Venezia 2020. Mainstream

Mainstream *1/2

Il secondo film di Gia Coppola, nipote di Francis, dopo Palo Alto è una sorta di brutta copia di Quinto Potere, ambientato nel mondo delle star dei social.

Quando la giovane cameriera, aspirante videomaker, Frankie incontra Link in un centro commerciale, quest’ultimo è travestito da topo gigante e promuove una marca di formaggio nella hall.

Accortosi che Frankie lo sta riprendendo Link se ne esce con una tirata contro il consumismo e in favore dell’arte, che sembra funzionare bene sul piccolo canale youtube della ragazza.

Link non sembra avere un passato nè un presente, e neppure un telefono cellulare, ma quando Frankie lo reincontra per le strade di Los Angeles, gli chiede un indirizzo per rimanere in contatto.

Di video in video, le cose provocatorie e controcorrente che Link racconta, contro i social e contro la dipendenza dai telefoni e dall’approvazione altrui, lo trasformano in un piccolo fenomeno con il nome di No One Special.

Con loro due c’è Jake, il collega di lavoro di Frankie, che si occupa dei testi.

Quando però un produttore fiuta l’affare, le cose si mettono male, perchè di provocazione in provocazione, No One Special finisce nella stessa spirale di dipendenza e violenza verbale che voleva condannare all’inizio.

Il film della Coppola vorrebbe essere proprio come il suo protagonista, ovvero originale e provocatorio, risulta invece piuttosto pasticciato e manipolatorio, ambiguo e discutibile.

I meccanismi della fama e del successo social sono rappresentati in modo sbrigativo e implausibile, il coté sentimentale è invece quanto di più tradizionale e risaputo ci potremmo attendere, con la donna divisa tra i due pretendenti: il bravo ragazzo un po’ noioso, che fa la cosa giusta e il bad guy mattoide, che vive sempre sulla cresta dell’onda.

Lo sviluppo drammatico è confuso e finisce per affidarsi completamente alle capacità istrioniche di un Andrew Garfield lontano dalla remissività dei suoi ruoli del passato, che tuttavia finisce per divorarsi tutto il film, con una recitazione tutta sopra le righe, fatta di occhi strabuzzati, urla, mosse e faccette, balli  scatenati e moralismo un tanto al chilo.

Il finto giovanilismo del film è infine il suo limite maggiore, perchè scandalizza solo gli adulti, mentre lascia indifferente il suo pubblico d’elezione.

Velleitario.

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