Fahrenheit 11/9

Fahrenheit 11/9 ***

Michael Moore non può essere annoverato nella schiera dei documentaristi che scompaiono nella loro opera, che lasciano parlare le immagini, che consentono alla storia di emergere attraverso l’accumulo e la scoperta. Il suo cinema è assai poco rigoroso nella messa in scena e le sue prese di posizione sono spesso esagerate e paradossali, se non decisamente comiche e surreali.

Sin dal seminale Roger & Me, dedicato alla sua Flint nel Michigan e al declino dell’industria automobilistica, si è prestato con il suo volto ed il suo fisico corpulento ad interpretare gli interrogativi della classe media e degli operai, come dell’america liberal, di fronte all’impoverimento delle sue imprese manifatturiere, alle stragi scolastiche e alla responsabilità della lobby delle armi, al welfare ridotto ai minimi termini, agli eccessi di Wall Street e alla stupidità della politica.

Con Bowling a Columbine ha vinto l’Oscar e con Fahrenheit 9/11 ha conquistato la Palma d’Oro a Cannes, imponendo il suo modello unico e il suo personaggio di intelligente provocatore.

L’inversione dei numeri di questo Fahrenheit 11/9 segnala il giorno in cui Trump ha vinto le elezioni del 2016, diventando il Presidente degli Stati Uniti.

Eppure questo suo nuovo documentario non è davvero un film su Donald Trump, il cui successo Moore aveva preconizzato sin dall’estate del 2016, con un articolo dei suoi sull’Huffington Post, quanto un collage composito, capace di raccontare un america nuova, che si oppone alle tradizionali lobby conservatrici e alla visione illiberale e antidemocratica del nuovo presidente.

Ed è proprio quando Moore si dimentica dell’immobiliarista spietato e dall’incontrollabile incontinenza comunicativa, che il suo film prende quota e diventa non solo interessante, ma persino commovente, sentito, travolgente.

I suoi sono quasi sempre film a tesi, di parte, che cercano di dialogare con la società che rappresentano fino a spingerla a cercare un cambiamento. Sono ovviamente film ambiziosi e ideologicamente chiari, ma quelli davvero riusciti sono quelli che stressano le sue premesse sino a portarle all’estremo, sino spingerle a confrontarsi con i loro limiti, mettendosi alla prova con la realtà.

Nella prima parte, Fahrenheit 11/9 è come al solito sulfureo e divertente, ma sostanzialmente innocuo e scontato, nel mostrare il primo incontro televisivo tra Moore e Trump negli anni ’90 e poi i primi strampalati comizi della star di The Apprentice, convinta a scendere in campo alle primarie repubblicane, per provare all’NBC che era uno showman migliore di Gwen Stefani – a cui la rete aveva offerto un contratto più ricco.

Nella seconda parte invece il film si fa davvero decisivo, quando si occupa della crisi dell’acqua di Flint, del movimento studentesco March For Our Lives e dell’affermazione dei candidati socialisti all’interno del partito democratico.

Sono proprio i democratici il bersaglio della lucida analisi di Moore, che mostra come la società americana si sia progressivamente spostata a sinistra, accogliendo in gran parte le battaglie storiche della sinistra degli anni ’60 e ’70, in campo sociale, economico, dei diritti di cittadinanza. Solo che il Partito democratico non se n’è accorto, spostandosi sempre più al centro e pronunciando troppo spesso la parola compromesso.

Nonostante i democratici abbiano vinto il voto popolare in tutte le elezioni dal 1992 in avanti, con la sola eccezione del 2004, quando Bush era in guerra con il Afghanistan e Iraq, i democratici non sono stati capaci di proteggere la classe media e i lavoratori del paese, preparando l’avvento di un personaggio come Trump, capace a parole di porsi come un difensore dello spirito americano e degli ultimi, in realtà disponibile a favorire solo i suoi amici di Wall Street.

Per sostenere il suo discorso, Moore racconta la drammatica crisi dell’acqua pubblica a Flint, dove il governatore ha imposto un nuovo acquedotto privato, al posto di quello pubblico perfettamente funzionante, provocando un disastro sanitario senza precedenti, con avvelenamenti da piombo e legionella, che hanno colpito la popolazione sino a spingerla a lavarsi con l’acqua in bottiglia per molt mesi.

Poi Moore si sofferma sulle stragi scolastiche e sulla risposta coraggiosa, decisa, trascinante del movimento di ragazzini March For Our Lives, capaci di rompere l’ipocrisia delle lacrime di Stato e degli insegnati delle scuole pubbliche.

Infine Moore è andato ad intervistare alcuni dei candidati socialisti, Alexandria Ocasio Cortez e Richard Ojeda, tra gli altri, che si sono imposti alle primarie del Partito Democratico, muovendo dal basso verso l’establishment profondamente conservatore di quel partito, fossilizzato su politiche centriste, viste come un tradimento profondo del mandato ricevuto.

Moore è durissimo con Obama, con parole che suonano come quelle di un amante tradito. Le stesse parole usate dai suoi concittadini di colore Flint, abbandonati dal loro Presidente, proprio quando ne avevano più bisogno.

Il film di Moore è sbilanciato, disordinato, ricco di troppe cose, ma vitalissimo, generoso, capace di raccontare processi sociali, che scorrono come un fiume carsico nel corpo del Paese, pronti a venire in superficie. Da qui, sembra dirci, può nascere una risposta plausibile a quelle politiche trumpiane, che segnano il punto più basso della crisi democratica internazionale e che sono una sconfessione manifesta della società aperta e inclusiva, che la sinistra americana ha conquistato, così faticosamente, nell’ultimo mezzo secolo.

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