Moon Knight: delude l’apertura Marvel all’horror

Moon Knight **1/2

Moon Knight è una miniserie marginale rispetto all’Universo Cinematografico Marvel (MCU), presentando di fatto un unicum non solo per i personaggi coinvolti, ma anche per il tono narrativo, con una vena da horror psicologico finora sconosciuta agli altri prodotti della casa di Kevin Feige.

La storia racconta le vicende di Marc Spector, un uomo che, da un punto di vista strettamente clinico, soffre di un disturbo dissociativo dell’identità. La descrizione del disturbo è presente in modo rilevante, soprattutto nei primi episodi, dedicati alla presentazione dei personaggi: nelle concitate scene iniziali, nell’imprevisto risveglio tra le alpi austriache, nelle voci che risuonano nella testa del protagonista, nell’inseguimento in auto lungo una ripida strada di montagna, veniamo immersi nel disorientamento e nel dramma di chi non è padrone della propria mente. Marc nella serie appare in realtà solo in seconda battuta perché la prima personalità di cui facciamo conoscenza è quella di Steven, più mite e colto, che vive in un appartamento stipato di libri e vende souvenir al museo egizio di Londra. La sua più grande aspirazione è diventare una guida, ma la direttrice del museo non gli dà credito e, al contrario, lo relega a svolgere monotone attività di catalogazione ed etichettatura dei gadget per i visitatori. Egli, interpretato da Oscar Isaac (che per i fan di Star Wars si chiama Poe Dameron), si risveglia in posti sconosciuti, dopo aver compiuto azioni di cui non ha ricordo: per questo tenta di controllare i suoi spostamenti notturni con piccoli stratagemmi, come legarsi al letto con una catena. Marc Spector è invece la personalità più avventurosa di colui che, con il passare degli episodi, scopriamo essere il supereroe Moon Knight. Marc è un esploratore che ha partecipato a diverse spedizioni alla ricerca di tesori archeologici. Durante una di queste il socio, Raoul Bushman, per avidità ha ucciso tutti i partecipanti alla spedizione, tra cui il Dott. El Fouly, stimato archeologo e padre di Layla (May Calamawy), che diverrà la moglie di Marc, nonché sua compagna di avventure. In punto di morte, è il Dio egizio Khonshu[1], di cui Marc ha trovato la tomba durante questa sfortunata spedizione, a salvarlo, trasformandolo nel suo avatar. Ogni Dio ha infatti un proprio avatar, per mezzo del quale agisce sulla terra. Marc/Steven si trova così coinvolto in quella che assomiglia molto ad una guerra tra divinità, con l’obiettivo di fermare l’avatar di Ammit, il veggente Harrow (Ethan Hawke), intenzionato per conto del suo Dio a purificare il mondo, togliendo la vita a tutti coloro che verranno giudicati indegni. La sfida per Moon Knight è quindi doppia: cercare una conciliazione tra le proprie identità (che si scopriranno essere tre) e fermare il progetto distruttivo di Ammit.

Moon Kinght era atteso con curiosità e interesse dagli appassionati Marvel, soprattutto dopo l’altisonante presentazione dello stesso Feige, che ne aveva rivendicato con orgoglio il carattere mistery e il tono “brutale”.

Se la tensione psicologica era già presente in altre produzioni del MCU, soprattutto con personaggi come Wanda Maximoff e Doctor Strange, la narrazione approfondita del disagio psichico, unita alla sovrabbondanza di violenza e ai toni dark sono assolutamente nuovi. Ci troviamo quindi di fronte a un’estetica diversa da quelle a cui tradizionalmente ci ha abituato il MCU. Non è del resto solo una questione di forma: il protagonista è instabile, dissociato in più personalità e la malattia ha un peso determinante nella sua caratterizzazione: un aspetto che sembra spostare l’asticella verso un pubblico più adulto, anche se il range previsto è dai 16 anni in su. Anche il peso della mitologia è crescente: finora le figure mitologiche presenti negli show MCU, come Loki e Thor, erano presentate piuttosto come esseri di altri pianeti, mentre invece qui il ruolo degli dei e del loro concilio, l’Enneade, è decisamente più rilevante. Anche in Eternals (link) i celesti appaiono più come esseri di altri mondi che come veri e propri dei. Per quanto anche in questo caso le divinità egizie siano rappresentazioni piuttosto stereotipate e mainstream, l’apertura alla sfera mitologica pone ai fan diverse domande, soprattutto rispetto agli sviluppi futuri: sarà quindi interessante capire se questo filone resterà scollegato dal MCU o se in futuro si intreccerà con le altre narrazioni, spostando il focus dal multiverso all’atemporalità delle figure divine/mitologiche.

