About Elly

About Elly ***

Il quarto film del regista iraniano Asghar Farhadi è quello della rivelazione internazionale. Presentato in concorso alla Berlinale, About Elly vince l’Orso d’Argento per la migliore regia, mostrando il suo grande talento nella costruzione drammatica e la sua capacità di far emergere in modo intelligentemente sottile, attraverso la scrittura, il contesto sociale, economico, culturale, in cui i personaggi sono immersi, talvolta inconsapevolmente.

About Elly è il racconto di tre coppie borghesi di Teheran apparentemente emancipate, che finiscono per comprendere quanto forte e decisiva sia invece la rigida morale religiosa che ancora le accomuna e quanto misogina sia la cultura in cui vivono, legata a vincoli di onore e fedeltà, che neppure le menzogne riescono ad occultare.

Sepideh e il marito Amir, Peiman e la moglie Shoré, Manucher e Naazì hanno deciso di trascorrere un weekend lontano dalla capitale, in una località di mare sul Mar Caspio.

Si allontanano in auto da Teheran. Con loro viaggiano l’amico Ahmed, che si è separato da poco dalla moglie e che vive in Germania ed Elly, che è la maestra della figlia di Sepideh.

La casa che avevano prenotato è libera però solo per una notte, trovano così un’altra sistemazione in una villa semi-abbandonata di fronte al mare.

Per scherzo dicono alla donna che gliel’affitta che con loro ci sono due sposi novelli, Ahmed e Elly: in realtà la vacanza è anche un modo per farli conoscere, prima che l’uomo ritorni in Germania.

Elly è taciturna e misteriosa, si apparta per telefonare alla madre malata, ma tra lei e Ahmed sembra esserci una certa sintonia: il giorno dopo vorrebbe ritornare in città, ma Sepideh si ostina a trattenerla con loro, nascondendole la borsa.

Quando il figlio di Peiman si allontana troppo dalla riva, la situazione precipita. Gli uomini giocano a pallavolo, le donne fanno la spesa ed Elly rimane solo sulla spiaggia con i bambini: distratta da un’aquilone sembra finalmente felice, intanto il ragazzino rischia di annegare.

Tratto a riva miracolosamente, nessuno si accorge che nel frattempo anche Elly è scomparsa.

Le ricerche in mare sono vane, Sepideh non si dà pace. Qualcuno ipotizza che la ragazza possa essersi allontanata volontariamente, per tornare a Teheran.

Nessuno ha il coraggio di dirlo alla madre. Ma quando Amir trova il telefono di Elly nella borsa della moglie Sepideh, gli uomini di casa decidono di chiamare l’ultimo numero fatto dalla ragazza per avvisarlo della scomparsa: al telefono risponde un uomo, Ali-Reza, che dice di essere il fratello di Elly.

Sepideh però sa che non è così. Ali-Reza è il fidanzato della maestra.

I suoi amici sono sconvolti dalla notizia, Ahmed per primo: Elly voleva lasciarlo da molto tempo, stanca della sua gelosia, ma non aveva mai trovato il coraggio di farlo e non aveva detto nè a lui, nè alla madre della vacanza con Sepideh e gli altri.  Di fronte alla ritrosia e ai dubbi della donna, era stata Sepideh ad insistere perché venisse almeno a conoscere Ahmed, violando in questo modo i suoi obblighi morali con il fidanzato, a sua insaputa. Un piccolo tradimento innocente, banale per la nostra cultura, decisivo invece per quella dei protagonisti di questa storia.

Quando Ali-Reza arriva alla villa, Sepideh e agli altri sono indecisi se svelare il piccolo inganno di Elly, rovinando per sempre la sua reputazione o se invece inventare una nuova menzogna, per salvare le apparenze.

Sepideh, l’unica a conoscere la situazione sentimentale di Elly, è distrutta dal senso di colpa per aver spinto la ragazza ad accettare l’invito, mentre gli altri, preoccupati delle conseguenze con la polizia e con la legge, la obbligano a dire ad Ali-Reza che nessuno di loro sapeva.

Quando Ali Reza le chiede infine: “Elly ha detto: non posso venire?” Sepideh si piega al volere del marito e degli altri e risponde: “No“. Semplificando così una verità più complessa.

La notizia del ritrovamento del cadavere di una giovane donna, rompe la tensione insostenibile all’interno della casa.

Ma Ali-Reza non si dà pace e sembra parlare con Elly: “Ma perchè mi hai fatto questo?

Farhadi mostra subito la sua maestria nell’orchestrare un crescendo narrativo implacabile che trova nella lunga scena dell’incidente in mare il suo punto di svolta.

