soldier, Sailor, Rich man, Poor man…

Tra i cinque ci sono i quattro agenti, ora al vertice del Circus, e lo stesso Smiley.

La scoperta della verità chiederà a tutti un tributo personale altissimo, prima che l’intricato groviglio del doppiogioco sveli finalmente chi è la spia nell’MI6.

Il film alterna presente e passato, seguendo le informazioni raccolte da Ricki Tarr, grazie ad una giovane russa, Irina, che conosce la madre di tutti i segreti, e di cui l’agente finisce per innamorarsi.

Smiley è interpretato da Oldman con un’economia espressiva prodigiosa, con un filo di voce e pochissimi movimenti. Gli occhi sono occultati dietro spesse lenti ed una montatura che lo rende ancor più impenetrabile.

Traspare però un’intelligenza rapace ed intuitiva, un sofisticato ragionare, lontanissimo dall’immagine glamour e avventurosa di un James Bond.

Siamo nel regno dell’understatement più tipicamente inglese, nel quale sono le parole a ferire, più delle pistole, ed in cui è il pensiero a correre veloce, più dei corpi.

Il racconto di Le Carrè descrive con grande precisione un mondo chiuso, di persone solitarie, che l’abitudine alla menzogna ed alla dissimulazione ha portato a vivere vite anonime, di servizio, spesso senza conoscere neppure il motivo delle loro azioni.

Sono parte di un circolo chiuso, ma non possono fare a meno di sospettare gli uni degli altri, in ogni momento.

Eppure tra di loro nascono complicità, amicizie, cameratismo e talvolta qualcosa di più. I tradimenti ideologici si confondono con quelli personali, pubblico e privato si sovrappongono pericolosamente.

Non è un caso che Karla sfrutti le debolezze familiari di Smiley, per metterlo in difficoltà e che il rapporto sentimentale tra due agenti del Circus sia al centro del bellissimo finale.

Ma le relazioni personali sono destinate spesso a fallire miseramente, vinte dalla provvisorietà di alleanze e ideali e travolte dalla ragion di stato.

Alfredson rende meravigliosamente quel mondo malinconico, dimostrando di aver compreso fino in fondo la lezione di Le Carrè, vero agente sotto copertura, smascherato proprio da una famosissima spia russa, per anni infiltratasi nell’MI6, Kim Philby.

Accanto al bravissimo Oldman, quasi tutti i migliori attori inglesi del momento: dal fresco premio Oscar, Colin Firth, all’astro in ascesa, Tom Hardy, sino a Mark Strong, Benedict Cumberbatch e John Hurt.

Anche Michael Fassbender e Jared Harris avrebbero dovuto far parte del cast, ma hanno poi dovuto rinunciare per girare i pessimi, ma lucrosi sequel di X-Men e Sherlock Holmes.

I detrattori di questo gioiello potrebbero dire che è solo un film di genere, magari non abbastanza spettacolare e bombarolo da far presa sul pubblico dei popcorn e non abbastanza sofisticato e d’autore, per affascinare i cinefili più intransigenti.

Ma è invece grande cinema, rispettoso del realismo della storia di Le Carrè, magnificamente interpretato e diretto con talento visivo e  senso del ritmo, da un regista in stato in grazia.

E quando nel finale si sentono le note struggenti di La mer, cantata da Julio Iglesias, non resta che applaudire.

Non perdetelo.

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