Venezia 2019. Waiting For The Barbarians

Waiting For The Barbarians ***

Il premio Nobel J.M.Coetzee aveva scritto il racconto Aspettando i Barbari nel 1980, come un’allegoria del potere coloniale, incapace di resistere al fascismo piú brutale e ingiustificato, populista e xenofobo.

Il film diretto dal colombiano Ciro Guerra suona invece sinistramente moderno, urgente: una metafora di un mondo chiuso che si nasconde dietro muri sempre meno immaginari, usa parole d’odio, identifica nemici alle porte e barbari che stanno per invadere le nostre fragili sicurezze.

Ambientato in un altrove indefinito, in un forte circondato dal deserto e dalle montagne lontane, che nel film assomiglia all’Atlante nordafricano, il film é diviso in tre atti chiaramente identificati che mostrano la caduta inesorabile verso la rovina di una piccola e pacifica enclave dell’Impero, in una terra di confine, retta da un saggio Magistrato.

Sotto il suo comando, la convivenza tra i nomadi indigeni che stanno fuori e il piccolo manipolo che vive all’interno della città, é pacifica e di reciproca indifferenza.

Come avrà modo di raccontare piú avanti, la loro invasione é tollerata come un accidente passeggero.

Una mattina d’estate, al forte arriva il colonnello Joll, per un’ispezione. Presto però il Magistrato scoprirà che l’obiettivo del colonnello é quello di trovare le prove di un’imminente minaccia dei barbari, da contenere con una spedizione militare nel deserto.

I metodi di Joll, sempre nascosto da un paio di curiosi occhiali neri, sono quelli della tortura piú feroce. Due nomadi detenuti per errore sono trucidati e spinti a confessare fantomatici piani di assedio del forte.

La spedizione di Joll produrrà nuove confessioni esporre con la violenza.

Quando il colonnello se ne va, al forte rimane una giovane ragazza, con le caviglie spezzate e gli occhi bruciati, di cui il Magistrato si prende cura, a lungo, provocando scandalo tra i suoi.

La sua decisione di abbandonare il forte per riaccompagnarla infine alla sua tribú, provocherà conseguenze imprevedibili per lui e per tutti i rappresentanti dell’Impero.

Il valore allegorico del racconto crudele di Coetzee assume come detto una forza ancora più decisiva, se la filtriamo attraverso gli occhiali della nostra contemporaneità.

Il suo racconto sembra scritto ieri pensando alle parole violente dei sovranisti, che aspirano a governare il nostro mondo.

Il muro diroccato all’interno del quale sorge il fortino ha connotati sinistramente contemporanei e i metodi di Joll e del suo attendente Mandel sono quelli che abbiamo visto usare molte volte nella War on Terror.

La costruzione di una verità di comodo che assecondi le nostre mire espansioniste, il nostro sadico desiderio di potere é uno dei motivi più evidenti nel lavoro di Ciro Guerra.

Il Magistrato interpretato magnificamente da Mark Rylance, é un uomo di pace in un mondo in guerra. É un personaggio tragico, perché irrimediabilmente fuori dalla storia. I suoi sentimenti per la donna indigena poi spostano anche sul piano personale, questa sua inattualità.

Sconfitto, irriso e costretto a rinunciare a tutto, testimone attonito della spirale della violenza, avrà la sua rivincita solo alla fine.

Ma forse è troppo tardi.

Guerra e Coetzee non si limitano a raccontarci le premesse inesorabili di una deriva fascista del potere, ma ne mostrano anche le conseguenze piú nefaste, quando la caduta del regime, lascia solo miseria e macerie.

Guerra si conferma dopo El abrazo de la serpiente e C’era una volta in Colombia, come uno delle voci piú forti e originali del cinema internazionale.

La potenza del suo sguardo, la capacità di integrare Storia e paesaggio, racconto e mito, anche in un contesto nuovo come nell’adattamento di un testo preesistente, all’interno di una produzione internazionale, restano stupefacenti.

Una nota di merito al grande Chris Menges, che ha curato la meravigliosa fotografia terrosa e assolata e alla troupe in gran parte italiana, che ha consentito di restituire intatto tutto il fascino misterioso del racconto di Coetzee.

Indovinata la scelta di Johnny Depp per il mellifluo colonnello Joll, che nasconde dietro una facciata di irreprensibile rigidità un animo sadico e l’ambizione smisurata. Piú prevedibile e monodimensionale Robert Pattinson nei panni di Mandel. Ma questo é indubbiamente il film di Mark Rylance: il suo Magistrato é il compasso morale di Waiting for the Barbarians,  la risposta a chi minaccia l’inevitabilità dell’assedio.

Da non perdere.

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