Lo chiamavano Jeeg Robot

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Lo chiamavano Jeeg Robot **1/2

E pur si muove!

Nonostante i passi falsi d’autore, l’accanimento sulla commedia e il comico come genere unico, le velleità di talenti mai confermati, sembra respirarsi un’aria nuova nel cinema italiano: accanto ad un agguerrito gruppo di documentaristi, accanto ai nostri giovani leoni, che conquistano spazi sempre più importanti nei concorsi internazionali, accanto ad una serialità finalmente matura e lontana dalle agiografie, comincia a farsi strada un cinema di genere coraggioso, iperrealistico, che dal commovente ultimo Caligari di Non essere cattivo, passa attraverso la Suburra di Sollima e arriva dritto, fino a questo sorprendente Lo chiamavano Jeeg Robot.

L’esordio nel lungometraggio di Gabriele Mainetti, passato attraverso esperienze d’attore teatrale e televisivo, riprende il discorso cominciato con due suoi corti: Basette e Tiger Boy, ispirati rispettivamente a Lupin III e L’uomo tigre.

L’ossessione con i cartoni animati giapponesi della nostra infanzia di ragazzini, nati negli anni ’70, non poteva che innervare anche questa sua opera prima: generosa, ispirata e imperfetta, come solo i debutti veri possono essere.

Il film si apre con una ripresa aerea delle strade della Capitale, sconvolta da un recente attentato e percorsa da un corteo pacifista. C’è un uomo che corre a perdifiato, rincorso dalla polizia, si confonde ai manifestanti e poi si butta nel Tevere, per salvarsi: è Enzo Ceccotti, un ladruncolo di borgata, che vive in un tugurio a Tor Bella Monaca, con la sola compagnia dei suoi amati budini alla vaniglia e dei dvd porno, con cui passa le nottate.

E’ un tipo taciturno, senza amici: quando riemerge dalle acque è coperto da una sostanza nera, contenuta in un paio di bidoni che qualcuno ha gettato nel Tevere.

Fradicio e febbricitante ritorna faticosamente a casa. La mattina successiva un suo vicino di casa, che lavora con un piccolo boss di quartiere, detto Lo Zingaro, lo coinvolge nel tentativo di recuperare ovuli di cocaina contrabbandati da due immigrati di colore.

La partita proviene da un gruppo di camorristi che intendono prendersi la città, guidati dalla spietata Nunzia.

Le cose però si mettono male, il vicino di Enzo muore così come i due clandestini, Enzo colpito ad una spalla, precipita dal nono piano di un cantiere, ma si rialza quasi senza un graffio.

Scopre così di avere improvvisamente poteri sovrumani, che sfrutta immediatamente a suo vantaggio: a mani nude sventra un bancomat e se lo porta a casa, riempie il frigorifero di budino e si compra un videoproiettore per i suoi amati dvd hard.

Solo che non è più solo: la figlia del vicino, traumatizzata da un passato oscuro e ossessionata da Jeeg Robot d’acciaio, vuole sapere che fine ha fatto il padre e pian piano coinvolge Enzo nel suo mondo immaginario, fatto di eroi, ministri, poteri e responsabilità.

Con la stessa riluttante ieraticità dell’Unbreakable di Shyamalan, Enzo maturerà una nuova consapevolezza di sè e del proprio ruolo, passando attraverso la colpa e la redenzione.

In fondo, come tutte le storie d’origine, anche il suo è un percorso identitario, che dallo squallore, anche morale, di un’esistenza ai margini, lo trascinerà a immaginare un altro possibile racconto della propria vita.

L’uomo con il passamontagna che corre con un bancomat sotto il braccio, il super-criminale egoista e incarognito col mondo, diventerà qualcosa di completamente diverso, anche grazie alla forza di una storia d’amore, che Mainetti descrive con note di un romanticismo sincero e mai ricattatorio.

Merito innanzitutto dei suoi protagonisti: non solo l’orso Claudio Santamaria, qui ingrossato e catatonico eroe sottoproletario, ma anche la sorprendente Ilenia Pastorelli, che dona alla disillusione tragica di Alessia, un lampo di follia.

Su tutti svetta però ancora una volta Luca Marinelli, che dopo essersi scrollato i panni pesanti che Costanzo gli aveva cucito addosso ne La solitudine dei numeri primi, qui può giganteggiare, con un villain degno della tradizione americana, ma assolutamente unico nel suo genere, italianissimo nelle sue passioni musicali, con uno sguardo allucinato e un’ira belluina, che si sposano perfettamente ad un’identità sessuale incerta e ad un desiderio di notorietà, che lo portano ad immaginarsi istrionico performer del crimine.

Dopo il ruolo di una vita interpretato per Caligari in Non essere cattivo e il cameo folgorante ne La grande bellezza, qui Marinelli ha la possibilità di riprendere un registro interpretativo giustamente sopra le righe. Il suo volto irregolare sembra poi uscire esattamente dai manga giapponesi degli anni ’70, ancor più che dalla matita di uno Zerocalcare.

Certo, il film nella parte centrale arranca un po’, la costruzione della storia non è particolarmente efficace e i limiti di budget hanno certamente influito sulla messa in scena di Mainetti, che però fa di necessità virtù, sfruttando a suo vantaggio quella povertà, senza soffrirne troppo.

Proprio come fa Enzo, che alla fine si conquista – come tutti i supereroi – il diritto ad una maschera: poco importa se è fatta, artigianalmente, all’uncinetto.

Jeeg Robot

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