Diabolik

Diabolik *1/2

Il nuovo adattamento del personaggio ideato da Angela Giussani nel 1962 e diventato, grazie all’aiuto della sorella minore Luciana, un fenomeno editoriale e di costume soprattutto negli anni ’60 e ’70, è firmato dai fratelli Manetti per Raicinema.

Grande investimento produttivo, Luca Rea come consulente per ricostruire la Clerville immaginaria degli anni ’60, tre attori capaci di restituire le sfumature del triangolo su cui sono costruiti gli episodi e un certo gusto di genere che i due registi hanno sempre coltivato nella loro carriera cinematografica: gli elementi sembravano esserci tutti, eppure questo nuovo Diabolik è soprattutto un enorme fragoroso fraintendimento.

Forse spinti da Mario Gomboli, che dirige la testata di Diabolik dopo la morte di Luciana Giussani, i Manetti e Michelangelo La Neve hanno scritto la sceneggiatura del film, partendo dall’albo n.3 “L’arresto di Diabolik” e dal suo successivo remake, ricercando una fedeltà non solo alle storie, ma adeguando la messa in scena al tempo in cui queste sono ambientate.

Tuttavia il ritmo non è quello dei coevi formidabili James Bond di Terence Young e Guy Hamilton, punto di riferimento ancora oggi per l’escapismo cinematografico, ma quello compassato di uno sceneggiato televisivo, condito da una recitazione che usa la stessa enfasi teatrale, piombando il film in modo spesso insopportabile.

Ci si ritrova così all’interno di un lavoro che sembra un reperto del passato, a cui manca forse solo il bianco e nero per essere scambiato per un’episodio scartato, ripescato dalle teche Rai: la fotografia di Francesca Amitrano ci prova anche, desaturando i colori, spegnendo i contrasti e illuminando i volti con luce così piatta da simulare spesso le riprese televisive.

Se il prologo mostra l’unica scena d’azione, con il protagonista in fuga dopo un colpo notturno e l’ispettore Ginko ad inseguirlo senza successo, dopo i titoli il film racconta l’incontro tra il formidabile ladro e la bellissima ereditiera Eva Kant.

Quando l’anziano Mr.Kant muore in un incidente di caccia, lasciandole le sue ricchezze, Eva lascia il Sudafrica per raggiungere Clerville con un diamante rosa di inestimabile valore, su cui Diabolik ha già messo gli occhi.

Caron, il viceministro della giustizia corteggia senza successo Eva, che sopporta le sue avances perchè il politico conosce il suo passato e la ricatta.

L’ispettore Ginko mette in guardia la bellissima vedova sulle possibili attenzioni del criminale mascherato, ma grazie alle sue abilità mimetiche e ad una serie di maschere prodigiose, Diabolik riesce ad introdursi nella stanza di Eva Kant al Grand Hotel Excelsior, per rubare il gioiello.

Tra i due nasce immediatamente un’attrazione reciproca e una sintonia che può far a meno delle maschere che entrambi portano per mostrarsi al mondo.

L’obiettivo comune diventa così il viceministro ricattatore, mentre il solito Ginko cerca di incastrare Diabolik, senza riuscirci.

C’è un che di polveroso in questo adattamento senza sangue, senza passione, senza energie, tutto di maniera, glaciale e meccanico anche nella struttura narrativa.

I Manetti Bros che hanno trovato il successo nell’ultimo decennio soprattutto grazie a musical scatenati e coloratissimi, sembrano come imprigionati dall’atmosfera plumbea di questo Diabolik, sempre troppo serioso e pieno di sè, privo di una qualsiasi ironia, lontanissimo anche dalla deriva pop del film che Mario Bava aveva diretto nel 1968.

Il desiderio, assolutamente legittimo, di non modernizzare il personaggio ha tuttavia creato le premesse di un adattamento chiuso in se stesso, incapace di dialogare col pubblico, incapace di assumere una dimensione realmente d’autore, tradendo al contempo le sue schiette origini di genere.

Non ci capisce poi come si concili questa fedeltà al mood e ai trucchi anni ’60 con la ripetizione stucchevole dell’uso di machere così perfette, che sembrano stampate in 3D o frutto del lavoro sapiente di un equipe di truccatori prostetici degna di un film di Peter Jackson o di John Woo.

Il problema in questi casi è che l’identificazione non funziona mai, la sospensione dell’incredulità non scatta e tutto appare posticcio e forzato.

Mancano poi del tutto il fascino e il desiderio, in un film che riesce nell’impresa di mettere in scena uno dei baci più finti e posticci della storia del cinema italiano.

Di certo non aiutano gli infiniti 133 minuti di durata per una storia che avrebbe potuto essere raccontata nei canonici 50 minuti di una puntata di una qualunque serie.

La colonna sonora di Pivio e Aldo De Scalzi è interessante e funzionale, anche se i Manetti la usano un po’ troppo per sottolineare alcuni momenti narrativamente deboli. Tuttavia perchè le canzoni che si ascoltano sono di Manuel Agnelli? Non c’era nulla nel nostro sterminato patrimonio musicale di quegli anni da poter essere usato? Anche qui la coerenza dell’operazione traballa.

La scelta di Luca Marinelli nei panni del terrificante Diabolik è un capolavoro di miscasting: il formidabile interprete di Martin Eden, Lo chiamavano Jeeg Robot e Non essere cattivo non ha proprio il physique du rôle per interpretare l’impassibile e scaltro protagonista e non pare essersi divertito granché sul set, spesso palesemente annoiato dalle battute da fotoromanzo che è costretto a pronunciare.

L’idea di rifargli l’attaccatura dei capelli per renderla a punta è così innaturale da suscitare immediatamente una certa ilarità.

Non è un caso che nei prossimi due episodi che Raicinema ha già messo in cantiere (ripensateci!), verrà sostituito da un altro attore.

Valerio Mastandrea se la cava anche dignitosamente, in un ruolo ancor più evanescente, quello del solito ispettore sfortunato, che capisce tutto, ma arriva sempre in ritardo. Non basta una pipa continuamente tra le mani o all’angolo della bocca a donargli lo spessore che non ha.

E anche nel suo caso, il parrucchino non aiuta.

Quanto al cast dei comprimari, fanno tenerezza per quanto male sono costretti a recitare le loro battute, Alessandro Roia e Serena Rossi sembrano usciti dal set di Boris, ma non è colpa loro, sono i Manetti “ad averli disegnati così“.

L’unica che si salva è Miriam Leone. La macchina da presa l’adora letteralmente, ogni volta che si ferma sul suo viso il film improvvisamente si illumina.

Lei è la sola che sembra aver capito come interpretare la sua Eva Kant: ci mette sensualità, malizia, spregiudicatezza, fascino. Insomma restituisce al personaggio un po’ di quell’aura mitica che ha assunto nel corso degli ultimi 60 anni.

Peccato che da sola non possa salvare dal naufragio questo progetto sciagurato, mal concepito, che poteva essere molte cose diverse e che fondamentalmente non è riuscito ad essere nulla.

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