True Detective 3. The name of the story will be Time

Siamo negli anni’80 ed il detective Wayne Hays è impegnato in una discarica a sparare alle volpi e ai topi quando, pochi giorni dopo Halloween, lui e il collega Roland West vengono chiamati ad indagare sulla scomparsa del piccolo Will e della sorella Julie Purcell. Dopo il ritrovamento del cadavere del bambino, le ricerche si concentrano su due filoni distinti: capire chi lo ha ucciso e se Julie è ancora viva. Will viene rinvenuto sul finire della prima puntata in una grotta che lascia molti sospetti sulla presenza di una setta o di qualche rituale: Wayne, che nell’esercito ha svolto il compito di esploratore, ha infatti raggiunto la grotta seguendo una serie di inquietanti bambole disseminate tra i monti Ozark dove la vicenda è ambientata.

Siamo negli anni ’90 e le strade dei due detective hanno preso percorsi diversi: Wayne (Mahershala Ali, tra l’altro Remy Danton in House of cards) si ritrova in un buio scantinato a gestire scartoffie e telefonate, mentre Roland (Stephen Dorff, già in Somewhere) è diventato tenente ed ha un ufficio pieno di luce e di rispettabilità. Un nuovo sorprendente indizio consente di riaprire il caso ed i due detective ricominciano ad indagare.

Siamo nel 2015 ed un Wayne malato di demenza senile viene intervistato da una trasmissione televisiva sul caso Purcell. E’ l’occasione per cercare di ricomporre i pezzi della vicenda, ma anche quelli della propria vita. La moglie è morta e chi accudisce Wayne è il figlio Henry (Ray Fisher già in The Good, the Bad and the Confused) che lavora in polizia proprio come il padre. Roland resta assente da questo arco temporale fino a quando Wayne sente la necessità di rivederlo. Lo ritrova in una casa di campagna, solo e disilluso, circondato da cani e da lattine di birra. La coppia si ricompone e supera gli attriti del passato per cercare ancora una volta di risolvere il caso.

In ciascuna delle tre finestre temporali il rapporto tra i due detective si sovrappone a quello tra Wayne e la moglie Amelia (Carmen Ejogo, già nella seconda stagione di Girlfriend Experience). La donna “è davvero una brava investigatrice” e conduce una vera e propria indagine, parallela a quella ufficiale, per scrivere un libro sulla vicenda. In questa stagione i detective sono quindi a tutti gli effetti tre.

Il tempo cambia i contorni della relazione con Amelia: negli anni ’80 Wayne la vede, se ne innamora e la corteggia; negli anni ’90 i due sono alle prese con i figli e l’impegno a far sopravvivere il proprio matrimonio alle reciproche frustrazioni e al riaprirsi delle indagini sul caso Purcell; nell’ultima finestra la donna è morta, ma è tutt’altro che assente dalla mente e dalla vita di Wayne. Le principali intuizioni investigative passano dalla coppia marito-moglie. Amelia è un personaggio femminile forte e articolato che in effetti mancava nell’universo narrativo di Pizzolatto e, al di là delle concessioni al politically correct, la sua presenza consente sfumature altrimenti difficili da immaginare per i due detective al maschile.

In questa rappresentazione a tre poli, il nostro sguardo è sbilanciato, portato a sovrapporsi con quello di Wayne. E’ lui il personaggio al centro della narrazione ed è con il suo punto di vista, con le sue emozioni, con il suo attaccamento al caso che lo spettatore si identifica e si relaziona. Le indagini sulla scomparsa dei due bambini sono intrecciate con la sua vita privata, così strettamente, che ricordare e rielaborare le indagini vuol dire rielaborare momenti decisivi del proprio passato e viceversa.

