Venezia 2019. Colectiv

Colectiv ***

Fuori concorso

Gli ultimi giorni di Festival sono malinconici. Le sale iniziano a svuotarsi, c’è sempre meno anticipazione per i film, i visitatori trascinano i piedi e assumono l’aria pensosa di chi sta per dire addio all’ultima barriera fra l’estate e il ritorno alla routine.

In questa fase calante è bello incappare in pellicole capaci di farti scordare il contorno e concentrare su un universale. Con Colectiv, Alexander Nanau riesce nell’intento e apparentemente lo fa senza nemmeno sforzarsi.

È il 30 ottobre 2015 quando il Club Colectiv va a fuoco durante un concerto rock. Le uscite di sicurezza non sono a norma, 27 ragazzi rimangono uccisi e i restanti vengono trasportati al Centro Ustioni di Bucarest. Qualche tempo dopo, il numero di vittime risulta quasi raddoppiato. Catalin Tolontan e Mirela Neag, giornalisti investigativi di un quotidiano sportivo, aprono un’inchiesta sullo stato della Sanità in Romania, portando allo scoperto un gomitolo di irregolarità e attività illecite estremamente arduo da sbrogliare.

La sensazione è di vedere un nuovo Spotlight, ma al posto di attori hollywoodiani a parlare sono le persone che hanno realmente le mani in pasta nel caso, che lo vivono attraverso la noia di conferenze stampa inconcludenti, di attacchi politici, di minacce di chi beneficia dello status quo vigente, di telefonate andate a vuoto e di notti passate in un ufficio con le lampade al neon per assicurarsi che tutti gli sviluppi sull’indagine vengano resi pubblici in diretta.

I personaggi principali non sono in effetti personaggi, né tantomeno attori. Eroi li si potrebbe definire, ancora meglio vigilantes, con occhi aperti sullo stato delle cose e menti pronte all’azione per tentare di estirpare le radici di un sistema corrotto. Non c’è spazio per le emozioni mentre sono al lavoro, è un’operazione chirurgica e le metastasi sono dappertutto.

Filtro glaciale, dialoghi lenti e una materia interessante, sì, ma nel relativo. Eppure è difficile distogliere lo sguardo dallo schermo, fare spallucce e uscire dalla sala. Si va oltre la quota intrattenimento, oltre la quota qualità – l’editing è piuttosto basico e la regia pressochè inesistente -, persino oltre il contenuto, pur di toccare l’intensa e affascinante pulsione verso la verità di questi giornalisti.

Burocrazia, minuzie di politica rumena e un gruppo di reporter di cui scorderemo i nomi nel giro di qualche settimana. Eppure le luci si accendono e gli applausi non finiscono più. Minuti su minuti, una standing ovation che lascia tutta la delegazione in lacrime e ci lega in una magia difficile da descrivere. Perché le vittime potevamo essere noi, perché la corruzione del sistema sanitario rumeno è la corruzione delle istituzioni di tutto il mondo, perché quando desideri tanto profondamente un cambiamento la tensione è costante, non ti lascia mai, ti entra in pancia e diventa contagiosa.

Siamo tutti contagiati, siamo tutti Tolontan, siamo tutti i giornalisti della Gazzetta dello Sport di Bucarest, per il tempo di una proiezione e di un applauso siamo anche noi parte della rivoluzione.

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