Sharp Objects: quando la verità è scritta sulla pelle

Sharp Objects, alla lettera Oggetti Taglienti, è un prodotto televisivo dal taglio (è proprio il caso di dirlo!) cinematografico, di alta, se non eccelsa, qualità, thriller psicologico caratterizzato da atmosfere torbide e particolarmente complesso nella scrittura, nel montaggio e nella scelta delle musiche. Il punto di partenza, nel magma di messaggi e di significanti/significati, spesso ermetici, disseminati negli otto episodi, non può che essere, per sovraesposizione, il corpo di Amy Adams alias Camille Preaker, scomoda testimone del dolore represso di un’intera comunità. Sarebbe sufficiente la sua prestazione attoriale per attribuire a Sharp Objects lo status di miniserie imperdibile. L’attrice nata ad Aviano si avventura in territori pericolosi e ne esce premiata.

Che Amy Adams fosse una delle migliori attrici americane non v’erano dubbi, un talento, almeno da The Doubt (2008) in poi, consolidatosi in ruoli di notevole spessore drammatico. Qui, impersona Camille Preaker, giornalista inviata da Saint Louis nel suo paese di origine, Wind Gap, Missouri, una cittadina che puzza di morte, e non solo perché la macellazione dei maiali è la sua principale ed esclusiva industria. Una ragazzina, Ann Nash è stata assassinata sul letto di un fiume. Dopo pochi giorni, un’amica della prima vittima, Natalie Keene, subisce la stessa sorte. Ad entrambe mancano i denti, cavati con una pinza generalmente destinata ad operazioni post macellazione sui suini. Camille è segnata a priori dal lutto: Marian, la sorellastra, è morta anni prima a causa di una misteriosa malattia. Un paradiso in terra, vero? La parola più adatta a definire l’atmosfera di Wind Gap è: asfissia. Una cappa di veleni che la giornalista rompe telefonando al suo giudizioso e premuroso capo, stabilendo così un cordone ombelicale con la realtà, ricognizioni che la riportano al filo della missione. Potrà un reportage giornalistico illuminare l’abisso di crudeltà apertosi in quell’angolo sperduto d’America?

Wind Gap è una cittadina immobile, implosa su se stessa, nostalgica di un passato sudista costruito su misura, perché niente è naturale, nemmeno le proprie radici. Comunità di vipere, sospettosa nei confronti della figlia ribelle, Camille, fuggita nella grande città per emanciparsi da un virus familiare e sociale di gravità letale. I Preaker, ramo materno di Camille, sono la colonna portante, e marcia, di Wind Gap. Adora, Alan e Amma vivono in una villa stucchevole, ammantata da un inquietante perfezionismo, fin troppo esemplare, quasi iconica nel suo riflettere gli standard estetici di un’America profonda, cristallizzata nel tempo e ostile ai cambiamenti. Camille, negli anni dell’adolescenza, ha imparato a resistere alla sofferenza. A esorcizzarla nel sangue. Sul suo corpo incide, abitudine non dimenticata da adulta, parole su parole. Ciò che non riesce a dire, a urlare, a far esplodere con la forza della voce, se lo tatua indelebilmente con un ago su braccia, gambe e ventre. Il male è un messaggio sulla pelle, occultato, in attesa di occhi e mani innocenti, come quelle del fragilissimo John Keene, fratello di una vittima e indiziato di reato, in grado di sfogliarne le pagine.

Chi sono i Preaker, famiglia radicata nell’albero genealogico di Wind Gap? Adora, la madre, è un personaggio allucinante, degno delle rappresentazioni lynchiane della follia. Una follia fredda, ragionata, metodica. Patricia Clarkson, attrice navigata, di sicuro affidamento e forte presenza scenica, apparsa in pellicole di Lars Von Trier, Todd Haynes, Woody Allen e Martin Scorsese, spande la sua fascinazione da antica strega, intinta in un’aura di contraddittoria, nuda malvagità, sulle povere figlie. Già. Com’è morta Marion? E perché Adora si rivolge ad Amma, la piccola della famiglia, adolescente complicata con un nome palindromo, e non è un caso, con frasi del tipo: “Mi ferisci quando credi che io non sappia cosa è meglio per te”? Sharp Objects è una tragedia in cui l’elemento femminile è fondante. Il marito di Adora e patrigno di Camille, Alan Crellin, è solo il complice ignavo di un amore malato.

