La vita invisibile di Eurídice Gusmão

La vita invisibile di Eurídice Gusmão ***1/2

“La famiglia non è sangue, è amore.” 

Rio de Janeiro, primi anni ’50. Due sorelle, Guida e Euridice, inseparabili, complici, diverse per carattere, aspirazioni, talenti, ma complementari l’una a all’altra.

Il padre fa il panettiere. La madre si prende cura di loro in una piccola casa da cui si vede, lontano, il Cristo Redentore.

Quando Guida, a diciotto anni, scappa di casa con il marinaio greco Iorgos e si imbarca per la Grecia, qualcosa si rompe definitivamente.

Ritorna a casa incinta e da sola, abbandonata da un uomo che si è approfittata di lei. Il padre la caccia di casa e impone alla madre di non dire nulla a Euridice, che nel frattempo ha sposato il figlio di un amico di famiglia, il Sig. Feliciano.

E così mentre Euridice sogna di entrare al conservatorio, ma rimane anche lei incinta, Guida si trova da sola, abbandonata dalla sua famiglia, con un figlio inatteso, ospite di una ex prostituta, Filomena, che diventa per lei tutto quello che i suoi genitori non sono stati.

Invano Guida scriverà lettere alla sorella che il padre e la madre prima, il marito poi, le terranno nascoste.

Neppure un investigatore privato, assunto da Euridice, riuscirà a rintracciare la sorella perduta.

Le due rimarranno separate, nella stessa enorme città, a sognare il destino dell’altra, incapaci di trovare l’una nell’altra il sostegno e l’affetto di cui avrebbero avuto bisogno.

Tratto dal romanzo di Martha Batalha, Eurídice Gusmão che sognava la rivoluzione, edito da Feltrinelli, il sesto lungometraggio di Karim Aïnouz – metà brasiliano e metà algerino, una lunga carriera alternando corti, documentari, televisione, installazioni, video – è uno dei film più straordinari della stagione.

Uscito in sordina il 12 settembre 2019, per Officine Ubu, dopo il trionfo a Un certain regard al Festival di Cannes, con il premio al miglior film e la scelta di Brasile di inviarlo agli Oscar, il film merita di essere recuperato, perchè è un magnifico melò familiare e sentimentale ed un ritratto severo della società brasiliana, patriarcale e oppressiva, degli anni ’50.

Aïnouz satura il suo film, girato in ditale, ma evocando il magnifico cinemascope di quegli anni, con colori densi, vividi, una natura lussureggiante, alternata ad interni stretti, in cui lo sguardo si muove a fatica, a voler raccontare anche fisicamente l’oppressione familiare, che incombe e devasta la vita delle due protagoniste.

E’ il labirinto delle passioni che il film vuole evocare, attraverso la sua messa in scena. E ci riesce perfettamente, anche grazie alla struttura epistolare, che giustappone le due protagoniste e ne fa esempio degli opposti che lo attraversano.

Altrettanto ossessiva è la musica, soprattutto il piano suonato e sognato da Euridice, che diventa la sua unica evasione, da quel ruolo di madre e moglie, che tutti sembrano aver deciso per lei.

Incapace di ribellarsi e fuggire come la sorella, cercherà di opporsi con tutte le sue forze, ma in quel mondo chiuso e paternalista, non c’è più alcun orizzonte a cui mirare, solo le mura domestiche da colorare di azzurro o di giallo.

Quando Guida torna a casa dalla sua fuga infelice per mare, il padre l’accoglie così: “Figlia ingrata, nipote bastardo, puttana, non sei più mia figlia”.

Quasi incredula, la ragazza si mette a ridere, si appella alla comprensione della madre, ombra silente, di una famiglia in cui la serenità è una costruzione imposta: “Se esco da questa casa non mi rivedrete mai più”. Ma neppure la minaccia finale sortisce alcun effetto. E Guida sarà di parola.

Con amarezza scoprirà cosa vuol dire essere una donna sola in un mondo di uomini.

Raccontato come in un diario, il film si sposta nel corso degli anni, cambiano le pettinature, le mode, non il costume. La ricerca di Euridice non sortisce effetti, le lettere di Guida non raggiungono mai la sua destinazione.

Aïnouz evoca sapientemente il grande melodramma americano degli anni ’50, quello della menzogna borghese, che faceva emergere tra le pieghe delle sue storie, il razzismo, la misoginia, il maccartismo e la lotta di classe.

Era il cinema di Douglas Sirk, Nicolas Ray, Max Ophuls, e il regista brasiliano lo filtra attraverso una sensibilità assolutamente originale, entrando a piedi uniti, nella restaurazione conservatrice, che ha travolto il proprio paese.

E’ il tempo a segnare il racconto e a unire nello spazio cinematografico, due destini lontani.

Ed è ‘amore assoluto, idealizzato, impossibile delle due sorelle, l’unica ancora di salvezza in una vita che sembra andare alla deriva dei loro desideri.

Formidabili le due attrici, Barbara Santos e Carol Duarte, commovente l’apparizione finale di Fernanda Montenegro, una delle icone del cinema e della televisione brasiliana.

Il film si muove in parallelo tra le sue due anime e segna la distanza tra realtà e desiderio, capace, nel suo andamento ellittico, di raccontare molte storie, oltre a quella delle due protagoniste, con poche inquadrature, parole minime.

Impossibile non rimanere travolti dall’onda emotiva del film di Aïnouz, dalla sincerità del suo racconto, dalla fragilità malinconica delle sue protagoniste.

Straziante e imperdibile.

P.S. Abbiamo preferito utilizzare la locandina americana del film, a corredo delle immagini di questo articolo, perchè quella italiana non è solo orrenda, ma è un tradimento davvero infelice del lavoro di Karim Aïnouz.

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