Devs: determinismo contro libero arbitrio nel tecno-thriller di Alex Garland

Devs **1/2

Tra i boschi che circondano San Francisco si erge un’enorme statua raffigurante una bambina che soffia via bolle di sapone dalle mani. Ai suoi piedi, centinaia di giovanissimi ingegneri assunti da ogni parte del mondo, laboriose formichine dell’information technology, si muovono nell’edificio principale di Amaya, la società hi-tech leader nel campo dei computer quantistici. Si potrebbe dire, azzardando un ponte tra realtà e fantasia, che Google sta ai motori di ricerca come Amaya sta alla tecnologia basata sul qubit: entrambi hanno sbaragliato la concorrenza. Il fondatore e CEO di Amaya, lo schivo Forest, è un uomo ferito da un gravissimo lutto. Sua figlia è morta in un incidente stradale. Una casuale distrazione al volante della moglie, un secondo di troppo al cellulare, uno stop non rispettato… Indietro, non è possibile tornare. O forse sì?

Ovviamente, la figlia di Forest si chiamava Amaya. Senza alcun dubbio, la gigantesca statua rappresenta lei. E, altro dettaglio scontato, Forest, uno degli uomini più ricchi del pianeta, ha risorse infinite da utilizzare all’interno del suo giocattolino privato. Nel laboratorio più segreto d’America, l’ipertecnologico centro di ricerca Devs (Devs è l’abbreviazione di Developments, Sviluppo), un cubo costruito sottovuoto spinto per resistere ai terremoti della California e fisicamente separato dal resto di Amaya. sta per avvenire qualcosa di grandioso, qualcosa che trascende la nostra immaginazione.  L’anima di Devs è un totem diafano avvolto da un alone di mistero. Forest concede solo a pochissimi eletti l’onore di lavorarvi. I migliori, previo colloquio con il roccioso Kenton, capo della sicurezza, sono iniziati alla meraviglia della scoperta che cambierà gli umani destini. Avete indovinato? Corretto. Forest desidera riportare in vita la figlioletta. Però…

Però in Devs, miniserie targata Hulu, i ragionamenti attorno alla vita e alla morte non sono così semplici. Alex Garland, showrunner, produttore e regista del progetto, si cimenta per la prima volta con la dimensione della serialità. Devs presenta punti di contatto sia con Ex Machina, pellicola uscita nelle sale nel 2015, sia con Annientamento, film distribuito nel 2018 da Netflix, adattamento del fortunato romanzo di Jeff VanderMeer. Per Garland, la fantascienza è un linguaggio utile ad esplorare le brusche trasformazioni di un presente accelerato. Con la svolta della singolarità, il futuro è morto. Con il primo contatto stabilito tra esseri umani e alieni, tutte le certezze esistenziali e cognitive collassano. Con un computer ultrapotente in grado di simulare l’Universo, viene a cadere ogni mediazione tra realtà e rappresentazione.

La pietra angolare di Devs è il determinismo. Siamo (sì, siamo) programmi in attesa di esecuzione. Niente libero arbitrio. Il concatenamento di cause ed effetti è il nostro binario. Tutto è computazionale, decostruibile secondo le regole dell’ingegneria inversa e riscrivibile in forma di codice. Prendiamo l’esperimento pilota condotto dall’equipe di Forest, una cavia, un semplice topolino poggiato, inerme e innocente, su un altare cibernetico attraversato da un’infinità di sensori. Sotto l’occhio artificiale di un nuovo Dio (Devs o Deus?) il topolino, un essere da sfogliare molecola, atomo per atomo, si risolve in pura informazione. In definitiva, il topolino perfettamente mappato equivale al suo ciclo di vita. Causa ed effetto, da A a B: nulla al di fuori di questo. Ciò che deve accadere, accade.

Lo scienziato quantistico non solo osserva (e detiene) il passato della creatura, ma anche il suo futuro. La replica informatica è una copia fedelissima dell’originale, i cui dati circoleranno in un eterno loop. La tappa successiva è la resurrezione dell’uomo, delle civiltà, di ogni momento trascorso sulla faccia della Terra. La complessità è una variabile prevista e gestibile. Devs segna l’apoteosi del misticismo tecnologico insito nella poetica di Alex Garland.