La serie apre spiragli sulle vicende passate tramite un uso ricorrente di flashback. Le rimozioni di Camille tornano a galla, sostenute da una narrazione serrata, immaginativa, sapiente nell’aggregare vari registri espressivi, fusi in un disegno contrassegnato da un accentuato dinamismo sotterraneo, carsico, in aperto, polemico contrasto con la calma illusoria della superficie. Sharp Objects è un mosaico multisensoriale dove nulla è sfondo. Ogni dettaglio della rappresentazione, dalla scelta di un ritmo musicale alla gradazione di luce in una scena, dall’accendersi improvviso di un colore alla proposta di una canzone a commento di una sequenza, si impone come elemento attivo del racconto, al pari delle frasi, dei gesti, dei ricordi.

Tutta la struttura di Sharp Objects si regge sull’antinomia Natura/Artificio. La sigla di testa ruota sempre attorno al motivo ‘Dance and Angela’, tratto dal film A place in the sun del 1951, arrangiato in otto modi diversi, uno a puntata, a seconda del mood prevalente nell’episodio. Cosa vi è di più naturale dell’amore materno? “Aiuto solo la natura a fare il suo corso”, afferma Adora nell’ultimo episodio. Questo affetto parente di thanatos è consumato nella cornice di una dimora posticcia, fintamente accogliente, tempio di simulazioni. Amma, che ha il volto della bravissima, perturbante Eliza Scanlen, è costretta a baloccarsi in occupazioni bambinesche: addobbata in una vestaglia virginale, si aggira attorno ad una sinistra casa delle bambole, perfetta riproduzione in scala della villa di famiglia. Alan, figura meschina, uomo-ombra con un maglioncino di cachemire portato sulle spalle anche in salotto, fissa il volume del suo adorato stereo ultramoderno, sul cui piatto girano dischi evocativi di antichi fasti musicali anni Cinquanta e Sessanta, crooner dall’ugola impastata di fumo e chansonnier francesi, al picco prestabilito di 33,3. Amma, si diceva, è un nome palindromo, leggibile e rimpallabile da entrambi i lati, in un loop infinito. Fissazioni maniacali che fungono da agente di contrasto per filtrare il vasto disagio sociale della comunità di Wind Gap, cittadina-simulacro costruita sul vuoto pneumatico.

Il regista canadese Jean-Marc Vallée, di cui è opportuno ricordare, tra le produzioni cinematografiche, il pregevole Dallas Buyers Club (2013), in Sharp Objects denuncia la tragedia delle tragedie: l’assenza di futuro. Un monito all’America che ha confuso, con l’elezione di Trump, la rivoluzione con la distopia. Amma e le sue amiche trascorrono le loro giornate sui pattini, mimando una circolarità che è specchio della staticità esistenziale di tutti. Le ragazzine del luogo, compresa Camille, affrontano l’apprendistato obbligatorio di cheerleader, “come le ciliegie, succose all’esterno, con un nocciolo duro all’interno”, un rito battesimale che offre loro l’alibi ingenuo di un’appartenenza di gruppo. E come manifesta la sua bravura una cheerleader, se non nella ripetizione di una coreografia? L’identità collettiva di Wind Gap è agganciata a un’iconografia pop decadente, a tratti riecheggiante la visionarietà postmoderna del miglior Gus Van Sant.

