La storia di Lisey: un viaggio onirico nella mente umana tra reale e immaginario

La storia di Lisey ***

Sono passati ormai più di due anni da quando Scott Landon, scrittore di successo, è morto. La moglie Lisey è riuscita ad andare avanti in qualche modo, seppellendo il dolore e sperando che il tempo le portasse un po’di sollievo. Una tattica che le ha permesso di sopravvivere, ma che non regge quando anche la sorella maggiore, Amanda, mostra i segni della malattia di cui soffriva Scott: si assenta, perde il contatto con la realtà e si taglia per far uscire il male che sente dentro di sé. Aiutarla non è semplice: Lisey e la sorella minore Darla sembrano avere idee piuttosto diverse su cosa sia meglio fare. Anche l’assistenza di una clinica specializzata non sembra sufficiente. Per far ritornare la sorella dallo spazio della mente (anche se appare subito chiaro che è uno spazio molto reale),  dove si è rifugiata e per affrontare un fan del marito, Jim Dooley,  che inizia a molestarla pur di farsi consegnare le opere di Scott non ancora pubblicate, Lisey deve intraprendere un viaggio pericoloso tra reale e soprannaturale, tra il sogno e la veglia: ripercorrendo la drammatica infanzia di Scott, insieme alle tappe più belle della loro storia d’amore, trova il coraggio per completare questo percorso, sconfiggere le forze oscure che incatenano Amanda ed eliminare la minaccia costituita da Dooley. Solo a questo punto può dire addio a Scott e andare avanti.

Il rapporto tra Scott (Clive Owen) e Lisey (Julianne Moore) viene progressivamente a comporsi, come in un puzzle, rievocato nella memoria da ricordi che si frappongono al presente, in un modo che non sembra oppositivo, ma piuttosto inclusivo. In più occasioni, in questo movimento nel tempo della mente, si ha la sensazione che il tempo quotidiano, scandito da impegni e abitudini, non esista più e che anche il presente altro non sia che una proiezione, un ricordo o, forse, un sogno. Lo spettatore che si lascia trasportare dal flusso delle immagini e dalla forza del raccontare (più che del racconto) fatica a tornare alla dimensione quotidiana, proprio come Lisey vorrebbe abitarla solo con i ricordi in cui ritrova il calore del marito, per quanto mai esente da malattia e dolore.

E’ soprattutto la famiglia di Scott a diffondere il seme del Male nella narrazione, sia per i problemi psicologici del padre, Andrew (Michael Pitt) letteralmente ossessionato dal Male, sia per il comportamento del fratello Paul (Clark Furlong) che con il tempo diventa sempre più strano e pericoloso. Della famiglia di Lisey invece sappiamo ben poco e quel poco racconta di un’infanzia felice, di un padre e di una madre impegnati a crescere tre sorelle nel Maine, in un contesto agiato e certamente meno problematico dell’agghiacciante fattoria in cui è cresciuto Scott. E’ proprio questo luogo, dove il Male si manifesta soprattutto nella mente, a spingere Scott a costruirsi uno spazio mentale protetto, Boo’ya Moon, in cui il Male incombe, ma la dialettica con il bene (l’acqua della pozza) gli impedisce di avere l’ultima parola. La storia non ci racconta come il giovane Scott ci sia arrivato: certamente la necessità di rifugiarsi nella propria fantasia, di attingere alla fonte inesauribile dell’immaginazione per superare la drammatica realtà del presente ha avuto un ruolo, così come le tante letture a cui si fa un fugace riferimento.

La serie è tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King del 2006 e per la prima volta ha visto lo scrittore impegnato direttamente nella sceneggiatura e nell’adattamento televisivo. Nel romanzo ci sono molti temi cari alla sua poetica, in particolare la trattazione del Male (fisico e metafisico) e del coraggio che le persone attorno a noi ci possono dare per affrontarlo: amici, sorelle/fratelli, la famiglia, il compagno/a oppure, come per Lisey, anche solo il ricordo dell’amore. A questi temi va aggiunta una spiccata componente autobiografica a cui lo stesso autore ha fatto riferimento a più riprese:  l’idea di come la moglie avrebbe affrontato la sua morte è alla base  del romanzo ed è nata dopo il ritorno a casa da una lunga degenza, quando King trovò le sue opere adagiate in uno scatolone e il suo studio svuotato. Anche Lisey, con la sua peculiarità di essere così importante, ma pure così trasparente per il marito, rimanda al rapporto speciale di King con la moglie Tabitha. La sceneggiatura non è però riuscita a tradurre la storia in modo omogeneo per tutti gli episodi: se l’apertura e la chiusura riescono a mantenere un buon ritmo, lo stesso non può dirsi per la parte centrale, che invece finisce per essere un  po’ troppo involuta e a tratti confusionaria.

Un discorso particolare merita l’aspetto estetico. La scelta del regista è caduta su Pablo Larrain (Ema, Jackie), a cui è stato chiesto di filmare tutti gli episodi. E’ una pratica non usuale nella serialità televisiva e dimostra la volontà di attribuire alla serie una precisa identità visiva. A Larrain è stato chiesto, da King e da J.J. Adams (Lost), produttori esecutivi della serie, di mescolare vita reale e sovrannaturale, dando al racconto il suo personale tocco estetico. Ne sono usciti otto episodi di grande qualità formale, girati privilegiando l’utilizzo di una luce fredda che crea un effetto distaccato, di chi prende le distanze dalla materia per poterla affrontare, sia essa il mondo, il dolore, i ricordi.

Proprio per questo, per questa impietosa analisi del dolore, la serie non è facile, disturba, mette a disagio, provoca, disorienta.

