Rapiniamo il Duce

Rapiniamo il Duce *

Se i titoli di coda non chiarissero che si tratta del nuovo film di Renato De Maria (Lo spietato, La prima linea, Paz!), si potrebbe pensare che il regista di questo disastroso Rapiniamo il Duce sia René Ferretti in persona, assistito dalla solita crew abborracciata e da un cast di cagne maledette e attori vanesi, che recitano le improbabili battute di una sceneggiatura degli ineffabili tre, ispirata a quelle di Guaglianone e Mainetti.

Il tentativo infatti è proprio quello di dirigere un fumettone pulp alla Freaks Out, ambientato nella Milano del 1945, durante ultimi giorni di guerra prima della Liberazione.

Il risultato è uno Z-movie involontariamente tragicomico, sgangherato, amatoriale, che manipola la storia senza un briciolo di senso.

Il protagonista di questo desolante pasticcio è Isola, contrabbandiere e ladro, che bazzica nel mercato nero della Milano ancora assediata dai fascisti.

Assieme ai compagni Marcello e Amedeo, l’uno abilissimo col fucile, l’altro esperto in falsificazioni, sognano di rubare l’Oro del Duce, che il gerarca Achille Borsalino si appresta a spostare in Svizzera, secondo il piano di fuga di Mussolini.

Borsalino e Isola condividono l’amore per un unica donna, la fatale Yvonne, cantante del Cabiria.

Ma la moglie di Borsalino, la diva del cinema Nora Cavalieri, orchestra nell’ombra un piano tutto suo per vendicarsi dei tradimenti del marito e per assicurarsi un finale di carriera senza pensieri.

Tra scontri coi partigiani e gli alleati, assalti alla zona nera simulando un attacco aereo e siparietti comici con Maccio Capatonda, che continua a fare se stesso, anche quando dovrebbe recitare, il film non riesce ad occultare i disastri di una sceneggiatura che De Maria ha scritto con Federico Gnesini e Valentina Strada, senza avere una sola vera idea e senza mai dimostrare di avere un motivo per convincerci a vedere le avventure improbabilissime di Isola e Yvonne.

Peraltro tra battute risibili e situazioni improbabili affonda l’intero cast: non solo i giovani Castellitto e De Angelis – gli Stanis e Corinna di De Maria – che fanno tenerezza per quanto sono inadeguati e fuori parte, ma anche gli esperti Ragno e Timi, attori altrove formidabili, qui chiusi in personaggi-macchietta, senza nessuna tridimensionalità.

L’anacronismo pop nelle scelte musicali è solo l’ultimo insulto disturbante all’intelligenza del pubblico. Nel minestrone di Rapiniamo il Duce, non si va per il sottile.

Quel che resta è un’operazione di pura expoitation, un instant movie come quelli che si facevano negli anni ’70, per sfruttare parassitariamente il successo di un film o di un filone.

Solo che in realtà la via italiana ai cinecomics è lastricata quasi solo di tonfi, come dimostrano il flop dei costosissimi Freaks Out e Diabolik e quello ancor più devastante del Dampyr della Bonelli, uscito in questi giorni, con esiti disastrosi.

Non sarà Rapiniamo il Duce ad invertire la rotta.

Sciagurato.

 

 

 

 

 

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