The Outsider: interpretazioni intense e tensione psicologica, per una delle migliori serie dai libri di King

The Outsider ***1/2

Il cadavere di un bambino viene trovato orrendamente mutilato in un bosco, sconvolgendo la vita di una piccola comunità della provincia americana. Gli indizi portano il detective Ralph Anderson, interpretato da Ben Mendelson, ad arrestare Terry Maitland (Jason Bateman), stimato da tutta la comunità e padre di due bambine. L’uomo si professa innocente, ma diverse testimonianze e le tracce del suo Dna trovate sul corpo del ragazzino ucciso sembrano non lasciare spazio a dubbi. Maitland viene dunque arrestato, mentre sta assistendo ad una partita di baseball tra i ragazzi della squadra locale di cui è allenatore. La cosa sorprendente è che altre prove lasciano invece presupporre che il coach non fosse nemmeno in città quando il ragazzino veniva barbaramente ucciso: un video infatti lo mostra ad una conferenza in Ohio.

La drammatica morte di Maitland, ucciso dal fratello della giovane vittima mentre si recava in tribunale per il processo, sembra concludere l’indagine, ma qualcosa non torna a Ralph Anderson che continua ad indagare, scontrandosi con una situazione che la sua razionalità investigativa non riesce a superare. Come può un uomo essere in due posti contemporaneamente? Per rispondere a questa domanda serve un approccio diverso, proprio quello che garantisce alle indagini l’investigatrice Holly Gibney (Cynthia Erivo). Holly con  la sua sensibilità pre-razionale riesce a scoprire connessioni impreviste che coinvolgono diversi casi analoghi in tutto il Paese e che rimandano ad un’entità malvagia che si nutre letteralmente del dolore delle sue vittime: El Cuco, una variante dell’uomo nero, creatura mitica diffusa soprattutto nella tradizione popolare ispanica. Con il passare del tempo si creerà una vera e propria squadra di investigatori, con personalità e propensione al paranormale molto diversa, ma unita dalla disponibilità a fare tutto il necessario per arrivare a fermare questa misteriosa creatura.

Stephen King l’ha definita tra le migliori trasposizioni dei suoi lavori. Considerando che i precedenti illustri non mancano (cfr. la nostra recensione di Mr. Mercedes, ma anche una miniserie di qualità come 22.11.63) direi che la valutazione del maestro americano ha un suo peso specifico, soprattutto perché le scelte compiute da Price e dalla sua squadra di sceneggiatori che comprende anche lo scrittore Dennis Lehane  hanno una specificità narrativa che in diversi punti si allontana dal libro.

E’ come se la serie avesse attinto ai temi cari all’universo narrativo di King e li avesse rielaborati in un racconto con meno spazio alle indagini e più alla psicologia dei personaggi, con meno azione e più introspezione. L’analisi della provincia americana, dei suoi valori e disvalori, delle sue ritualità sociali; l’importanza che ha il lavoro di squadra per raggiungere un obiettivo; l’amicizia come strumento per affrontare il buio; il dolore che ferisce e accartoccia, ma non spezza la fiamma della vita: sono tutti temi cari alla narrativa di King, ma qui vengono interpretati con una sensibilità diversa.

L’universo di King è soprattutto una dissezione scientifica del male in tutte le sue forme. Un male che travalica la ragione umana e di fronte al quale è difficile ribellarsi. Qualcuno ci prova, come fa Jack Hoskins (Marc Menchaca), ma deve poi soccombere. La forza per affrontare il male viene dall’interno, lo strumento migliore è rappresentato dall’amicizia e dal lavoro di squadra, le persone che hanno una marcia in più sono quelle al limite della società, gli outsider appunto.

Se Holly è il prototipo dell’outsider per il suo essere così singolare, anche Anderson appare comunque un uomo diverso dagli altri: una diversità che lo porta ad indagare anche quando il caso sembra chiuso, quando la maggioranza delle persone si sarebbe limitata a metterci una pietra sopra e a cercare dentro di sé le energie per andare avanti più che per continuare le indagini, tanto più che nella serie, a differenza di quanto accade nel romanzo, Anderson e la moglie stanno ancora elaborando il lutto per la morte del figlio.

Chi fa correre lo show è Richard Price, autore tra l’altro di una delle serie più apprezzate degli ultimi anni, The night of e collaboratore della mitica The Wire. Il racconto ha ritmi lunghi, adottando il passo fermo di una versione immersiva che non ha fretta: la storia è adagiata in modo uniforme nell’arco dei dieci episodi, forse con qualche eccessiva distensione narrativa. Il modello è rappresentato da serie come Sharp Obects (di cui condivide anche alcune scelte a livello fotografico) e True Detective. Alla regia nei primi due episodi Jason Bateman, vincitore di un Emmy per l’episodio ‘Reparations’ della serie Ozark e che qui vediamo interpretare anche il coach Maitland. La fotografia è poco satura, così da rendere l’immagine opaca e tendente al grigio, in modo da confondere i contorni, scelta peraltro rafforzata dalla particolare modalità di messa a fuoco adottata in molte scene.

Gli attori riescono a rendere l’energia trattenuta dei protagonisti in modo affascinante. Mendelsohn, che abbiamo già visto in Rogue One, nei panni di Orson Krennic  e nella serie Bloodline per cui ha anche vinto un Emmy per il ruolo di Danny Rayburn, conferisce spessore all’investigatore Anderson, trasmettendoci non solo il suo impegno ed il suo tormento professionale, ma anche tutto il sommerso dolore che lo attraversa per la morte del figlio e che complica il rapporto con la moglie Jeannie (Mare Winnigham).

