Venezia 2021. Freaks Out

Freaks Out **

Il kolossal a lungo immaginato e sognato da Gabriele Mainetti, dopo il sorprendente esordio di Lo chiamavano Jeeg Robot (2015), debutta nel concorso del festival più antico del mondo, con tutto il peso di un’attesa, che la pandemia ha reso ancora più elettrica.

In questi anni di silenzio e preparazione, Mainetti è diventato, forse suo malgrado, uno degli alfieri del giovane cinema italiano di genere, contrapposto all’autorialità un po’ stantia dei vecchi maestri.

Ed in effetti ragionando sulle dimensioni e sulle ambizioni di questo Freaks Out non si può negare che Mainetti compia un salto enorme rispetto al suo primo lungometraggio e lo faccia fare anche alla macchina produttiva italiana.

La fotografia notturna di Michele Attanasio, il montaggio che alterna piani e tempi di Francesco Di Stefano, la colonna sonora citazionistica e pop di Michele Braga, le scenografie burtoniane di Massimiliano Sturiale, il sound design di Mirko Perri, i clamorosi effetti speciali di Mirko Perri: tutto concorre ad infondere al soggetto di Nicola Guaglianone una dimensione magniloquente e massimalista, che gioca a stupire, a riempire gli occhi, proprio come accade agli spettatori del circo Mezza Piotta, che l’ebreo Israel ha fondato e che è arrivato alle porte della Roma occupata dai Nazisti, dopo l’armistizio firmato da Badoglio l’8 settembre del 1943.

I bombardamenti alleati distruggono il tendone in cui Matilde la donna elettrica, Fulvio l’uomo lupo, Mario il nano-magnete e Cencio il ragazzo che comanda gli insetti si esibiscono tutte le sere.

Israel vorrebbe partire il prima possibile verso gli Stati Uniti, ma nel tentativo di procurarsi i documenti a Roma i documenti per l’espatrio, viene catturato e avviato alla deportazione in Germania.

Gli altri quattro si dividono, Fulvio, Mario e Cencio si dirigono al Zircus Berlin, guidato dal pianista con 12 dita Franz, fratello di un gerarca nazista, mentre Matilde viene salvata dalla brigata di partigiani Diavoli Storpi.

Franz che sembra poter vedere il futuro grazie all’etere che assume ogni sera, nelle sue visioni febbrili ha individuato quattro ombre, dotate di poteri eccezionali, che cambieranno il corso della guerra.

Il circo è così un paravento per condurre i suoi esperimenti su tutti i freaks che riesce a scovare e attirare con il miraggio di far parte dello spettacolo.

Fulvio, Mario e Cencio cadono nella trappola, così come Matilde nel tentativo di liberarli.

Le farneticazioni di Franz gli alienano le simpatie dei vertici delle SS, così i quattro riescono a fuggire e si mettono all’inseguimento del treno su cui è stato caricato Israel, assieme ad altre famiglie ebree del ghetto.

In una piccola stazione nella campagna romana si scatena un enorme conflitto in cui partigiani, nazisti, deportati e freaks si danno battaglia sino all’alba.

È del poeta il fin la meraviglia, parlo dell’eccellente e non del goffo, chi non sa far stupir, vada alla striglia!

Mainetti cerca proprio la meraviglia, il racconto grande, con un occhio al Del Toro de Il labirinto del fauno, alle favole di Burton e ad una certa spregiudicatezza alla De La Iglesia e l’altro alla classicità dell’avventura spielberghiana e alle storie di origine supereroiche, che tanto hanno influenzato la cultura pop e cinematografica dell’ultimo ventennio.

Così come l’Enzo Ceccotti di Jeeg Robot, anche questa volta i suoi eroi con superpoteri sono del tutto improbabili: fenomeni del circo, clown, emarginati, che della loro diversità hanno fatto uno spettacolo di sopravvivenza.

Mainetti non sembra voler riscrivere la storia à la Tarantino, ma decide ugualmente di immergere i suoi personaggi nel cuore del secondo conflitto mondiale, in uno dei momenti più caotici e tragici della storia italiana.

Tuttavia proprio l’ambientazione manichea gli si rivolta contro, appiattendo il film in una dimensione risaputa, banalizzante, con nazisti da operetta, ferocissimi e stupidissimi, a partire dal villain della storia, il pianista Franz, che vede il futuro e suona nei suoi spettacoli Creep e Sweet Child of Mine con le sue dodici dita.

Per citare ancora il regista di Bastardi senza gloria, se la dimensione vera di un film popolare la fa il suo bad guy, allora quella di Freaks Out è piccola piccola.

Peraltro Mainetti lo sa benissimo, avendo creato con lo Zingaro di Luca Marinelli un cattivo formidabile e istrionico nel suo film d’esordio.

Franz Rogowski, attore sublime e dallo spettro espressivo formidabile in Undine e La donna dello scrittore, qui è ridotto ad una figura bidimensionale, senza sfumature, costantemente sopra le righe, clownesco, repellente.

Il film di Mainetti si accomoda purtroppo in un universo narrativo risaputo, in cui buoni e cattivi sono chiaramente identificati e distantissimi, senza sfumature o ambiguità di alcun tipo: il gruppo dei losers, degli outsiders che si prende il centro della scena e dimostra il proprio valore è poi archetipo narrativo altrettanto usurato.

E non basta qualche eccentricità, come il nano onanista o la brigata dei combattenti privi di arti, a infondere originalità ad un progetto, che sembra studiato per l’esportazione, per compiacere per l’ennesima volta quel pregiudizio sull’Italia sempre ferma al suo dopoguerra.

L’investimento produttivo imponente, la voglia di strafare che sembra essere il filo rosso della sceneggiatura di Guaglianone, non riescono a mascherare i difetti di un progetto, che si perde nell’accumulo stucchevole di elementi drammatici, che fanno smarrire la leggerezza brillante e picaresca dell’incipit sotto il tendone, annegandola in una visione spesso derivativa.

Peccato che Tirabassi scompaia quasi subito per ricomparire fugacemente, perchè del suo Israel vorremmo conoscere tutto. Altrettanto importante la presenza di Pietro Castellitto, che spesso si carica il film sulle spalle, nonostante il suo ruolo venga sovente confinato in quello dell’alleggerimento comico.

La battaglia finale che si dilunga per quasi trenta minuti tra pallottole, esplosioni, mortai, fuoco ed energia, racchiude alla fine il senso di un film ridondante fino alla nausea: full of sound and fury, signifying nothing.

Sprecato.

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