Questa amalgama è così densa da rappresentare il collante che sorregge l’edificio narrativo. Lo spettatore segue Wayne in questo ritorno al passato, con una super-visione di tutti gli sviluppi che rimanda ad un’impostazione classica del rapporto tra spettatore e rappresentazione. Di fatto l’opera di Pizzolatto è profondamente ancorata ai valori della classicità narrativa e la sua scrittura si poggia su di un’idea dello spettatore come riferimento principale dell’intreccio, vero e proprio investigatore aggiunto. La retorica narrativa della prima stagione è riproposta con il colloquio a cui i due investigatori vengono sottoposti negli anni ’90, ma il punto di vista di Roland è in secondo piano. Roland è un deuteragonista debole: non c’è tra i due colleghi un vero e proprio scontro valoriale o procedurale che investa in profondità lo spettatore, per quanto le differenze ci siano e portino al litigio che li allontanerà e di cui Wayne nel 2015 non ricorda nulla.

Mahershala Ali ha voluto fortemente questo ruolo: l’attore, già premio Oscar per Moonlight, ha insistito con lo showrunner fino a spingere Pizzolatto a stravolgere l’idea iniziale di un Wayne bianco. Appena compare sullo schermo viene in mente l’ispettore Tibbs, ma con una fisicità straordinaria che consente ad Ali di comunicare con il corpo come pochi altri attori sanno fare. Il tema delle questioni razziali è da sempre un nervo scoperto della società americana: la storia ce lo racconta con toni e riferimenti diversi, ma in tutte e tre le finestre temporali emerge chiaramente.

La scelta della sceneggiatura è però non esibirlo, ma diffonderlo, senza enfasi e in modo indiretto. Lo stesso discorso vale per l’orientamento sessuale di Tom (e forse, anche se in modo solo alluso, di Roland). Un altro tema non enfatizzato è la descrizione del problematico rapporto dei veterani di guerra con la società (se Hays è la parte positiva che riesce ad integrarsi, Bret Woodard rappresenta l’altra faccia della medaglia). Un tema, quest’ultimo, presente anche in altre serie in programmazione, come ad esempio Homecoming.

Poi ci sono temi a-sociali particolarmente cari al mondo di Pizzolatto e quindi ricorrenti in tutte e tre le stagioni della serie: il tempo, il male ed il rapporto tra uomo e ambiente.

Il tempo si pone come elemento decisivo nella narrazione, per molti aspetti si impone alla narrazione, dettandone le modalità. Ancora una volta il viaggio nel tempo è dispersivo, erratico e in apparenza senza sbocchi, ma alla fine il percorso ci conduce ad un approdo. Proprio come nella prima stagione, il viaggio nel tempo del protagonista, personale e professionale, conduce ad uno sbocco che non è punto di arrivo, ma momento di passaggio che porta ad uno scioglimento narrativo. In questa serie le finestre temporali servono a dispiegare il tempo, interiorizzarlo per renderlo più docile alla luce di una consapevolezza che di per sé è già un’acquisizione. Questa operazione porta risultati sia per l’indagine, sia per la vita privata di Wayne. Oltre l’orrore, la sciatteria e la mancanza di scrupoli c’è qualcosa che non si piega e che raggiunge un risultato, per quanto labile e fragile esso appaia.

Il male è ovunque, fuori e dentro i protagonisti della vicenda. Amelia rimarca questo aspetto quando grida al marito, in uno dei frequenti litigi della coppia negli anni ’90, che lui non ha accettato tutto quello che ha dentro. Hays si porta certamente appresso un fardello che è la sua esperienza in guerra, a cui si accenna senza però scendere mai troppo nel dettaglio.

Il male è però soprattutto fuori, nei riferimenti a qualcosa di oscuro e non definito: qualcosa di occulto o di occultato che è una presenza stabile non solo di questa stagione, ma anche delle precedenti. Il male è diffuso nella comunità e le istituzioni non sanno come arginarlo e quindi fingono che non esista. In particolare emerge un’idea di società come luogo che lascia proliferare il male, con istituzioni che preferiscono girare la testa dall’altra parte per indifferenza o per tornaconto. Chi si oppone al male è sul liminare della società, è borderline, come il detective Rustin Cole nella prima stagione o Wayne Hays in questa.