La sua energia non si è spenta e non è nemmeno affievolita, sembra piuttosto trattenuta: una diga la ostruisce e con il trascorrere delle vicende capiamo che quella diga è soprattutto il bisogno di comprendere e razionalizzare quanto è successo. La scelta di dover affrontare il trauma per la morte del figlio immerge il personaggio in una dimensione di dolore che lo chiude a livello sociale, ma spalanca mondi interiori. Un dolore raccontato in modo diretto, composto, senza eccessi. Per liberare l’energia di Anderson serve il passaggio ad una modalità di indagine (e cognitiva) pre-razionale, in cui le risposte risiedono in una parte profonda di noi che non deve necessariamente essere spiegata e descritta.

E’ la via di Holly Gibney che è un personaggio a cui la serie dedica più spazio di quanto non faccia il libro: comprimendo la prima metà del testo nei primi due episodi, Holly compare sulla scena prima di quanto previsto da King. Ed è un’altra scelta vincente, anche grazie all’ottima interpretazione di Cynthia Erivo (Aretha Franklin nella serie Genius) che riesce nel compito di metterci in contatto con una mente complessa, senza retorica e senza gli eccessi che avrebbero minato la credibilità del racconto. Al contrario il suo personaggio è quasi sognante, sospeso in un mondo parallelo, ma non alienato da quello che la circonda e dalle persone che le stanno al fianco, per cui prova sentimenti e con cui condivide emozioni profonde.

Anche nel descrivere il personaggio di Holly la serie prende le distanze dal modello letterario: Holly non sembra godere del proprio lavoro, ma piuttosto compierlo come un qualcosa che non può fare a meno di fare. I mondi interiori spalancati dal dolore per la perdita del figlio consentono ad Anderson di entrare, lentamente, in sintonia con Holly. Il tempo che la serie si prende per descrivere questo lento avvicinamento di due mondi diversi, ma complementari è decisivo per la qualità dello show. Come sempre il livello del cast si dimostra soprattutto nei personaggi minori, quelli con meno spazio narrativo: difficile trovare una nota stonata nelle interpretazioni intense, ma mai sopra le righe dello stesso Bateman nel doppio ruolo del coach Maitland o in quella di Paddy Considine nel doppio ruolo di Claude Bolton, entrambi in versione umana e demoniaca.

Anche Mare Winnigham (la signora Anderson) e Julianne Nicholson (la signora Maitland) ci raccontano di un’amicizia femminile intensa e diretta, con personaggi che attraversano il dramma senza enfasi, ma con coraggio e determinazione. Sono figure femminili forti che svolgono il proprio ruolo di madri e professioniste seppur scosse da eventi drammatici. La scelta della sceneggiatura è stata quella di valorizzare al massimo i personaggi, anche quelli minori, lasciando a ciascuno lo spazio necessario per esprimersi in modo compiuto e sfruttando in questo la grande abilità dei professionisti coinvolti.

A differenza di altri adattamenti preoccupati di seguire soprattutto le evoluzioni della trama, qui l’obiettivo principale è di non perdere niente del mondo di ciascun personaggio.

Il finale, pur concludendo la vicenda, lascia diversi punti interrogativi che fanno sperare in una seconda stagione. Per chi non se ne fosse accorto, la musica che accompagna Holly alla radio è “Washington square” proprio la canzone di cui le aveva parlato Anderson, raccontandole una coincidenza significativa del suo passato.

The Outsider è un prodotto compatto, realizzato con cura e grande qualità. Non aggiunge niente di nuovo a quanto visto e apprezzato in questi anni, ma di certo non sfigura nel paragone con le migliori serie di genere che abbiamo ammirato, da True Detective in poi

Titolo originale: The Outsider
Durata dell’episodio: 55 minuti
Numero degli episodi programmati: 10
Distribuzione: HBO – Sky Atlantic
Genere: drama thriller crime horror

Consigliato: agli amanti dei temi cari a King e delle storie in cui la suspense viene diluita goccia dopo goccia nell’arco della stagione, senza fretta.

Sconsigliato: a chi ama i ritmi serrati.

Visioni parallele: Sharp Objects, un thriller psicologico trattenuto e dall’atmosfera rarefatta per molti aspetti simile a questa visione per qualità delle interpretazioni e tensione drammatica. Più drama e meno thriller per un prodotto di assoluta qualità.

Un’immagine: quando durante il viaggio in auto nell’episodio  “Tigri e Orsi” Claude Bolton e l’avvocato Camp iniziano una splendida conversazione, diretti verso il miglior pollo fritto dello Stato. Bolton, provato dalla situazione si rivolge a Bill Camp come ad un vecchio amico: ”Sai quando ti becchi la prima influenza? Dici mai a te stesso è questione di testa, la posso debellare?” “Sì” “Ha mai funzionato?” “No” “Nemmeno con me …”. E poi riprende dopo una breve pausa: “Influenza, febbre, virus, cancro … non finisce mai e non c’è un c…zo di niente che puoi farci. Questa cosa è lo stesso, voleva entrare ed è entrata”. Parole che suonano di grande attualità.

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