Se la prima parte ha i toni maliziosi e leggeri della commedia borghese e solo il velo che portano sempre le donne può lasciar intuire il contesto geografico e culturale, dopo la scomparsa di Elly tutte le tensioni sopite vengono in superficie, spingendo i personaggi a mostrare davvero i loro sentimenti, le loro rigidità, la loro vera natura.

Amir picchia selvaggiamente Sepideh davanti agli altri, Peiman sembra non tenere in alcuna considerazione le richieste della moglie, Naazì è sempre un passo dietro a tutti.

Mano a mano che le piccole omissioni di Sepideh chiariscono agli altri i motivi dell’invito di Elly, il conformismo etico e patriarcale della società iraniana si mostra in tutta la sua evidenza, anche se i protagonisti ci sono apparsi all’inizio laici e occidentalizzati.

Non è così: il richiamo ad un codice d’onore stringente, quasi proprietario soffoca ogni discorso e spinge tutti verso una soluzione di comodo, che carichi su Elly la responsabilità per una condotta riprovevole e immorale, che rischia di macchiare anche loro.

Perchè la paura e l’orrore non riguardano solo il destino di Elly, ma anche il proprio, in una società iraniana opprimente e inflessibile.

Anche Sepideh, vivace ed espansiva, quando comprende improvvisamente a dimensione della sua colpa, si chiude in una maschera di angoscia crescente, che si chiude su quel sofferto e tragico “No”, con cui finisce per scagliare l’ultima pietra contro l’adultera, come nel Vangelo di Giovanni.

Il piccolo moto d’indipendenza di Elly viene soffocato nella tragedia: ma è evidente che nessuno degli uomini lo ritiene accettabile e quella modernizzazione con cui il film si apre, tra battute, giochi e leggerezze, è solo posticcia: i costumi e le idee della “nuova” società iraniana non sono molto diversi da quelli imposti dalla rivoluzione khomeinista.

Come ha scritto Paolo Mereghetti “l’immagine finale di un’auto impantanata nella sabbia sintetizza magistralmente” l’impasse in cui la storia precipita i suoi personaggi. [1]

Fabio Ferzetti sul Messaggero istituisce un significativo parallelo: “Un po’ come nell’Avventura di Antonioni, una ragazza scompare misteriosamente in mare a metà film. Qui però il gruppo dei suoi compagni di vacanza, giovani coppie con bambini, non si disinteressa del suo destino, anzi. Tanto più che la povera Elly era quasi una sconosciuta, invitata a unirsi al gruppo nella speranza di fidanzarla con uno di loro, appena divorziato. Ma dopo la sua scomparsa salta fuori che non era libera, come (quasi) tutti credevano, anzi che aveva un fidanzato, il quale entra in scena spacciandosi a sua volta per suo fratello, in un crescendo di versioni di comodo e mezze verità che la dice lunga sulle doppie e triple morali vigenti anche negli strati più evoluti delle società integraliste. Un groviglio di imbarazzi e dolori dal sapore quasi metafisico”. [2]

In un film corale, recitato da nove attori formidabili, a cui Farhadi assegna un ruolo preciso nell’economia narrativa del suo film, Goshifteh Farahani ha la parte più significativa, perchè è lei che conosce la verità su Elly, è lei che muove le onde del destino, sottovalutando il peso delle convenzioni.

La trasformazione progressiva nel corso del film fino alla maschera dolente dell’ultimo dialogo con Ali-Reza è sensazionale. E’ attraverso il suo volto che Farhadi ci costringe a fare i conti fino in fondo con l’orrore nascosto della cultura iraniana.

Farhadi muove la macchina da presa alternando sapientemente piani fissi ad una mobilità che diventa frenesia nella scena dell’incidente, con la camera a mano che prende il sopravvento. Il suo film è costruito attraverso una serie di ellissi, che oscurano la verità e lasciano al racconto la ricostruzione dei fatti. Farhadi non vole dare allo spettatore tutte le informazioni, lascia che siano i personaggi a rivelarla, con tuttel le loro approssimazioni, le loro bugie, le loro omissioni.  Questo crea un’atmosfera di tensione crescente, anche nella prima parte, quando comprendiamo che Elly e Sepideh nascondono qualcosa, ma non sappiamo bene cosa sia.

Per il regista iraniano la verità è un simulacro, che non ha nulla di oggettivo e non ha senso se non mediata dalla sensibilità e dalla cultura dei suoi personaggi.

La stessa circostanza può essere letta in modo diverso, può assumere significati impensabili, può avere conseguenze imprevedibili.

Il compito del cinema, senz’altro del cinema di Farhadi,  è quello di rappresentare questa complessità senza semplificazioni.

1. Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 8 febbraio 2009

2. Fabio Ferzetti, Il messaggero, 8 febbraio 2009

 

 

 

 

 

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