Cannes 2011. Il secondo giorno

Mentre Nanni Moretti e tutto il cast di Habemus Papam con Piccoli, la Buy e Scarpa, si dirige alla conferenza stampa, comincia la nostra seconda giornata al festival.

WE NEED TO TALK ABOUR KEVIN di L.Ramsey ***

Concorso

Anche il concorso ufficiale della 64° edizione del Festival di Cannes si apre con un film riuscito, durissimo, del tutto anticonvenzionale, che descrive il rapporto impossibile tra una madre ed un figlio, Kevin appunto, che sembra fare di tutto per demolire ogni aspettativa ed ogni illusione di felicità.

Lynne Ramsey, tornata alla regia dopo 8 anni di silenzio, costruisce il racconto come una lunghissima giustapposizione di tempi e luoghi diversi, l’oggi è il risveglio di Eva, una donna sola di quarant’anni, in una casa di periferia imbrattata da vandali vendicativi. E’ alla ricerca di un lavoro in un’agenzia di viaggi, stanca, impaurita da tutti, evita i contatti sociali ed i pochi incontri, al supermercato, per strada, si risolvono in fughe precipitose e insulti.

Il figlio Kevin è in prigione, la madre lo va a trovare con avvilente puntualità.

Contemporaneamente il racconto della Ramsey ci regala momenti del passato di Eva: l’incontro con il marito a New York, i viaggi, la libertà e la bellezza di un futuro tutto da scoprire, poi la nascita del primo figlio, accompagnata da continui dispetti ed incomprensioni.

Il bambino piange in continuazione, sembra essere ostile, parla poco ed è indolente, appena apre bocca non fa che insultare la madre, mettendola in imbarazzo anche davanti al padre.

E’ un rapporto difficile che non decolla mai, tanto da spingere Eva a rimanere incinta una seconda volta: con la seconda figlia non ci saranno difficoltà, ma Kevin sembra essere subito geloso della sua presenza.

Il film è un capolavoro di montaggio alternato, segue la lezione di Ejzenstein alla lettera, contrapponendo momenti della vita di Kevin e Eva, in modo da rendere del tutto inconsueto e risonante, il racconto di una tragedia annunciata.

Sarebbe un peccato dire di più, perchè un film come questo della Ramsey va seguito senza saperne molto, lasciandosi trasportare dal flusso continuo dei ricordi e delle sensazioni, a partire da quella marea di persone imbrattate di rosso che apre il film.

Quella suggestione iniziale ritorna più volte, con il rosso persistente della vernice, quello gelatinoso della marmellata di fragole, a quello imperdonabile del sangue.

Scritto dalla stessa regista con Rory Stewart, a partire da un romanzo di Lionel Schriver, magnificamente fotografato da Seamus McGarvey e montato magistralmente da Joe Bini, il film regala a Tilda Swinton un ruolo formidabile, che l’attrice, musa di Derek Jarman, interpreta con stupefacente economia di mezzi e di espressioni.

Non ci sono scene madri e lacrime facili, ma dolore, sgomento, ansia, disperazione trattenuta, tutte racchiuse in quella domanda finale: “Why?”.

La Ramsey sta dalla parte dell’amore: il finale agghiacciante ce lo suggerisce. Nonostante tutto, i legami di sangue sono più forti di ogni dolore.

La Swinton si candida sin d’ora ad un premio nella notte del Palmares.

SLEEPING BEAUTY di J.Leigh *1/2

Concorso

Meno interessante il secondo film in concorso, l’opera prima della scrittrice Julia Leigh, già inserita nella blacklist delle migliori sceneggiature non realizzate del 2008. Ed in effetti sembra avere uno spunto interessante sulla carta, ma, come spesso succede per i debutti, sembra mancare una severa revisione.

Sleeping Beauty è la storia di Lucy, giovane studentessa universitaria, che si mantiene agli studi, forse, grazie ad una serie di lavori part time. Addetta alle fotocopie, barista, cavia da esperimenti e ogni tanto non disdegna qualcosa di più forte…

Fino a che non si imbatte in una organizzazione che vede in lei un possibile talentoper una prestazione del tutto particolar, molto esclusiva e ben pagata. Le richiedono di addormentarsi grazie ad un potentissimo sonnifero, mentre una elegante maitresse concede le sue grazie (…ma senza penetrazione!) ad anziani e facoltosi signori.

Siamo dalle parti di una moderna belle de jour o di una versione adulcorata dal Bunga Bunga…

Julia Leigh cerca lo stile con una serie di piani fissi ed una lunga pratica di ellissi, introdotte da dissolvenze in nero, ma quello che ottiene è di rendere algida e un po’ inutile la parabola di Lucy, che peraltro rimane sospesa su un ultima immagine enigmatica.