Apoteosi che, a volte, si spinge ai limiti del ridicolo, come l’idea di materializzare sul megaschermo del Devs, una sorta di sala di proiezioni per pochi intimi, la crocifissione di Gesù Cristo e dei due ladroni e di farci ascoltare le ultime parole del figlio di Dio in aramaico. Nessuno, nel corso della serie, si domanda come il GPS possa individuare sulla mappa un evento storico datato millenni prima. La storia umana si riduce ad una surreale e patetica diretta streaming da godere in formato cinemascope pigiando sul tasto di un magico tablet. Passi il brivido di svelare il nome dell’omicida del Presidente Kennedy, che poi, nessuna sorpresa, è sempre Lee Harvey Oswald, passi pure il piacere o dispiacere di assistere al rogo di Giovanna d’Arco (non era sufficiente rivedere il film capolavoro di T.D.Dreyer, magari in versione restaurata?), però puntare il GPS sulle grotte di Lascaux, per imbastire un discorso sull’immobilità della preistoria a confronto della rapidità del presente, pare un escamotage narrativo un tantino grossolano.

Garland ha comunque il merito di enfatizzare le striature esoteriche del verbo ottimista della Silicon Valley. In Ex Machina, il demiurgo Nathan rivelava al giovane programmatore Caleb che la raccolta globale dei dati attraverso gli smartphone gli era servita a comprendere non il cosa, ma il come dell’intelligenza collettiva planetaria, una struttura neurale poi riversata in Ava, l’AI con il volto di Alicia Wikander. In Annientamento, l’eterno topos identitario del doppio accarezza il concetto di ibridazione transumana (uomo-donna-pianta-alieno), ennesima variazione del tema “metamorfosi”. In Devs, sul tronco originario del misticismo tecnologico si innesta una riflessione sull’onniscenza e onnipotenza raggiunta dai computer quantistici. Il lavoro di Garland è un tentativo di imbrigliare i cavalli selvaggi della contemporaneità e di trasformarli in nuovi miti. Anche in Devs, il regista si focalizza sull’elemento umano, troppo umano della fragilità sentimentale, paradossale detonatore del sistema. A fronte di situazioni apparentemente granitiche, sono le donne a far saltare il quadro. Il capitalismo rampante è uomo, mentre la rivolta, consapevole o meno, è sempre di segno femminile.

Devs, svestito dall’involucro filosofico, è un thriller vecchio stile allineato al mosaico geopolitico contemporaneo. Un programmatore estremamente brillante, Sergei Pavlov, è assunto nella squadra dei fenomeni del Devs. Peccato sia stato reclutato dai servizi segreti russi. Piccolo inciso: poteva mai passare inosservato con un nome simile? Pavlov, interpretato da Karl Glusman (il fotografo Dean dello splendido The Neon Demon di Nicolas Winding Refn), sparisce nel nulla. Noi spettatori sappiamo cosa è accaduto, la fidanzata di Sergej, Lily Chan, specialista in decrittazione, no. Lily è Sonoya Mizuno, già sexy cyborg tuttofare in Ex Machina, qui promossa ad un ruolo di protagonista. I cattivi ragazzi di Amaya, tra i quali spicca il brutale Kenton (Zach Grenier, bravissimo), una specie di terminator con un passato incredibile nella CIA, forniscono all’efebica Lily prove false che attesterebbero il tragico gesto del ragazzo di origini russe. Sergei si è davvero allontanato dal laboratorio per poi tornare e darsi fuoco ai piedi della statua di Amaya? E perché? Lily non abbocca all’amo virtuale e indaga addentrandosi nelle piste informatiche. Nel cellulare del fidanzato trova un app del Sudoku che in realtà è una porta di comunicazione. L’ingegnera venuta da Hong Kong riprende i contatti con Jamie, il suo ex boyfriend miseramente lasciato proprio per Sergei. Jamie, ancora innamorato, si lascia coinvolgere.

