The Guilty

The Guilty **

Il remake americano del thriller danese Il colpevole, opera prima di Gustav Möller, premiato al Festival di Torino, cade nel sottogruppo delle copie pedisseque che riprendono l’originale senza modificare pressochè nulla.

Il film del 2018 non aveva alcun bisogno di essere riaggiornato, eppure Jake Gyllenhaal ne ha acquistato i diritti e ha affidato a Nic Pizzolatto (True Detective) l’adattamento americano, con Antoine Fuqua dietro la macchina da presa.

Impegnato di solito in action decisamente più movimentati, qui Fuqua deve adattarsi ad un set unico, due stanze della stazione del 911 della polizia di Los ANgeles, dove è stato degradato il detective Joe Baylor, finito a processo per aver ucciso un ragazzo durante il servizio.

Dopo mesi di indagini l’indomani il suo compagno testimonierà per lui.

Ma il suo turno alla centrale delle comunicazioni sarà assai più complicato del previsto perchè una donna di nome Emily si mette in contatto con il 911, fa capire di essere stata rapita dall’ex marito e di aver lasciato a casa da soli i suoi due figli.

Un pezzo alla volta Joe cerca di ricostruire i pezzi di un puzzle che gli offrirà una verità solo immaginata, molto lontana dalla realtà.

Nel frattempo Los Angeles brucia per gli incendi, le pattuglie scarseggiano, il suo collega non sa bene cosa dirà al processo e la sua famiglia lo sta abbandonando.

Salvare Emily e i suoi bambini diventa così un’occasione di riscatto, che Joe non può mancare, anche a costo di passare sopra i protocolli e mettersi di nuovo nei guai.

Il film di Fuqua, esattamente come l’originale è costruito tutto al telefono e non abbandona mai il suo protagonista, in scena dal primo all’ultimo secondo, quasi sempre seduto al suo desk, nella centrale, con le cuffie in testa e un wall di monitor davanti a sè, per monitorare le chiamate, le informazioni, le celle telefoniche.

Thriller tutto di parole, chiuso in un dramma “da camera”, The Guilty non aggiunge nulla alle dinamiche psicologiche dell’originale, che ripete pedissequamente, persino del twist drammatico finale, che capovolge quanto avevamo immaginato sino a quel momento.

Pizzolatto sembra aver semplicemente inserito il copione di Gustav Möller e Emil Nygaard Albertsen in Google translate, districandosi brillantemente in un lavoro privo di grandi fatiche.

Il peso del film ricade così su Jake Gyllenhaal, che da buon americano ci mette il doppio dell’enfasi di Jakob Cedergren, l’impassibile protagonista danese, facendone unone man show attoriale tutto giocato sull’istrionismo, l’alternarsi di scatti d’ira, rabbia, impotenza, paura, orrore, disillusione, determinazione.

C’è un po’ tutto. Ce n’è forse troppo. Che Gyllenhaal sia attore formidabile lo sappiamo da un pezzo. Lo preferiamo tuttavia minimalista e composto come in Prisoners o generoso e innocente come in Zodiac oppure ancora sociopatico e ossessivo come in Lo sciacallo-Nightcrawler.

Fuqua gli lascia campo libero e il manierismo prende il sopravvento.

La sua messa in scena muscolare si nutre questa volta sostanzialmente di primi piani e di una coreografia di oggetti: luci rosse, tasti, chiamate in attesa, cellulari che vibrano.

La dimensione morale, che pure il titolo evoca ancora chiaramente, è giocata al ribasso, secondo uno schema psicologico piuttosto fragile e forzato.

In originale le voci al telefono sono di Riley Keough e Peter Sarsgaard (Emily e Henry) e Ethan Hawke (il sergente Miller).

Solo per chi non ha visto l’originale. Inutile.

 

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