Malcolm & Marie

Malcolm & Marie **

Una grande glass house vuota nella notte californiana. Un’auto si avvicina, con a bordo un uomo e una donna.

Quando entrano in casa cominciamo a capire chi sono: lui è un regista che ha appena presentato il suo esordio al pubblico in quella che è la sera più importante della sua vita, lei è una modella che sembra aver rinunciato alle velleità d’attrice.

Stanno assieme da cinque anni, tra alti e bassi, fallimenti personali e professionali, droga e compromessi per emergere.

Ma sembrano ai due estremi dello spettro emotivo: lui entusiasta, sovreccitato, logorroico, ancora con addosso l’adrenalina di una serata travolgente, lei silenziosa, piena di pensieri, delusa in qualche modo.

Presto capiamo il perchè: presentando il film al pubblico Malcolm si è dimenticato di ringraziare Marie.

Per i due personaggi, sarà l’inizio di un tour de force di accuse, recriminazioni, confessioni, che metteranno a nudo il loro rapporto.

Il film di Levinson è il suo secondo dopo Assassination Nation, presentato al Sundance e passato per lo più inosservato nel 2018, ma segue l’enorme successo della serie Euphoria, che nel 2019 ha trasformato Zendaya in una star, lontana dai ruoli interpretati per Disney channel, e messo il figlio del premio Oscar Barry Levinson nella lista dei talenti da tenere d’occhio.

Rinviate per il covid le riprese della seconda stagione della serie scandalo della HBO, Levinson ha avuto l’idea di girare subito, in pieno lockdown, un film essenziale, fatto di pochissimi elementi. Solo un grande spazio aperto e trasparente e due personaggi.

La sceneggiatura si articola idealmente in sei capitoli e una coda, sei riprese quasi da incontro di boxe, che cominciano con una presa in giro dei critici ansiosi di mostrare il proprio entusiasmo al giovane regista e attraversano poi, tra cinema e vita, le lusinghe del successo, la gelosia, il bisogno di attenzioni, la mediocrità delle proprie ambizioni, l’insicurezza del proprio talento, il senso di colpa indotto la dipendenza, quella dalle sostanze, ma anche quella emotiva, i confini tra arte e vita, l’autenticità del cinema e la sua capacità di usare le ispirazioni più diverse, per costruire qualcosa di unico e singolare.

Levinson, così come già in Euphoria, accompagna il fiume in piena delle parole, messe in bocca ai suoi attori, con un’eleganza minimale nella messa in scena.

La sua macchina da presa si muove sorniona, all’interno e all’esterno della Caterpillar House di Carmel, lasciando che siano i suoi attori ad entrare e uscire dalla scena, utilizzando il fuoricampo e il controcampo in modo prezioso, per interrompere e spezzare il flusso travolgente delle parole.

Qualcuno ha evocato il Cassavetes de La sera della prima o di Una moglie, ma non mi pare ci sia la stessa intenzione di pedinare ossessivamente i suoi attori quasi a rubarne la vita, mi pare invece più pertinente il richiamo al più composto e teatrale Mike Nichols di Chi ha paura di Virginia Wolf.

La fotografia in bianco e nero 35mm dell’ungherese Marcell Rév, già collaboratore di Mondruczo, restituisce tutta la meravigliosa granulosità della pellicola, i suoi neri profondissimi, le sue luci avvolgenti e sfrutta il set minimo, con continui recadrage e riflessi, che frammentano il fluviale discorso amoroso.

John David Washington e Zendaya, al suo primo vero ruolo drammatico per il cinema, giocano a fare Burton e Taylor, cercando continuamente di farsi male, con parole acuminate e ci riescono piuttosto bene.

Entrambi sono realmente molto convincenti e ci regalano una performance certamente complessa. Zendaya in particolare ha un modo di farsi scivolare addosso le parole, di sfruttare il contrasto tra la spigolosità del suo corpo e la dolcezza rotonda del suo volto, in modo realmente emozionante.

Il film, che si inserisce in quella tradizione cinematografica piuttosto ricca del litigio sentimentale,  tuttavia è un po’ troppo compiaciuto della propria rarefatta struttura drammatica, si parla addosso in modo quasi insopportabile, preoccupatissimo di dire la propria su tutti i temi del dibattito culturale americano e si fida troppo della tensione costruita esclusivamente sui dialoghi e sulla bravura dei suoi attori.

Lo showcase attoriale dopo un po’ mostra la corda e, senza il sostegno adeguato, finisce per perdere mordente, nonostante la recitazione incandescente dei due.

Levinson, che ha raccontato come lo spunto di partenza sia effettivamente autobiografico – perchè anche a lui è accaduto di dimenticare di ringraziare la moglie, alla presentazione di uno dei suoi primi lavori – evita di inserire qualunque elemento narrativo e si affida ad un copione, che si basa interamente sull’unità di tempo, luogo e azione, quasi come in una piéce teatrale.

Malcolm & Marie è poi uno di quei film che raccontano il cinema, la gente di cinema e le loro ansie, finendo per risultare quasi sempre un po’ troppo chiuso e autoriferito.

Tutta la lunghissima tirata contro la critica del Los Angeles Times suona più come una rancorosa vendetta personale, che come un contributo interessante a chiarire il rapporto tra i personaggi e il loro milieu artistico o come una presa di posizione del dibattito culturale americano, tra identità, gender e colore della pelle.

Il limite di Malcolm & Marie è che spesso sembra parlare ad un pubblico molto ristretto di addetti ai lavori, mentre invece avrebbe l’ambizione di raccontare la faticosa costruzione di un amore.

Forse, come il suo protagonista, Levinson dovrebbe porre un freno al suo narcisismo di scrittore, perchè i suoi dialoghi, sia pure spesso brucianti e indovinati, non bastano a sostenere da soli l’intero architrave drammatico dei suoi film.

Occorre tuttavia riconoscere che, essendo stato uno dei primissimi film girati in tempo di pandemia, tra il 17 giugno e il 2 luglio 2020, con una troupe ridotta a sole dodici persone, senza truccatori e costumisti, alcune scelte radicali di Malcolm & Marie vanno intese esplicitamente come una sfida a rispettare i rigorosi limiti dei nuovi protocolli, approvati dalla California, per riprendere l’attività.

In questo contesto va certamente inquadrato il lavoro di Levinson, che peraltro ha ripetuto la medesima formula, anche nei due episodi speciali di Euphoria, andati in onda a cavallo delle feste natalizie.

Malcolm & Marie è proprio come il cinema indie non dovrebbe essere: solipsistico, chiuso, supponente.

Parole, parole, parole.

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