Emily Browning, già pessima in Sucker Punch, anche qui è al minimo sindacale, pur recitando quasi sempre nuda.

Niente di nuovo all’orizzonte. Cosa ci avrà visto Jane Campion, per spingersi a produrlo?

ARIRANG di Kim Ki-duk *

Un certain regard

Kim Ki-duk non sta bene. Dopo aver diretto 15 film n 13 anni nel 2008 improvvisamente scompare.

Il suo film Dream, presentato a Torino è una metora e di lui si perdono le tracce.

Arirang è una lunghissima confessione su quello che è successo negli ultmi tre anni.

In esilio autoimposto, Kim vive in una casetta tra i monti, senza acqua o riscaldamento e senza bagno, costretto a dormire in una tenda per il freddo.

Un incidente sul set di Dream e l’abbandono di alcuni amici l’hanno spinto nella depressione più nera. Capelli lunghi, abiti da barbone, silenzi alternati a discorsi infiniti, la compagnia di un gatto e un computer, come unica finestra sul mondo.

Chi ricorda lo stile rarefatto ed elegante di Kim, difficilmente lo ritroverà in questo Arirang, girato interamente con una Canon Mark 5D, come una sorta di autoritratto/confessione.

Kim Ki-duk parla a ruota libera, del suo cinema, della sua vita, della solitudine, delle cose amate e odiate, dello showbusiness, dei premi vinti.

Ovviamente ascoltare le confessioni di un regista è anche divertente per dieci minuti. Il film però si dilunga per un’ora e tre quarti…

Kim, presente in sala, non sembra essersi ripreso davvero o forse sta solo giocando con noi? Appare comunque invecchiato, con un lungo cappotto e pantaloni consunti, totalmente fuori luogo nel sole della Croisette.

Speriamo che l’applauso caloroso della sala Debussy gli sia d’aiuto. Il regista che ha fatto conoscere al mondo la nouvelle vague coreana, merita un finale migliore di questo Arirang.

FOOTNOTE di J.Cedar **

Concorso

Secondo film in gara, l’israeliano Footnote, racconta con humor caustico, un errore imperdonabile, che travolgerà la vita di una famiglia molto particolare, gli Schkolnik.

Padre e figlio sono ricercatori: si occupano del libro del Talmud, per conto dell’Università di Gerusalemme. Il padre, severissimo e rigoroso, ha condotto per trent’anni un’unica ricerca filologica sulle diverse versione del libro ritrovate a Gerusalemme. Il suo lavoro, richiamato in una nota a piè di pagina di un libro di un famoso studioso ebraico, è stato però vanificato dalla scoperta di un testo precedente, che ha reso fama e gloria ad un collega, oggi a capo del Premio d’Israele.

Il figlio invece è uno studioso magari meno rigoroso, ma amabile con studenti e colleghi, apprezzato e considerato.

Quando la commissione per il premio annuale decide di assegnare il premio al figlio, la segreteria del ministero della cultura compie un errore e comunica la vittoria al vecchio padre, creando un equivoco imbarazzante e capace di sconvolgere il lavoro di entrambi.

Sia il padre che il figlio si riveleranno per querllo che sono: straordinario filologo e piccolo uomo, il primo, studioso generoso e infelice, il secondo.

Il film è diretto con un certo gusto ebraico per l’aneddoto e la parabola da Joseph Cedar, il quale però esagera con la musica, spesso tonitruante e non riesce a trovare un finale veramente convincente.

In ogni caso due ore divertenti ad un festival: non è poco. 

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14 pensieri riguardo “Cannes 2011. Il secondo giorno”

  1. […] Sono stati selezionati molti film che hanno partecipato a Cannes e Venezia tra i quali vi segnaliamo:  The Artist, Attenberg, Ballata dell’odio e dell’amore, Drei, Elena, Essential Killing, Il ragazzo con la bicicletta, In un mondo migliore, Stopped on track, Il discorso del Re, Le Havre, Loverboy, Melancholia, Silent Souls, La piel que habito, Even the rain, Beyond, The Turin Horse, We need to talk about Kevin. […]

  2. […] EUROPEAN DIRECTOR 2011 Susanne Bier for HÆVNEN (In a Better World) Jean-Pierre & Luc Dardenne for LE GAMIN AU VELO (The Kid with a Bike) Aki Kaurismäki for LE HAVRE Béla Tarr for A TORINOI LO (The Turin Horse) Lars von Trier for MELANCHOLIA EUROPEAN ACTRESS 2011: Kirsten Dunst in MELANCHOLIA Cécile de France in LE GAMIN AU VELO (The Kid with a Bike) Charlotte Gainsbourg in MELANCHOLIA Nadezhda Markina in ELENA Tilda Swinton in WE NEED TO TALK ABOUT KEVIN […]

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