Mohamed Diab ha curato la regia di tuti gli episodi, tranne il secondo e il quarto. Messosi in luce con il film Cairo 678, Diab è il primo regista arabo a dirigere un progetto Marvel: una scelta che ha permesso di evitare immagini troppo patinate e scontate. Complessivamente la regia ci è parsa di buon livello, a tratti perfino interessante, se non fosse per il finale, decisamente inadeguato, anche dal punto di vista tecnico. Pesa particolarmente nel giudizio complessivo perché segue un episodio davvero interessante, Asylum, il quinto. Del resto questo alternarsi di cose buone, che funzionano, a cose che non vanno, vale un po’ per tutti gli aspetti della serie. Il limite di Moon Knight, a parte una personalità meno definita di quanto non ci si potesse aspettare, è che soffre di discontinuità. Se il racconto londinese funziona, così come quello nell’ospedale psichiatrico, l’avventura in Egitto e per estensione le parti action, sono più deboli. Così come gli effetti speciali che convincono meno del solito.

Il capo del team di sceneggiatura è Jeremy Slater (Fantastic 4, The Umbrella Academy, The Exorcist) ma, nonostante la sua esperienza, la scrittura è un punto debole della produzione. Si passa infatti da una prima fase convincente a una parte centrale maggiormente statica, per poi ricominciare a correre e così approdare a un finale con troppa carne al fuoco, che lascia buchi e sceglie qualche soluzione troppo semplicistica. Il cattivo di turno, Harrow è poi delineato in modo bidimensionale, senza approfondimenti di sorta. A livello visivo la serie piacerà a quanti amano i richiami vintage all’antico Egitto, con molte scene ambientate tra statue, mummie, geroglifici. Tra le interpretazioni, va certamente ricordata quella del protagonista, Oscar Isaac (Show me a Hero[2] e The Card Counter [3]  capace di muoversi tra le diverse personalità di Moon Knight senza andare ‘fuori giri’, così come quella di Ethan Hawke (Prima dell’alba, Training Day, Boyhood), ovvero Arthur Arrow, avatar della dea Ammit[4], un villain credibile e inquietante, fin dal suo apparire nel primo episodio della stagione. Nella sua performance, Hawke si è ispirato al predicatore statunitense David Koresh[5] per la parte di veggente e alla figura di Carl Gustav Jung quando svolge il ruolo di psicoterapeuta. Per Marc i riferimenti sono stati invece soprattutto alla figura di Indiana Jones, di cui abbiamo una divertente citazione nell’episodio quattro, The Tomb.

La colonna sonora spazia attraverso generi e tempi, proprio per indicare questo mix temporale e spaziale: si va dalla musica arabeggiante agli Wham!, da Bob Dylan a Sh4dOwStrider.

La produzione è stata inizialmente pensata come una miniserie e tale dovrebbe restare, anche se il finale post-credit e i buchi narrativi lasciano ipotizzare ulteriori possibili sviluppi, tra cui anche una seconda stagione. Va detto che all’affezionato pubblico Marvel Moon Knight è piaciuta e questo sicuramente conterà nelle scelte dei produttori.

Titolo originale: Moon Knight
Durata media degli episodi: 50 minuti
Numero degli episodi: 6
Distribuzione streaming: Disney+
Genere: Horror, Drama.

Consigliato: a chi cerca un prodotto originale e avventuroso, con la disponibilità a lasciarsi condurre dalla narrazione, godendo dell’avventura più che della finezza psicologica e del singolo episodio più che della compattezza dell’insieme.

Sconsigliato: a quanti si aspettano un prodotto pienamente integrato nel MCU: siamo di fronte ad una divagazione, autonoma per stile e contenuti. O almeno così pare …

Visioni parallele: naturalmente il pensiero va ai fumetti Marvel che raccontano le vicende di Moon Knight, editi in Italia da Panini Comics.

Un’immagine: più che un’immagine, un oggetto e cioè lo specchio che ritorna con insistenza come strumento per rappresentare e raccontare la frattura della personalità di Marc/Steven. E’ questa una delle cose migliori dello show che però non riesce a sviluppare in modo altrettanto compiuto anche gli altri profili, come quello del villain Harrow o della compagna di avventure Layla.

[1] Khonshu è il dio della luna, del tempo e della giovinezza. Per questo motivo inizialmente il personaggio è stato noto in Italia come Lunar. Il nome Khonshu fa riferimento al termine viaggiatore ed è rilevante perché la luna gestisce le piene del Nilo influenzando così i cicli di vita degli uomini.

[2] Show Me a Hero (HBO, 2015).

[3] Il collezionista di carte (2021).

[4] Ammit è nota come “divoratrice di cuori” perché assiste al rito del peso del cuore del defunto (psicostasia) e se ne ciba, qualora pesi più della piuma posta sull’altro piatto della bilancia. Accovacciata ai lati della bilancia dove Osiride pesa il cuore del defunto, Ammit presenta la parte anteriore del corpo di leonessa, le zampe posteriori di ippopotamo e la testa di coccodrillo. A differenza degli altri dei, sembra quindi impersonificare solo valori negativi ed è con questa connotazione che ci viene presentata nella serie, ma nella realtà è piuttosto da considerarsi un guardiano, una figura che presiede quindi ai riti di purificazione e di passaggio.

[5] David Koresh (1959-1993) è stato il leader del gruppo religioso dei davidiani, una costola della Chiesa avventista. Chi fosse interessato alla sua controversa figura e all’assalto al ranch di Waco sede della setta può vedere il film Bad Dreams o la miniserie Waco (link).

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