Venezia 2020. The World To Come

The World To Come ***1/2

Primo gennaio 1865 in una piccola valle del midwest rurale: qui vivono Abigail e Dyer.

E’ una terra desolata e solitaria, dove la neve cade copiosa e avvolge nel mito della Frontiera due anime spezzate.

La loro bambina Nellie se n’è andata, per la difterite, pochi mesi prima. Da allora, come scrive Abigail nel suo diario, “sono diventata il mio dolore”.

Le cose cambiano quando un’altra giovane coppia, Finny e Tallie, affitta una vicina fattoria. Tra le due donne, spesso sole, nasce una complicità, che piano piano supera anche i confini dell’amicizia.

Abigail annota nel suo diario la calma dolce e aggraziata di Tallie, i suoi lunghi capelli rossi: quando c’è una catastrofe, siamo tutti alla mercè degli altri: per Abigail sarà Tallie a riempire di senso le sue giornate, fino a scordarsi i suoi doversi di moglie.

“Gioia e stupore”.

Tuttavia i loro sentimenti diventano troppo evidenti ed esclusivi per poter essere accettati.

Mona Fastvold, regista e sceneggiatrice norvegese, che lavora a New York, aveva scritto L’infanzia di un capo e Vox Lux con Brady Corbet, suo compagno anche nella vita.

The World To Come è il suo secondo film, tratto da un racconto di Jim Shepard e scritto da quest’ultimo assieme a Ron Hansen (L’assassinio di Jesse James…).

Girato in pellicola da André Chemetoff, con l’intenzione di cogliere tutta la provvisorietà di un sentimento impossibile, in un contesto naturale così infelice e ostile, il film della Fastvold è un magnifico doppio ritratto femminile, un melodramma che brucia sottotraccia, in una sola lunga stagione che trascolora dall’inverno all’estate.

La regista si tiene lontanissima da ogni eccesso drammatico, evita ogni concessione allo spettatore, con grande pudore mette tra parentesi la passione delle due donne, che poi erompe nel finale, in una scena di grande potenza visiva e emotiva, e si affida al talento di due interpreti sublimi.

Vanessa Kirby, che a Venezia 77 trova forse la sua consacrazione vera con due film e due ruoli memorabili e lontanissimi tra di loro, mostra tutto intero lo spettro del suo fascino interpretativo. La sua Tallie è l’oggetto del desiderio, la tentazione, l’elemento che viene a ristabilire un equilibrio nuovo nella vita di Abigail, dopo il lutto.

Katherine Waterston (Vizio di forma) è la protagonista ferita, che avrebbe voluto studiare ed emanciparsi, ma che ha accettato la vita della fattoria e che trova nelle pagine del suo diario e nel desiderio di un atlante, l’unica ancora di salvezza, perchè “occuparmi della mia istruzione è l’unica cosa che impedisce all’infelicità di avere il sopravvento”.

Saranno poi i sentimenti per Tellie a cambiare radicalmente le sue prospettive.

E’interessante notare come le due figure maschili del film reagiscano in modo diverso: con la comprensione e il sostegno per Dyer, che si rende conto dei limiti della sua relazione con Abigail, ne intuisce i desideri; con la negazione, la violenza, il richiamo ad un paternalismo da antico testamento per Finny, che considera Tellie una sua proprietà.

Il film si chiude con una nota di profonda disperata malinconia: sul tetto di un fienile o sulla pagina di un diario, l’unico modo per colmare una distanza, diventata troppo grande, risiede forse nella creazione un altrove, in cui continuare a vivere assieme, a immaginarsi vicine, nonostante tutto.

Da non perdere.

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