Venezia 2016. Paradise

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Paradise **

Un film che è un monito: storie di vita quotidiana durante la Seconda guerra mondiale per ricordare “che questo è stato”. Rai (Paradise) è un lungometraggio sui destini incrociati di tre personaggi nel tempo triste di una guerra senza precedenti: Olga, un’aristocratica russa emigrata e ora parte della Resistenza francese; Jules, un collaborazionista francese;  Helmut, un ufficiale di alto rango delle SS. Il significato di questo film è perfettamente espresso dalla citazione del filosofo tedesco Karl Jaspers: “Quello che è successo è un avvertimento. Deve essere continuamente ricordato. Come è stato possibile che accadde una volta, così rimane la possibilità che succeda ancora, in qualunque momento. Solo la conoscenza di ciò che fu può evitare che riaccada”. Sullo sfondo tragico dei campi di concentramento, il motto “ogni vita ha un suo significato”.

Tre storie che si intrecciano nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Un viaggio che dalla provincia francese prosegue verso est.

Olga, una nobildonna russa che vive in Francia e si è unita alla Resistenza, viene catturata e rischia di essere deportata in un campo di concentramento.

Jules, un poliziotto francese del Governo di Vichy, vuole approfittare della situazione, affascinato dall’aristocratica russa.

Helmut, ufficiale delle SS,  è un intellettuale appassionato di letteratura russa, convinto che l’adesione alla dottrina nazista sia la realizzazione dell’ubermensch tanto atteso. Aveva conosciuto Olga in Italia, prima della guerra e se la ritrova ora nel campo a cui è stato inviato da Himmler, per verificare ammanchi e ruberie.

Sono direttamente i tre protagonisti a raccontare, in un misterioso interrogatorio, i momenti in cui la loro storia personale si è incrociata con quella degli altri.

E’ una sorta di lunga confessione questo Paradise, che tuttavia non riesce mai a convincere appieno. Il tono lieve del primo episodio si scontra inesorabilmente con quello dei successivi, ambientati in un campo di concentramento, nei giorni della soluzione finale.

Ma a lasciare interdetti è la cornice straniante in cui i tre ricordano, si giustificano, semplicemente si raccontano.

Difficile dire di più, senza svelare l’artificio usato da Konchalovsky, che si ritaglia non solo la posizione del narratore onniscente, ma quella del ‘giudice in terra del bene e del male’…

Il copione si slabbra in più punti e la svolta conclusiva, con il sacrificio della protagonista, appare improvvisata, pretestuosa, mal scritta, psicologicamente implausibile.

E’ tutto il copione a suonare sempre forzato, pieno di espedienti di scrittura necessari per far risaltare la grande generosità interpretativa di Julia Vysotskaya, compagna e musa del regista russo anche nella vita.

La dedizione della Vysotskaya tuttavia non riesce a salvare da sola un film ambiguo, che gioca con le pagine più oscure della storia del ventesimo secolo, senza avere nulla di nuovo da dire e dicendolo peraltro malissimo. Persino il bianco e nero poco contrastato è una scelta furba, di maniera, proprio come i finti salti di montaggio e di sonoro nelle immagini degli interrogatori. 

E poi quel finale con la luce divina e l’ascesa alle sfere celesti è uno dei momenti più camp di tutta la Mostra: mette i brividi, sì, ma per l’orrore.

Chissà cosa ne avrebbero detto Daney e Rivette, che tanto avevano riflettuto sulla moralità della visione, in particolare quando si mette in scena l’Olocausto.

Spiace dirlo, ma da un regista raffinato come Konchalovsky non ci saremmo mai aspettati una caduta di tono così smaccata.

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