Infine, l’ambiente. TD3 si svolge nel cuore degli Ozarks, altopiano tra Arkansas e Missouri: nelle stagioni precedenti l’ambientazione ha svolto il ruolo di controcanto alle emozioni dei protagonisti, non solo come estensione dei personaggi, ma anche loro completamento. Ricordiamo in TD1 la desolazione della Louisiana, sospesa tra industria in decadenza e campagna ancestrale. Pizzolatto ha descritto i paesaggi dell’Arkansas come “usciti direttamente dalla mia immaginazione”. Anche Mahershala Ali ha dichiarato che il suo personaggio non si muoverebbe nello stesso modo in un altro contesto e che per interpretarlo ha acquisito il ritmo di quello che lo circondava. Un tratto distintivo che emerge con forza.

Il nostro viaggio a fianco di Hays parte dall’intervista di una trasmissione TV: sembra che Pizzolatto voglia smascherare tutta la differenza tra quello che fanno certe trasmissioni (o serie) e quello che stiamo vedendo. Non è tanto la ricostruzione di un caso quello che TD mette in scena, quanto una discesa nel cuore di un uomo, del suo mondo e della lotta che da sempre il singolo combatte contro il male. Attraverso i lunghi dialoghi, ma anche e altrettanto tramite i silenzi e gli sguardi ed il paesaggio che lo circonda, noi entriamo nella mente del detective Hays. Pizzolatto ha dichiarato di essersi ispirato ad un uomo affetto da demenza senile, cercando di rendere compatibile una trama di indagine con questa malattia. Il punto di partenza è la malattia e non la detective story. Questo è significativo.

I critici della serie contestano il fatto che si tiri in lungo una narrazione senza abbastanza stoffa per cucire uno show di otto episodi, riempiendo i vuoti con divagazioni e salti temporali che potrebbero essere benissimo sintetizzati a favore di maggiore attenzione all’azione narrativa. Quelle discussioni, divagazioni, pensieri buttati al vento sono così funzionali come i de-tour per Kerouac: non sono qualcosa di cui si possa fare a meno senza perdere il gusto (che è anche gran parte del senso) del viaggio. Poi può piacere o meno.

A noi è piaciuto, eccome.

Titolo originale: True Detective
Numero degli episodi: 8
Durata media ad episodio: 55 minuti
Distribuzione americana: HBO
Distribuzione italiana: Sky Atlantic

CONSIGLIATO: per quelli che amano fumare seduti o sdraiati, lentamente, come in un rito, senza pensare a niente.

SCONSIGLIATO: a chi fuma una sigaretta dopo l’altra, in piedi, senza sosta e pensando a cosa farà appena spento il mozzicone.

VISIONI PARALLELE:

Questa volta vi proponiamo un libro per uno degli showrunner più letterari del panorama seriale.

Il tè delle tre vecchie signore, Sellerio, di Friedrich Glauser.

Atmosfera, azione, ritmi: tutto concorre a delineare un quadro di grande scrittura in cui il genere giallo perde la propria tradizionale visione razionale del mondo. Un romanzo dalla soluzione che non è per nulla conciliante e che lascia il lettore/spettatore con un profondo senso di inquietudine. Siamo lontani dal delitto che turba l’ordine sociale: qui sembra che nella società manchi non solo un ordine, ma anche una comunità di valori. Il sergente Studer combatte contro qualcosa di oscuro e di diffuso, non del tutto palese.

Accanto alle opere di Glauser potremmo citare anche il nostro Sciascia, altro grande riferimento per la rilettura del codice del romanzo giallo.

UN’IMMAGINE: nella prima puntata, durante una lezione Amelia legge una poesia di Robert Penn Warren che ci ricorda molto il linguaggio di Rustin Cohle nella prima stagione: “In questo secolo e momento, di follia. Raccontami una storia. Fanne una storia di grandi distanze e di chiarore stellare. Il nome della storia sarà Tempo. Ma non devi pronunciare il suo nome. Raccontami una storia di profonda delizia”. “Cosa intendeva dire Warren, chiede Amelia alla classe, perché non dovete pronunciare il nome della storia”? “What is the name of the world?” scrive alla lavagna. In questo c’è tanto dello stile di Pizzolatto: la bellezza e la profondità delle parole con un senso nascosto che ci viene chiesto di cercare per dare un nome a quello che ci circonda.

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