Anonymous

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Il film prende le mosse da una piece teatrale moderna, dove il grande attore shakespeariano Derek Jacobi si chiede se Il Bardo sia stato quello che veramente crediamo. Così facendo introduce l’inizio di una storia in costume intesa a svelare come il più grande drammaturgo di sempre non fosse uno scrittore in carne ed ossa bensì una sorta di prestanome, per le opere redatte da un nobile.

Le vicende dello scrittore si intreccerebbero così con i giochi politici per designare il successore della regina Elisabetta Tudor.

Nell’Inghilterra cinquecentesca di Elisabetta I sarebbe stato disdicevole scrivere per il teatro essendo il duca di Oxford, così Edward de Vere paga un attore per consegnargli i propri lavori affinchè vengano rappresentati e possano anche avere una funzione educatrice per il popolo indirizzando così le sorti politiche inglesi degli anni a seguire.

E’ un thriller letterario che segue una teoria per alcuni bizzarra, ma che ci viene raccontata con ardore e questo lo spettatore lo sente e lo vive.

Ciò che affascina non è tanto la tesi esposta, ma la tensione costante creata dalla potenza delle parole e dall’uso che se ne può fare.

L’ottima descrizione dell’Inghilterra dei tempi di Shakespeare attraverso l’uso preponderante del nero, dello sporco, della poca luce fanno emergere ancor di più la meraviglia dei versi e della poesia che arrivano a illuminare la scena.

Tutto ciò non deve farci perdere di vista anche un altro tema, quello del travaglio interiore di un uomo con un dono – il saper scrivere e arrivare al cuore delle persone con le proprie parole – che però non può mostrare.

Il divieto, l’impossibilità di esprimersi liberamente possono uccidere l’animo umano in maniera subdola senza quasi accorgersene perché avviene un po’ ogni giorno, molto lentamente fino a quando arriva il momento in cui non ricordi neanche più perché desideravi e avevi voglia di farlo.

Si può dire che, a prescindere da chi fosse veramente l’autore di Macbeth, Otello e Amleto, uno dei messaggi che ci trasmette Edward de Vere, XVII conte di Oxford è che la scrittura fosse l’unico posto in cui si sentiva legittimato a dimorare, sentendosi invece un estraneo tra i suoi contemporanei tanto che si chiedeva: “ Perche non posso cambiare il mondo con le parole ? “.

Se già la necessità di scrivere dovendolo tenere nascosto è dolorosa, figuriamoci se non lo è altrettanto mostrare la propria anima nelle proprie opere e sapere che nessuno la riconoscerà.

Ogni personaggio è mirabilmente descritto in ogni sua sfaccettatura, Vanessa Redgrave sempre perfetta nella parte della regina completamente dedita al suo popolo e per questo capace di mettere da parte i propri desideri e la propria libertà. Rhys Ifans, nei panni del conte di Oxford, un vero interprete capace di passare dal coinquilino stralunato di Hugh Grant in Notting Hill al DJ di I Love Radio Rock per finire a rappresentare un nobile colto e anticonformista in quest’ultima pellicola.

Il dilemma che propone il film è riassumibile in una domanda: sono suoi o non sono suoi questi meravigliosi scritti? Anonymous sembra non lasciare spazio ad alcun dubbio: William Shakespeare non sarebbe stato il più grande drammaturgo di tutti i tempi, ma solo un attorucolo semi analfabeta.

Qualunque sia la verità non credo cambi la sostanza, nessun verso, nessuna frase perderebbe una briciola di perfezione e di magia che trasmette ogni volta che viene letta.

Riflettendoci: “Cosa v’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa non perderebbe il suo profumo se avesse un altro nome” ( Romeo e Giulietta Atto II, sc. II ).

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