No Time To Die

No Time To Die **1/2

Avevamo lasciato James Bond e la misteriosa psicologa Madeleine Swann, figlia di Mr.White della Spectre, allontanarsi assieme sull’impeccabile Aston Martin DB5.

No Time To Die si apre con un ricordo doloroso del passato di Madeleine: un killer dalla maschera bianca, una vendetta mancata, un salvataggio provvidenziale.

Ritroviamo lei e Bond in Italia, a Matera, a cercare di fare i conti con i propri segreti e il peso del passato. Quando però una bomba attende Bond sulla tomba di Vesper Lynd, l’agente 007 teme di essere stato tradito ancora una volta.

Sopravvive ad un nuovo tentativo di ucciderlo da parte di un killer con un occhio solo, ma abbandona Madeleine su un treno e si rifugia da solo in Giamaica per cinque anni, dopo aver lasciato anche l’MI6.

Quando Waldo Obruchev – uno scienziato che dovrebbe lavorare per M ad un’arma batteriologica capace di uccidere chirurgicamente grazie al DNA – viene rapito, la CIA si mette sulle sue tracce e Felix Leiter chiede al suo vecchio amico di dargli una mano per catturarlo a Cuba.

Qui, grazie all’agente Paloma, Bond riesce a identificare Obruchev, ma scopre che l’MI6 ha altri programmi e all’interno della CIA si muovono forze oscure.

Per cercare di scoprire chi si cela dietro il rapimento di Obruchev, Bond sarà costretto a tornare da Blofeld, rinchiuso in una prigione di massima sicurezza, dove l’unica ammessa è proprio la Dott.ssa Madeleine Swann.

Fin dall’inizio questo No Time To Die è nato come capitolo conclusivo dell’epopea bondiana di Daniel Craig, che in quindici anni ha trasformato radicalmente l’agente segreto al servizio di Sua Maestà, compiendo ogni volta un passo deciso verso un rinnovamento sempre più evidente dei suoi cliché. Quelli di un personaggio che Ian Fleming aveva immaginato nei primi anni ’50, quando, come ha scritto Peter Bradshaw sul Guardian, lo zucchero e la carne erano ancora razionate.

L’agente seduttore per antonomasia, impeccabilmente vestito in Saville Row, dotato di licenza di uccidere grazie alla sua Walter PPK d’ordinanza, che viaggia su una Aston Martin opportunamente rivisitata e corazzata e beve Vodka Martini “shaken not stirred” è ormai un reperto della Guerra Fredda e un residuo resistente di figure maschili archetipiche, ma certamente poco in sintonia con i nostri giorni.

La bravura dei produttori e della coppia Purvis & Wade, che ha curato le sceneggiature di tutti i nuovi episodi, accompagnata da Paul Haggis, John Logan e ora da Phoebe Waller-Bridge, è stata quella di scegliere con Craig un Bond diverso, sin dall’inizio.

Biondo e con gli occhi azzurri, dal fisico scolpito, rude e di poche parole, una macchina d’azione che al fascino seduttivo di chi non sembra mai avere dubbi ha sostituito debolezze e malinconie private, che hanno incrinato sin da subito il suo sorriso sornione.

La morte di Vesper in Casinò Royale è una ferita che Bond non sembra essere mai riuscito a rimarginare per davvero e quando, nell’incipit di questa ultima avventura, lo vediamo sulla sua tomba, forse per l’ultima volta, possiamo sentire anche noi il peso del passato che si allontana, per un attimo, grazie a Madeleine.

Per la prima volta Bond, pur circondato da personaggi femminili, non sembra neppure interessato a sedurli. Non l’agente Paloma di Ana de Armas, che pure nei pochi minuti in cui appare finisce per rubare la scena a tutti, grazie forse anche al contributo della Waller-Bridge capace di scriverle un pugno di battute veramente surreali e indovinate.

Non la Nomi di Lashana Lynch, la nuova agente 007, che dopo un buon inizio, sembra perdere un po’ la sua verve irriverente.

Neppure la nuova Moneypenny di Naomi Harris ha buone chance, anche perchè qui viene relegata al ruolo di segretaria di M, come nei film di Sean Connery.

No, l’unica donna per Bond, questa volta, è proprio la Madeleine di Léa Seydoux, che attira tuttavia soprattutto rimpianti e mistero.

Fukunaga, al primo film bondiano, non mi pare riesca sempre a trovare il ritmo giusto: il suo No Time To Die sembra un Vodka Martini solo mescolato e non propriamente shakerato.

Sequenze di indubbia efficacia, come la fuga da Matera o l’esfiltrazione di Obruchev a Cuba o l’assalto nel bosco nebbioso si alternano ad altre assai meno riuscite in cui anche la fotografia dello svedese Linus Sandgren, di solito collaboratore di Chazelle e David O.Russell, sembra molto diseguale: il riuscito dualismo tra arancioni e blu, soprattutto nelle scene notturne, si dissolve in quelle diurne, spesso raffazzonate e iper-illuminate.

Le musiche di Hans Zimmer sfruttano intelligentemente il tema di Monty Norman, arrangiato da John Barry, così come la nuova title track di Billie Eilish e All the Time In The World, che Louis Armstrong cantò per Al servizio segreto di sua maestà, uno dei Bond migliori di sempre e quello che più si avvicina a questo conclusivo No Time To Die, per temi e malinconie.

E’ del tutto evidente che, rispetto agli altri attori che hanno prestato il loro volto all’agente di Fleming, i cinque Bond di Craig costituiscono una parabola compiuta, perfettamente circolare, che si apre con la messa in scena del primo romanzo, Casinò Royale, e poi ricostruiscono pezzo dopo pezzo un personaggio capace di sfidare la tradizione senza timori, sino ad avere la forza di scrivere la parola fine, senza compromessi e senza ambiguità.

E lasciando al(la) prossimo(a) interprete, una tela bianca da cui ricominciare, senza debiti col passato.

 

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