Lo spietato

Lo spietato **1/2

Nuova incursione di Renato de Maria nel mondo dei gangster e dell’Italia degli anni ’70 e ’80, Lo spietato, prodotto da Angelo Barbagallo per Raicinema  e Netflix ed uscito in sala come evento speciale prima di approdare sulla piattaforma di streaming, è un ritratto criminale decisamente riuscito, tratto dal romanzo Manager Calibro 9 di Piero Colaprico e Luca Fazzo.

De Maria con i suoi sceneggiatori Valentina Strada e Federico Gnesini, sembra avere in mente l’Henry Hill di Quei bravi ragazzi, costruendo un film che è singolare e plurale, contemporaneamente.

Il piccolo boss Santo Russo ne è il protagonista assoluto, il centro drammatico e la voce narrante, ma l’ambizione de Lo spietato è anche quella di ricostruire sullo sfondo il milieu criminale delle ‘ndrine calabresi della provincia di Milano, tra Corsico e Buccinasco, nel cuore del nord produttivo e laborioso.

Figlio di un affiliato, che aveva tradito ed era stato costretto ad emigrare da Platì fino in Lombardia, Santo dopo essere finito senza colpa al minorile Beccaria, si fa subito strada a colpi di rapine e piccoli colpi, fino a farsi notare dai boss Gaetani e Spadafora.

Dai supermercati alle gioiellerie il passo è breve e i sequestri di persona della seconda metà degli anni ’70 lo spingono verso il successo, assieme ai suoi amici di sempre.

Sposata Mariangela, una ragazza di origini calabresi, che come molte mogli preferisce non sapere, pur sapendo benissimo, arrestato sull’altare, quando esce da San Vittore si occupa di subappalti, costruzioni e auto rubate, prima di assaporare la Milano da bere, con un’amante francese, un fiume di eroina e un attico con vista sulla Madonnina.

Costruito da De Maria con competenza e senso del ritmo, attenendosi rigorosamente al cinema di genere, ma evitando derive citazioniste, il film è impreziosito da una ricostruzione d’ambiente originale, che richiama i polizieschi italiani di quegli anni, con le alfa romeo e le le strade strette e grigie della provincia milanese.

Indovinata la colonna sonora, curata da Riccardo Sinigaglia, che recupera magnificamente due brani poco noti di Peppino Gagliardi ed Enzo Carella, facendone il leit motiv dell’ascesa criminale e della caduta personale di Santo, messo con le spalle al muro da una vita vissuta sempre troppo veloce, ma capace di uscirne sempre con intelligenza.

Scamarcio ha l’attitudine giusta per il ruolo, sfrontato e ombroso, animalesco e istintivo, volgare e scaltro, nel ruolo dell’antieroe con la pistola.

Se il cinema italiano sta cercando di ritrovare la strada del prodotto di genere, capace di ridare fiato al racconto popolare, questo Spietato è certamente un buon inizio ed un prodotto perfetto anche per Netflix.

Si sarebbe potuto osare di più, la regia di de Maria è invisibile e un po’ anonima, senza sussulti, adeguata ad una confezione, che possa attraversare i continenti, come pretende chi distribuisce in 190 paesi.

…ça va sans dire…

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3 pensieri riguardo “Lo spietato”

  1. Nei decenni da te citati (anni 70 e 80) l’Italia ha prodotto tanti ottimi film. Soprattutto negli anni 70, quando spopolava il giallo all’italiana: conosci questo genere?

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