Come del resto fanno solo le opere d’arte. Non che questo basti per acquisire una qualche forma di immunità dalle critiche: ci sono diversi aspetti incompiuti nella sceneggiatura, qualche particolare si perde per strada, si sente la mancanza di una vita quotidiana verosimile per i protagonisti. A volte il racconto è troppo letterario, troppo lontano dalla vita di tutti i giorni per essere veramente nostro. La regia di Larrain, raffinata e significativa, si trova costretta dalla materia narrata ad aderire  alla risoluzione sovrannaturale, più accettata che condivisa. L’alto livello tecnico trova comunque conferma nella straordinaria fotografia di Darius Khondji (Too Old To Die Young, Okja) e nelle composizioni musicali di Clark (The Last Panthers), in piena sintonia con il paesaggio del Maine e, soprattutto, con quello mentale di Lisey.

Da segnalare le interpretazioni di tutto il cast, ma certamente in particolare quella di Julianne Moore e di Clive Owen, entrambi in grado di gestire i propri personaggi senza retorica, enfasi o sovraesposizione. Sono interpretazioni essenziali, quasi chirurgiche. Così come lo è quella di Michael Pitt che interpreta Andrew Landon, il padre di Scott e Paul. E’ forse lui il vero villain della storia, quello che più di chiunque altro lascia perplessi, ammutoliti ed impauriti. I suoi gesti sono davvero imprevedibili e disturbanti (oltre che disturbati) anche più di quelli di Jim Dooley, interpretato da Dane DeHaan. Ottime anche le performance delle sorelle di Lisey:  Joan Allen che interpreta la maggiore, Amanda e Jennifer Jason Leigh che interpreta la minore, Darla.

La bellezza, l’accuratezza formale e le interpretazioni dei protagonisti depongono a favore di una visione non facile, ma che merita il vostro tempo. Un piacere freddo e molto cerebrale, adatto alle serate estive.

Titolo originale: Lisey’s Story
Durata media degli episodi: 55 minuti
Numero degli episodi: 8
Distribuzione streaming: Apple TV
Genere: Thriller, Drama, Horror.

Consigliato: a quanti sono disposti ad approcciare un’opera che nasce da due mondi artistici piuttosto lontani a livello formale e contenutistico. Dall’incontro nasce un prodotto ostico che va accettato ed esplorato, con una grande qualità formale.

Sconsigliato: ai puristi di King e di Larrain. L’opera è figlia di entrambi, anche se in misura diversa, ma non soddisfa pienamente chi ha delle aspettative precise legate ai mondi dei due artisti. La crasi è da assaporare più con la mente che con il cuore e questo non giova a chi è in cerca di una storia emotivamente coinvolgente.

Visioni parallele: per gli appassionati delle storie di Stephen King rimandiamo ad una delle serie tratte dai suoi libri che ci sono piaciute maggiormente: The Outsider. In questa produzione HBO del 2020, le indagini per scoprire cosa si nasconda dietro all’omicidio di un bambino in una piccola comunità di provincia, portano il razionale detective Ralph Anderson e la sua collaboratrice dotata di capacità pre-razionali, Holly Gilbney, a confrontarsi con El Cuco, una variante dell’uomo nero molto diffusa nella mitologia ispanica.

Per quanti fossero interessati al cinema più politico di Larrain, consigliamo di iniziare con  No – I giorni dell’arcobaleno del 2012, che racconta la campagna sul referendum del 5 Ottobre 1988 indetto da Pinochet ,su pressioni internazionali, in merito alla prosecuzione della sua presidenza/dittatura che durava dal 1973. Quello che nelle intenzioni doveva essere uno strumento in mano alla dittatura per legittimare il mantenimento del potere oltre la naturale scadenza del mandato presidenziale di 8 anni, si rivelò a sorpresa il primo passo verso il ritorno del Paese alla democrazia. Con i film successivi Larrain racconta piuttosto la contemporaneità del suo Cile, in particolare con Ema (link) del 2019 e sperimenta nuove forme espressive, meno strutturate, per sorreggere una visione del rapporto tra individuo e potere più dialettica. E’ peraltro significativo che questo avvenga soprattutto con tre film in cui le donne sono protagoniste: Jackie, Ema e Spencer.

Un’immagine: più che un’immagine, un simbolo. L’acqua. E’ l’acqua che permette di connettere, collegare i due mondi, quello reale e quello in cui Scott e Amanda si rifugiano; è l’acqua che cura, tramite la fonte miracolosa a cui tutti attingiamo per trovare ristoro; è l’acqua che fa scorrere via le ferite della vita, quando tracima dai rubinetti ricoprendo le cose; è l’acqua che rivitalizza, quando piove dentro casa, donando nuova prospettiva e vigore al quotidiano. L’acqua è anche quella che cade dal cielo, sotto forma di neve o di pioggia, è quella che, vaporizzata sotto forma di nebbia, ricopre avvolge e nasconde il creato. L’acqua è il simbolo vitale per eccellenza e in tutta la serie viene esaltata per questa sua capacità che la rende creativa curativa e feconda. Dall’acqua affiora il corpo di Dooley  smembrato dallo Spilungo e poi, una volta impacchettato, all’acqua viene nuovamente consegnato. Nell’acqua si abbandonano coloro che hanno finalmente deciso di lasciare l’anfiteatro /purgatorio/pozza e di abbracciare l’aldilà. La trasparenza dell’acqua, il suo essere essenziale rimanda a Lisey, al suo ruolo nel processo creativo di Scott. L’acqua di Scott è l’amore della moglie.

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