Venezia 2019. Ema

Ema ***

L’ottavo film di Pablo Larrain scuote il concorso un po’assopito della Mostra, con la forza di un’opera squilibrata, imperfetta, ma vitalistica e folle, sfrontata e libera, come la sua protagonista.

Il film si apre su un semaforo che brucia, avvolto dalle fiamme nella notte di Valparaiso.

Ema è una giovanissima ballerina, nella compagnia d’avanguardia diretta da Gaston, coreografo e suo compagno nella vita, nonostante i dodici anni di differenza.

Nella città portuale che si arrampica sulle colline, Ema lavora come insegnante di ballo in una scuola elementare e guida una piccola posse di altre ballerine di strada, indecisa se assecondare la visione artistica di Gaston o le pulsioni più basilari del reggaeton, la musica sguaiata, che si balla dans la rue.

Nella vita di Ema e Gaston c’era un bambino, Polo, prima preso in affido e poi restituito ai servizi sociali, dopo che il piccolo ha provocato un gravissimo incidente.

Il senso di colpa sembra divorare i due protagonisti e il loro rapporto affettivo e professionale. Tutto sembra cadere in pezzi, da quando Polo non c’è più.

Gaston si è chiuso nel suo lavoro, ossessivamente, Ema sembra invece essere travolta dall’impero dei sensi, quasi ad anestetizzare il dolore della perdita: esce dalla compagnia con un gruppo di altre ballerine, incontra un’avvocatessa per divorziare dal marito e poi se la porta a letto, quindi incontra un pompiere dopo aver dato fuoco ad un auto con le sue amiche, ed anche con lui inizia una relazione puramente fisica. Nel frattempo non può far altro che continuare a ballare quella ‘musica di merda‘, che Gaston odia.

Eppure in questa orgia anestetizzante di movimento e di corpi, Ema ha un piano molto preciso, per riprendersi tutto quello che sembrava aver perduto definitivamente.

Il film di Larrain è una sorta di musical survoltato, esagerato, fuori dalle righe e dagli schemi, che sta addosso alla sua protagonista Mariana di Girolamo, al suo volto irregolare, ai suoi capelli biondo platino, al suo fisico minuto, in continuo movimento, avvolto in tute di acetato e scarpe da ginnastica.

Il film è confuso ed elettrico come la sua attrice, sinuoso e aggressivo come i suoi movimenti sulla scena. Ma pieno di vita, di sesso, di musica. E di fuoco: quello che Ema appicca con un lanciafiamme di scena quasi a voler mostrare espressivamente il calore che arde dentro di lei.

Larrain, di solito controllatissimo ed elegante nella messa in scena dei suoi corposi racconti sul limitare della Storia, qui decide di cambiare registro completamente, entrando nella contemporaneità con tutte le incertezze, che un cambio di paradigma così radicale comporta. E affidandosi quasi interamente ai suoi interpreti, costringendoli ad improvvisare, a trovare un equilibrio fragilissimo, in un film palesemente centrifugo.

Ema è certamente il suo film più irrisolto e sbilanciato, i suoi personaggi sembrano perdersi nelle pieghe del racconto, è difficile comprenderne i motivi ed è arduo identificarsi con loro, tuttavia il film ha una vibrazione inconsueta, travolgente, se si è disposti ad accettarla. Un’ottimismo decisamente inaspettato, che si risolve in un finale leggero, riconciliato e asimmetrico, come raramente è accaduto nei film di Larrain.

Ema è uno strano oggetto non identificato, che sfugge, si lascia rincorrere e ci lascia sempre un passo indietro, inafferrabile.

Larrain si affaccia al presente, affidandosi agli occhi e al corpo di una ventenne, tratteggiando un ritratto femminile senza compromessi, travolgente e precario, imperfetto e sbilanciato. Il ritratto di una madre che si fa carico di costruire una famiglia imperfetta, nel modo meno ortodosso possibile, ma ugualmente efficace e necessario.

Sorella ideale della protagonista di Senza tetto nè legge, come di Lisbeth Salander, con la stessa sfrontata aggressività di una Lady Gaga, Ema appartiene a una generazione che balla senza alcuna vergogna, come ha ricordato Larrain, presentando il suo film, e lo fa con la piena consapevolezza del proprio corpo e della propria femminilità.

Un corpo che è l’unico modo che Ema conosce per comunicare col mondo, per raccontare se stessa.

Il film lascia interdetti, incerti, poi cresce, lavora nel profondo, dopo essersi sedimentato.

E alla fine anche noi, come gli altri personaggi del film, comprendiamo di essere stati spettatori e strumenti di un piano perfetto e diabolico.

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