Venezia 2016. Voyage of Time: Life’s Journey

Voyage of Time

Voyage of Time: Life’s Journey ***

In Voyage of Time: Life’s Journey, esperienza dei sensi, della mente e dell’anima, è l’universo che ci passa davanti agli occhi in un viaggio d’esplorazione nel nostro passato planetario e in una ricerca del luogo cui l’umanità è destinata in futuro. Percorso dalla mormorante energia della natura stessa, il film fonde effetti speciali innovativi con grandiose riprese girate in giro per il globo e oltre il globo, alla scoperta di ciò che dura, di ciò che resiste nel tempo.
Che cosa significa, dopo tutti quegli eoni, essere noi, qui, ora? L’azione ripercorre la cronologia scientifica dell’universo, dalla nascita delle stelle all’esplosione di una nuova vita sulla Terra, alla comparsa dell’umanità con il conseguente stravolgimento del pianeta. Malick invita gli spettatori a sondare il passato, il presente e il futuro in un modo intimo. Il film mostra una serie di fenomeni naturali mai visti prima, fenomeni celesti e terrestri, macroscopici e microscopici, proposti con la consulenza di un gruppo di esperti scientifici all’avanguardia.
La violenta geologia del pianeta ai suoi albori. Le prime cellule, che si sviluppano, si dividono, esplorano ogni nicchia possibile. La comparsa dei pesci, delle foreste, dei dinosauri e della nostra specie con la sua necessità di rapportarsi a ogni cosa: tutto questo si trasforma in un inno alla natura, alla vita, all’universo.Non esistono due individui che avranno la stessa esperienza.

Opera-mondo, testamento ideale e summa di una carriera leggendaria, Voyage of Time ha diviso e incantato gli spettatori della prima proiezione stampa.

Novanta minuti tumultuosi, che cominciano con un’invocazione alla forza creatrice dell’universo, alla maternità come condizione assoluta e irrinunciabile e poi si aprono con immagini sgranate di homeless e donne abbandonate alla propria disperazione.

Il viaggio di Malick ricomincia quindi dal big ben, dallo spazio profondo, dagli elementi essenziali – aria acqua terra fuoco – il magma dei vulcani marini, i geyser, fino alla vita dei primi organismi, le meduse, poi gli anfibi, i dinosauri, quindi l’uomo primitivo e infine le meraviglie della nostra civiltà.

Ad inframmezzare queste immagini di maestosa potenza narrativa, ci sono riprese amatoriali, attimi di vita, rubati ai quattro angoli della terra.

Voyage of Time è in fondo l’esplosione e l’espansione di quei memorabili venticinque minuti di The Tree of Life, che raccontavano con una sintesi indimenticabile, l’evoluzione della vita nell’universo.

Dal punto di vista visivo e ideale, nel film con Pitt e la Chastain c’era già integralmente il senso di questo Voyage of Time.

Qui Malick accompagna le immagini alla voce di Cate Blanchett: poema elegiaco, invocazione ad una madre che è natura e vita, paura e desiderio, presenza immanente e vuoto assordante.

La grande odissea della vita procede dal fondo degli oceani e dalle viscere della terra, fino alle stelle del cielo ed ancora oltre, abbracciando l’universo con uno spirito laico e umanista.

Senza più l’obbligo di aderire ad una storia, Malick può infine dedicarsi al racconto dei racconti, all’ambizione di mostrare la meraviglia dell’evoluzione, la forza drammatica della visione della vita e dell’uomo, all’interno di una Natura che tutto pervade, tutto comprende.

Non c’è dubbio che le immagini magnifiche in IMAX perseguano un rigore scientifico assoluto, mentre la voce interiore del film segue la via della ricerca delle ragioni della creazione, dello scopo della vita, con uno spiritualismo ormai familiare agli ultimi lavori di Malick.

E’ qui naturalmente e nelle immagini sgranate di un matrimonio ebraico, di una cerimonia rituale nel sud est asiato e nelle strade assolate di una California preda di disperati, che il film sconta i suoi limiti e divide profondamente.

Non tutti sono disposti a seguire il massimalismo di Malick, il suo sentenziare sulle grandi domande della vita, la sua ambizione filosofeggiante, che si muove su un crinale a strapiombo sulla banalità e la semplificazione.

Eppure bisognerebbe riconoscere a Malick almeno il tentativo di elevare il discorso filmico a strumento gnoseologico e speculativo, non semplicemente rappresentativo della realtà.

Lo sguardo di Malick è così pieno di stupore, di meraviglia da sembrare persino ingenuo. Nessuna ironia, nessun distacco cinico, nessuna presa di distanza dall’ontologia dell’immagine: in tempi di soggettività postmoderna, il suo cinema non può non sembrare indifendibile.

E’ legittimo prendere le distanze da questa ultima evoluzione del maestro di Waco, e faremmo un torto a noi stessi se non confessassimo che avremmo preferito che le immagini e la musica parlassero da sole, almeno questa volta e che l’astrazione della scienza prendesse il posto della poesia.

Perchè lì in quelle immagini, nella forza narrativa di quei panorami, di quegli abissi, di quelle stelle infinite, c’è già una risposta ai grandi interrogativi della vita. Una risposta che non può che essere personale, parziale, provvisoria. E che non ha bisogno di parole e di preghiere.

Se una critica possiamo muovere a Malick, è quindi quella di non essere stato ancor più radicale nel suo viaggio, contrapponendo magari ad una visione tutta positiva e poetica, una dimensione problematica, negativa, orrorifica, se non tragica, che rimane solo accennata nelle immagini sgranate delle tre realtà contemporanee.

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