Berlinale 2019. Breve historia del planeta verde

Breve historia del planeta verde *1/2

Dunque, dopo una breve indagine di mercato ho appurato che Cubixx – una delle sette venues della Berlinale – è sostanzialmente il ghetto in cui vengono relegate le pellicole più trasgressive del festival.

Qui, timidamente, ha mosso i suoi primi passi anche Breve historia del planeta verde di Santiago Loza, un indefinibile incontro fra una decina di generi diversi costretti a convivere pur non standosi particolarmente simpatici.

Tania (Romina Escobar) è una transessuale che fa spettacoli in un club, Pedro (Luiz Soda) è un animale notturno, Daniela (Paula Grinszpan) una cameriera alle prese con una rottura. I tre, amici dall’infanzia, si avventurano insieme nei boschi dietro la casa della nonna di Tania per riportare alla base una creatura viola venuta dallo spazio, a suo tempo amica della defunta anziana.

Insomma, subito si tenta di metterla sull’allegorico. La prima inquadratura è su Tania sdraiata a letto con indosso una mascherina da notte di E.T. Il che ci porta a elucubrazioni brillanti come “Loza vorrà forse dirci che siamo tutti un po’ alieni?” e “nel senso che questa è una denuncia verso una società che fa sentire outsider i membri della comunità LGBT?”.

Niente di tutto ciò. Mano a mano che i minuti passano, che i protagonisti non parlano – ci vengono concesse meno di una decina di battute di dialogo, giusto per aumentare il mistero – e che le inquadrature stringono sempre di più sull’omuncolo viola, il film trascolora da sci-fi a noir a teen drama – i personaggi sono sui trent’anni andanti ma non mostrano gran maturità intellettiva – a horror con tanto di fantasmi e formule arcane per farli sparire, ficcandoci pure una spolverata di romanticherie. E più il mischione si infittisce, più si rinuncia alla razionalità e alla ricerca di un senso. A voler ipotizzare una genesi di quest’opera concettuale, chiudo gli occhi e immagino Loza che rinchiude in una stanza qualche sceneggiatore, lancia lo spunto per un brainstorming e poi decide di tenere per buone tutte le proposte avanzate.

Alla fine la nostra Tania viene risucchiata da un gigamega raggio luminoso extraterrestre e sparisce verso il firmamento insieme al suo giacchettino fucsia sparaflash. I più onesti fuggono dalla sala, noialtri – che potremmo essere classificati come “quelli che nei musei d’arte contemporanea fingono di capire le opere in esposizione” – ci abbandoniamo al flusso e applaudiamo.

Ci ho capito qualcosa? Assolutamente no, ma penso valga anche per regista e attori. Se potessi lo rivedrei? Il prima possibile. Scala con prepotenza la mia personale classifica di B-movies? Si attesta solido al secondo posto, giusto perché Divine una come Tania se la mangia a colazione.

Presentato nella sezione Panorama della 69esima edizione del Festival di Cinema di Berlino.

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