Homecoming

Una psicologa ingenua e volonterosa, che ha passato i quarant’anni. Un manager ambizioso e deciso a ottenere risultati ad ogni costo. Un ostinato investigatore del Ministero della Difesa che cerca di capire se una segnalazione anonima di quattro anni prima ha fondamento o va archiviata. Infine un giovane soldato di colore, rientrato da un tour in Medio Oriente e ospitato in una struttura di riabilitazione di un contractor privato, che dovrebbe favorirne il reinserimento nella vita civile.

Sono questi i quattro protagonisti di Homecoming, la nuova serie firmata da Sam Esmail dopo Mr.Robot, prodotta da Amazon a partire da un podcast di Eli Horowitz e Micah Bloomberg.

Dieci puntate di appena mezz’ora, per raccontare, su due linee temporali differenti, una ambientata nel 2018 e l’altra nel 2022, la discesa dei protagonisti in un incubo sinistro e paranoico.

Se è vero che l’età dell’oro della serialità televisiva è cominciata alla fine degli anni ’90 ed ha raggiunto ora una dimensione centrale nel microcosmo dell’audiovisivo, grazie soprattutto all’ingresso dei nuovi player dello streaming ed alle loro risorse apparentemente illimitate, è pur vero che si tratta quasi sempre di puro storytelling, di sapiente scrittura drammatica di genere, piuttosto tradizionale, anche nelle sue presunte originalità, che affonda le radici nel romanzo d’appendice ottocentesco.

La costruzione narrativa si è fatta sempre più raffinata e solida, quasi come una risposta alla frantumazione postmoderna degli anni ’80 e ’90, affidata a showrunner navigati e geniali e ad uno stuolo di sceneggiatori, che eseguono il master plan, progettato fin dall’inizio.

Quest’arte del racconto strutturato, della sceneggiatura di ferro, che produce una drammaturgia lineare e logica, in cui tutto deve tornare, così tipica del cinema americano classico, si è trasferita in modo fecondo dal cinema al piccolo schermo, anche in ragione di una radicale modifica delle abitudini spettatoriali, che sarebbe qui troppo lungo ricostruire, ma che tutti hanno potuto constatare, con evidenza.

Molto più raro che, in questa mole sterminata di racconti – da fruire in modo sempre più compulsivo e ipnotico – si faccia strada qualcosa di realmente originale dal punto di vista visivo, della messa in scena, del linguaggio cinematografico –  se vogliamo – anche perchè spesso sono registi diversi, quelli che lavorano ai singoli episodi, e la coerenza interna e i tempi ristretti di lavorazione prevalgono su ogni tentativo di maggiore originalità.

Più raramente quell’originalità risiede proprio nella scrittura drammatica: Noah Hawley Ryan Murphy, Aaron Sorkin, Vince Gilligan, Nic Pizzolatto o David Simon sono felicissime eccezioni.

Per questo, di fronte a serie come Twin Peaks: The Return o come questo Homecoming si rimane letteralmente ammirati: per l’audacia, per la ricerca formale, per l’impronta decisamente autoriale e personale, che il progetto sembra possedere.

Sam Esmail, liberato da oneri di scrittura e di creazione, si è dedicato esclusivamente alla mise en scène di questo incubo, che richiama il grande cinema della controcultura e della cospirazione degli anni ’70 e lo fa sin dal meraviglioso piano sequenza, che apre il primo episodio, sulle note che Pino Donaggio aveva scritto per Vestito per uccidere di De Palma.

Per rendere ancora più evidente l’adesione di Homecoming a quel preciso universo cinematografico, che Esmail ha scelto di omaggiare e rievocare, lo score sonoro della serie utilizza esclusivamente le composizioni originali di quei film, da Klute a Il braccio violento della legge, da Omicidio a luci rosse a La cosa, da Tutti gli uomini del presidente fino alla straordinaria colonna sonora di David Shire, per La conversazione di Coppola.

Esmail ha scelto inoltre due formati differenti per raccontare le due diverse linee temporali che innervano il racconto di puntata: il widescreen del 2018 diventa un formato stretto 1:1 per le scene ambientate nel 2022. E non si tratta solo di una scelta puramente estetica, che facilita la comprensione dello spettatore, ma una precisa indicazione narrativa. Nel futuro infatti i personaggi sono del tutto all’oscuro, non sanno o non ricordano quello che è successo davvero all’istituto Homecoming di Tampa, Florida. Vivono quindi un mondo schiacciato sul presente, in cui passato e futuro sono un banda nera opprimente, che si romperà solo nel penultimo episodio.

La composizione del quadro nelle scene ambientate nel 2018 è debitrice di tutti gli artifici retorici che si usavano anni ’70: dallo split screen al recadrage, dai lunghi carrelli ai plongé, alle inquadrature dal basso.

Esmail non si nega nulla, dà sfoggio alla sua fantasia e al suo talento. Orchestra una meravigliosa sinfonia dell’orrore, nella quale ciascuno finirà per trovare la verità e perdere se stesso, con la stessa malinconica amarezza, che trasmettevano quei capolavori, evocati nella colonna sonora.

Riduce la durata degli episodi a 30 minuti, evitando ogni lungaggine tipica delle serie a cui siamo assuefatti, evitando di stressare il racconto con subplot e personaggi secondari, regalandoci un distillato purissimo e dal sapore intenso.

Julia Roberts è la protagonista Heidi Bergman, stretta tra il dovere di fedeltà professionale a Colin (Bobby Cannavale), il suo supervisore, e i sentimenti sempre più pericolosi, che prova per Walter Cruz (Stephan James), il soldato di colore che dovrebbe aiutare a reinserirsi, secondo il protocollo sperimentale del centro ‘Homecoming’.

Shea Whingham è invece l’investigatore Thomas Carrasco, che quattro anni dopo, cerca di trovare uno spiraglio di verità, quando nessuno sembra dargli retta.

Quattro interpretazioni superbe, che si giovano di un copione capace di accumulare tensione e mistero, senza mai giocare con lo spettatore, secondo la logica hitchcockiana della suspense.

Quattro solisti formidabili nelle mani di un direttore d’orchestra ispiratissimo, capace di dare coloriture uniche al suo spartito.

Una delle migliori serie della stagione. Non perdetela.

CONSIGLIATA: a tutti coloro che mano il cinema americano degli anni ’70, quello degli antieroi e della paranoia nixoniana.

VISIONI PARALLELE:

  • La conversazione di Francis Coppola
  • Parallax View di Alan J.Pakula

TITOLO ORIGINALE: Homecoming
NUMERO DEGLI EPISODI: 10
DURATA: 30 minuti circa
DISTRIBUZIONE: Amazon

UN’IMMAGINE: L’incredibile piano sequenza nel primo episodio e il dialogo in campo e controcampo che chiude l’ultimo: tra questi due opposti c’è tutto Homecoming. E c’è tutto il cinema.

 

 

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