Devs poggia uno sguardo amaro sulla San Francisco del XXI secolo, una città che, in virtù del contagio della vicina Silicon Valley, ha conosciuto un’iperbolica crescita dei prezzi delle case, tanto da diventare invivibile per il ceto medio. Nessuna meraviglia nel vedere un senzatetto perennemente acquartierato sotto l’abitazione di Lily. Nessuna meraviglia nel sentire che la liquidazione di un dipendente del Devs appena licenziato ammonta a dieci milioni di dollari. D’altronde, non è sufficiente essere bravi per salire sull’ascensore sociale: serve un atto di fede nel progresso. I capi dell’hi-tech, fondatori di una nuova religione, fanno i pendolari tra gli headquarters delle rispettive società, sacelli di silicio dove il tempo è bandito, e le loro abitazioni private, generalmente dimesse e dislocate in anonimi suburbs. Ricchi sfondati, ma morigerati. Forest ha un’auto che quasi cade a pezzi e si veste come un qualsiasi nerd. Padroni del pianeta eppure ignoranti. Forest pare non avere altri interessi oltre alla tecnologia. Dire che il tempo è bandito ha una doppia valenza. Letterale, perché i dipendenti-monadi non hanno orari (nel laboratorio fatato il giorno si confonde con la notte), e metaforica, in quanto il punto di arrivo della simulazione è l’uscita dalla Storia o, il che è lo stesso, la sua infinita replicabilità.

La fisica quantistica pone una serie di questioni, molto dibattute a livello accademico, che Devs incrocia e sviscera nella loro valenza teoretica. Esiste un solo universo oppure molti? È più sostenibile una visione monista o una dualista? Forest, interpretato da un ottimo Nick Offerman, detesta l’opzione “multiverso”. Il novello messia (termine ricorrente nella serie) è sorretto dall’incrollabile volontà di clonare digitalmente la figlia, vissuta in questo universo, capello per capello. Al suo fianco, Katie, la coordinatrice del laboratorio che ha il volto dell’attrice canadese Alison Pill, officia il rito del determinismo. “C’è una ragione per tutto”, dice Katie ad un’attonita Lily durante una scena chiave. Un superuomo unito ad una superdonna, entrambi sordi all’etica e ai richiami della morale, ed un esecutore senza coscienza nostalgico del “secolo americano”: Forest, Katie e Kenton, formano un trio pauroso, delirante, da incubo.

Jan Garbarek, Steve Reich, i canti tradizionali mongoli… Alex Garland ha evocato il sacro anche nelle musiche. In più, qua e là spuntano immagini pittoriche vagamente naif, basti ricordare le aureole di luce che abbracciano gli alberi e incorniciano le teste in inquadrature certamente non casuali. Se poi tutto questo non è sufficiente, si aggiunga il salto mortale della fede sperimentato dal povero Lyndon, diciannovenne genio espulso da Forest per la sua dottrina “eretica”. Lyndon, interpretato da una donna, l’attrice Cailee Spaeny, trova in Stewart (Stephen McKinley Henderson, attore e professore di teatro), scienziato con la passione per la poesia, una valida controparte e una figura amica. Lo strano duo Lyndon & Stewart avrebbe forse meritato maggiore considerazione.

Nonostante le imperfezioni e i déjà-vu blackmirroriani, escatologia inclusa, Devs è una serie che riesce a turbarci. Quando Katie enuncia e poi infrange le regole base della ricerca, non interrogare mai il futuro e rispettare la privacy altrui, sentiamo il peso della tragedia che incombe sulle nostre teste. La tecnologia, rotti gli argini della governabilità, è ormai fine, non mezzo. Inoltre, è una promessa di paradiso. L’essere umano ascolta la Parola della Macchina e si annulla nella Profezia. Gli atti di disobbedienza non incrinano la Verità, anzi la confermano. Nulla sfugge alla Totalità onnicomprensiva, nemmeno gli scarti improvvisi, le scelte, le emozioni. “Quanto più la Mente conosce tutte le cose come necessarie, tanto maggiore è il potere che essa ha sui sentimenti, ossia tanto meno ne patisce”. Lo ha detto Forest? No, lo ha scritto Baruch Spinoza nel 1677.

Titolo originale: Devs
Numero degli episodi: 8
Durata media ad episodio: tra i 43 e i 53 minuti
Distribuzione: Hulu
Uscite: settimanali, dal 5 marzo al 16 aprile 2020
Genere: Thriller, Drama, Sci-Fi

Consigliato a chi: ha fatto un gesto eclatante smentendo tutte le previsioni.

Sconsigliato a chi: ha qualcosa in sospeso e non vuole sapere come va a finire.

Letture e visioni parallele:

  • Un originale romanzo su vita, morte e paradossi della fisica quantistica: Nell Freudenberger, Perduta e attesa, Codice Edizioni, 2020;
  • Un mondo solo non vi basta? Fatevi passare la voglia rivedendo Another Earth di Mike Cahill, uno dei migliori film di fantascienza indipendenti degli ultimi dieci anni.

Una frase: “Il bello dei messia è che sono falsi profeti” (Lily a Forest)

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