È un sud involuto, antistorico, che sembra aver smarrito la sua aderenza alla realtà e che, senza appigli, cade letteralmente a brandelli, come i manifesti dimenticati sui muri ormai stracciati dalle intemperie. Il pensiero magico, la superstizione, le droghe e i superalcolici sono gli antidoti irrazionali all’evidenza dei fatti, porte spalancate verso una dimensione parallela da cui è espulsa la cognizione del dolore. “Sei mai stato al fiume dov’è stata trovata Ann Nash, detective? Ormai c’è solo acqua che rivolta la sabbia. Dopo la morte di Ann i cittadini sono andati a rimuovere le rocce. Proprio quelle in cui si era impigliato il filo del bucato intorno al suo collo. Le hanno caricate su un pickup, le hanno portate ai confini della città e le hanno distrutte. Pensavano che distruggendole avrebbero scongiurato qualsiasi male futuro”, dice il barbiere al detective Richard Willis, mentre brandisce una lametta da barba, sharp object per eccellenza, palesando un concetto che potrebbe essere elevato a genius loci. L’orrore, esorcizzato, è fuori dagli orizzonti percettivi, anche se il male alberga sotto i tetti, nell’animo, più furente che mai.

Non stupisce quindi l’ostinazione del capo della polizia di Wind Gap, Bill Vickery, nel battere la pista dell’assassino esterno, straniero. Né l’anziano Vickery né Willis, bel tenebroso col distintivo, irresistibilmente attratto da Camille e interpretato dal Chris Messina mattatore di The Mindy Project, sono i veri protagonisti di Sharp Objects, una serie accostabile per certi versi a True Detective e a Fargo nel tentativo, riuscito, di decentrare l’importanza dell’attività investigativa a favore dell’analisi sociologica della white trash, spazzatura bianca, metafora che sta ad indicare il ceto medio impoverito, un tempo motore economico della nazione, ora lontano dai gangli vitali dell’innovazione e piegato sulla gobba del razzismo, triste cicatrice impressa sul volto del Sogno americano. La serie è la trasposizione di un libro della scrittrice Gillian Flynn, abituata alle liaison con il grande schermo (Gone Girl, Dark Places). È significativo che l’asse centrale di Sharp Objects sia una giornalista. Ultraproblematica, autolesionista, Camille profetizza l’avvenire della scrittura, e forse della comunicazione tout court. In un mondo vieppiù smaterializzato e sfuggente, la verità è un fardello che attende il coraggio estremo della testimonianza, un’attribuzione tanto simile a un sacrificio, a un’umiliazione che è anche dono, libero e feroce, agli altri. In ogni episodio sono celate delle enigmatiche easter eggs, graffiti disponibili all’occhio per una frazione di secondo (un esempio: la parola SACRED che muta in SCARED, incisa sullo sportello dell’auto di Camille). Il senso di Sharp Objects affiora come una grammatica sacra, un vocabolario di termini all’apparenza irrelati, ma, in essenza, rispondenti ad una logica di disperazione, e indicanti, in prospettiva, una via di fuga, una terapia etica, il barlume del possibile riscatto dalle nebbie della follia.

Un consiglio in merito all’episodio finale: guardate i titoli di coda fino in fondo. In cauda venenum.


CONSIGLIATA: Agli ammiratori di Amy Adams, ai cultori dell’America triste e perduta, a chi non ama i finali scontati, ai giornalisti in crisi, ai traumatizzati dalla famiglia.

SCONSIGLIATA: A chi non apprezza la tecnica narrativa dello slow burn, il cuocere lento, quasi estatico, della trama. Ai nostalgici dell’America confederata. A chi pensa ai messicani, e agli immigrati in generale, come potenziali serial killer di ragazzine. A chi teme di avere la sindrome di Münchausen.

VISIONI PARALLELE: Tre film recenti della recente cinematografia americana che potrebbero piacere agli spettatori di Sharp Objects.

TITOLO ORIGINALE: Sharp Objects
NUMERO DI EPISODI: 8
DURATA DEGLI EPISODI: da 49 minuti a 1 ora
DISTRIBUZIONE: HBO
DISPONIBILE IN ITALIA: dal 17 Settembre 2018 su Sky Atlantic

UN’IMMAGINE: Amma vestita da Persefone, dea dell’oltretomba, nell’episodio finale. Un’immagine calligrafica e assurda, sintesi dei motivi presenti nella serie.

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