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Venezia 2016. Jackie

Jackie

Jackie ****

Natalie Portman è “Jackie” Kennedy. Un ritratto della First Lady elegante e profondo, descritto attraverso i gesti contenuti e fini, la voce sussurrante e leggera. Il tempo torna indietro agli  Stati Uniti degli anni Sessanta, includendo anche filmati originari del 1963, che confondono realtà e finzione, sulle tracce di una donna che è diventata un’icona. Il lungometraggio si distende su periodo di quattro giorni, a partire da poco prima dell’assassinio del marito e presidente americano John F. Kennedy, lungo i primi dolorosi e concitati giorni che seguirono alla tragedia.

Un altro presidente assassinato, un’altra autopsia, ancora un testimone privilegiato: con Jackie, il cileno Pablo Larrain ritorna a fare i conti – a sei anni di distanza da Post Mortem– con il passato e la sua rappresentazione, indagando uno dei momenti seminali della Storia dell’ultimo secolo, l’omicidio del presidente John Kennedy.

Per farlo, ha scelto di raccontare i tre giorni successivi all’attentato di Dallas del 22 novembre 1963, dall’arrivo della macchina presidenziale all’ospedale, fino alle esequie solenni e all’addio alla Casa Bianca.

Il suo punto di vista tuttavia non è quello del presidente, ma quello della moglie Jacqueline.

Icona assoluta di stile ed eleganza, fotografata e vestita dai più grandi, eppure riservatissima e gelosa della sua privacy,  la fama di Jackie Kennedy è cresciuta anche dopo la morte del presidente, grazie al secondo matrimonio con l’armatore greco Onassis.

Larrain resta fedele alla cronaca di quei tre giorni terribili, ma li chiude in una doppia cornice narrativa: la confessione di Jackie al prete incaricato delle esequie e un’intervista successiva nella casa vuota dei Kennedy di Hyannis Port, nella quale rivendicare, una volta e per sempre, l’eredità politica e ideale del brevissimo mandato presidenziale di JFK.

Il regista cileno, qui per la prima volta alle prese con una produzione americana, senza il conforto del suo consueto gruppo di attori e collaboratori, riesce tuttavia a fare sua la sceneggiatura di Noah Oppenheim, infondendola con le sue ossessioni ricorrenti, con il suo senso del racconto e delle relazioni sociali.

Jackie non è il ritratto di una donna distrutta dal dolore e dal lutto, ma quello di una moglie determinata a costruire sulle ceneri ancora calde di una morte insensata e brutale, il lascito più duraturo di una dinastia, che ha governato il paese per poco più di due anni.

La grande tragedia che incombe sulle spalle di Jackie è quella di chi deve fare i conti con le menzogne e le ipocrisie necessarie a mantenere il proprio ruolo pubblico, quelle di cui il potere si nutre costantemente.

Larrain trasforma il racconto di questi tre giorni in un percorso di ricostruzione dell’identità personale e collettiva: chi era davvero John Kennedy e perchè la sua presidenza resta un riferimento ideale imprescindibile ad ogni latitudine, a distanza di cinquant’anni? Come preservare il lascito limitato e modesto di quei pochi mesi di governo?

E ancora: come ricostruire la propria vita e quella della propria famiglia, colmando il vuoto di un’assenza così sconvolgente e improvvisa?

Jackie cerca di rimettere assieme i frammenti di una presidenza andata in frantumi, attraverso i ricordi, le immagini, gli inganni della memoria.

Qualcuno doveva pur scrivere un finale adeguato, una chiusura che restasse nell’immaginario collettivo per generazioni. E pur nell’oscurità del lutto, Jacqueline sapeva di dover essere lei a farlo, trasformando il racconto di un presidente morto in Elm Street, in una leggenda.

Larrain fa della apparentemente fragile Jackie Bouvier, una forza prorompente, un’ancora per i propri figli e per Bobby Kennedy, con cui condivide le scelte più difficili, dal lungo corteo funebre, ispirato a quello di Lincoln, alla sepoltura nel cimitero militare di Arlington, accanto alle bare bianche dei due figli perduti.

E’ lei infine a rinvigorire l’immagine dei cavalieri della tavola rotonda, con un presidente generoso e leale, ispiratore dei migliori sentimenti di una nazione, desiderosa di lasciarsi alle spalle le ferite di guerra.

Come sempre, Larrain usa la Storia, si inserisce nei suoi vuoti, ne sfrutta i margini, le figure iconiche, per costruire un racconto, capace di sfidare il mito. Il suo è cinema politico, ma lontanissimo da ogni semplificazione ideologica quanto da ogni necessità oggettiva. Il regista cileno sceglie anche questa volta un punto di vista laterale periferico, mettendo in primo piano quello che sarebbe rimasto sullo sfondo, più interessato a far cinema, che a insegnare. Per questo i suoi film non sono mai semplici biografie, tutt’al più memorie dal sottosuolo, eruzioni magmatiche, che si pongono sul confine tra realtà e rappresentazione: nel suo cinema non c’è alcuna soggezione al personaggio, alcuna subalternità. Larrain ribalta le logiche del biopic, allontanandosi da ogni documentarismo.

Memorabile la colonna sonora di Mica Levi, che sfrutta magnificamente le dissonanze degli archi, per creare un’atmosfera di continua tensione, di caduta improvvisa.

La fotografia di Stéphane Fontaine, che sostituisce il fidato Sergio Armostrong, è tesa, come sempre nei film di Larrain, alla mimesi con le immagini di repertorio del passato: il bianco e nero granuloso dello speciale televisivo, si alterna ai colori contrastati e ai neri profondissimi delle immagini del funerale e al chiarore delle stanze della Casa Bianca.

Magnifica anche la ricostruzione dello speciale televisivo della CBS, nel quale la sorridente Jackie presentava all’America degli anni ’60 le novità introdotte negli arredi e nelle stanze della residenza presidenziale.

Indimenticabile il momento in cui Larrain immagina Jackie riascoltare le canzoni del musical Camelot di Loewe e Lerner, nelle stanze ormai vuote della Casa Bianca, cambiandosi quei vestiti che l’avevano resa un modello, per tutte le donne d’america.

E proprio a Camelot si ritorna nel finale, dopo che Larrain ha sfidato la Storia, mettendo in scena in pochissimi devastanti fotogrammi, i due spari che misero fine al regno di Kennedy.

Tutto questo non sarebbe stato possibile, se Larrain non avesse avuto un’interprete come Natalie Portman, mai così grande di fronte alla macchina da presa, con quella straordinaria capacità di trasmettere forza e determinazione anche attraverso le lacrime, il sangue e l’orrore.

Una prova maiuscola la sua, che supera i cliché della mimesi e dell’immedesimazione: la sua Jackie è puro cinema, morte al lavoro, paura e desiderio, lotta corpo a corpo con la Storia.

Dopo il memorabile e lieve Neruda, presentato a maggio alla Quinzaine del Festival di Cannes, Larrain ci regala un altro capolavoro imprescindibile: il più kennediano dei film sul Presidente, il più intelligente ritratto del suo mito e del suo lascito ideale, accanto a quello della donna, che quel lascito ha contribuito a creare.

Difficile che da qui a sabato, ci sia un film più meritevole del Leone d’Oro. Imperdibile.

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