Berlinale 2019. Varda par Agnès

Varda par Agnès ***1/2

Agnès Varda, regista, artista visiva, icona della Nouvelle Vague francese, a 90 anni torna in pista presentando in anteprima mondiale alla 69esima edizione del Festival di Berlino il documentario Varda par Agnès. Un prodotto fatto in casa con l’aiuto della figlia Rosalie, col quale l’autrice belga appone con tutta probabilità la parola fine alla sua carriera.

La nostra veterana troneggia su una sedia. Davanti a lei, una folla gremita in un teatro. Oltre a loro, ci siamo noi spettatori nel Berlinale Palast. Agnès inizia a parlare ai suoi pubblici, a sé stessa, diventa narratrice della propria storia, alterna momenti di serietà a un’allegria innocente, parla di colori, di persone, di tutto quello che l’ha stimolata a creare negli anni. Si dichiara femminista, si schiera coi deboli, si stringe a chi ha qualcosa da dire ma non viene ascoltato. Un riassunto dei momenti salienti della sua carriera, che grazie al suo carisma magnetico, non si limita a essere riciclo di vecchie glorie, ma piuttosto svolge la doppia funzione di introdurre i neofiti ai pilastri del suo pensiero e di dare un’ultima stretta di mano ai suoi ammiratori di vecchia data attraverso trovate stilistiche estrose.

Oltre 60 anni di attività ripercorsi usando come momento di cesura il suo passaggio dall’analogico al digitale, note personali intrecciate ad accenni tecnici, la magia del tempo che passa e cancella, l’importanza della memoria leggera, senza pressioni. Perché tutto questo lavoro di ricucitura e riassunto è leggero, leggerissimo, ben lontano da qualsiasi ansia o necessità di rendere conto di quel che è stato per paura scompaia per sempre. La Varda sa di avere già lasciato un segno e si limita a dimostrare che la sua arte è cosa viva, passibile di reinterpretazioni a decenni di distanza, inquadrata in un disegno generale che forse si è costituito da sé, senza un’intenzione, forse invece è frutto di una mente che per quanto esplosiva ha sempre mantenuto salde le sue coordinate.

La vediamo zompettare per le spiagge – “le mie spiagge, il mio posto preferito in assoluto”, sospira – avvolta in scialli su scialli, la seguiamo mentre intervista operai, senza tetto, marinai, mentre ridacchia, mentre si commuove per chi non c’è più e spiega con semplicità disarmante in che modo la sua vita e la sua professione abbiano finito per coincidere e arricchirsi a vicenda.

Tutto sta in tutto, l’incontro con dei collezionisti di modellini di treno diventa un’occasione per scovare il sublime nel quotidiano, a braccetto con lei entriamo nell’ottica per cui quello che conta è l’energia delle azioni e dei pensieri, ragionare per un utile è sterile, la chiave è l’umanità.

Non ci sono note liriche, né accenni alla necessità di costituirsi come eredità per i posteri. Agnès è nel presente, sente ancora ciò che la circonda e ci elettrizza per contatto. Eppure, il suo è un flusso così sincero e genuino che, quando in mezzo a una tempesta di sabbia su una delle sue amate rive ci saluta con un “penso terminerò così la nostra conversazione, sparirò qui in mezzo, vi lascerò così”, trattenere le lacrime diventa un’impresa complicata.

 

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