Troppa grazia

Troppa grazia **

Troppa grazia è il sesto film dell’emiliano Gianni Zanasi, avvicinatosi al cinema grazie a Nanni Moretti, poi diplomatosi in regia al Centro Sperimentale prima di esordire nel 1995 con Nella mischia.  Il successo arriva tardi, con Non pensarci e La felicità è un sistema complesso, entrambi interpretati dalla coppia Mastandrea Battiston.

Nel suo nuovo lavoro tutto ruota attorno ad una donna, Lucia, una geometra di provincia, interpretata da Alba Rohrwacher. Presentato alla Quinzaine dove ha vinto il premio Europa Cinema Label, Troppa grazia è una commedia lieve, assolata, che comincia con un’asteroide che piomba sulla terra in una notte d’estate e si conclude con un’altra esplosione, molti anni dopo, che svela un mistero, nascosto nelle profondità della terra.

Lucia è specializzata in rilevamenti catastali. La relazione con il compagno Arturo è arrivata alla fine. Ha una figlia adolescente avuta con un bassista quando era solo diciottenne.

Quando un vecchio amico, Paolo, le chiede di fare una rilevazione su un terreno, oggetto di una grande speculazione edilizia, la protagonista – la cui vita è tutt’altro che perfetta e ordinata come il suo scrupolo professionale vorrebbe far credere – si imbatte in una presenza straordinaria, imprevedibile, che cambia radicalmente il suo destino e quello del complesso immobiliare, che Paolo dovrebbe costruire.

Il film di Zanasi, girato nella Tuscia tra Viterbo, Acquapendente e Tarquinia, avvolto nella luce dorata della fotografia di Vladan Radovic, è sempre sospeso tra realtà e sogno, cercando una strada tutta sua all’interno di un genere, che il nostro cinema ha sempre frequentato troppo.

Lo fa scegliendo la strada del ritratto. Quello di Lucia, spaventata e travolta dalla sua visione, riluttante a darle ascolto, lei che ha sempre vissuto con i piedi letteralmente piantati in quella terra, che misura e disegna per lavoro.

Non è più tempo di visioni, non ha più l’età, per credere ancora, se mai l’ha fatto per davvero. L’apparizione di quella che scambia per una profuga, una migrante, finisce per mettere in crisi anche il suo precario equilibrio. Manda in frantumi il rapporto con la figlia, mette a rischio il suo lavoro, mina le sue convinzioni. Ma al contempo diventa una fonte di ispirazione positiva: per il padre, jazzista eroinomane, ritiratosi su facebook a coltivare i suoi followers e per Arturo, deciso a riconquistare il suo posto accanto a Lucia.

In fondo Troppa grazia è anche una classica commedia del ri-matrimonio, con la coppia che si rompe all’inizio e poi pian pian tra scontri e confronti, trova un modo per tornare assieme. E sono forse i momenti più ispirati della sceneggiatura scritta da Zanasi con Ciarrapico, Pellegrini e la Pontremoli, quelli più sinceri.

La felicità di Lucia e Arturo è un ‘sistema complesso’, comincia con uno scontro sui tradimenti, passa attraverso un caffè al bar dei cinesi ed un piatto di patatine condiviso. Anche loro si confrontano, così come il protagonista di Non pensarci, con un senso costante di inadeguatezza.

Troppa grazia cerca un tono che non è mai nè surreale, nè grottesco, ma sempre elegiaco, magico, sospeso. Tutto il resto si muove in un territorio, che si vorrebbe originale, ma che finisce per apparire solo fantasioso. Non c’è neppure grande spiritualità nelle intenzioni di Zanasi. La sua madonna non ha nulla di angelicato, ma ordina, si arrabbia, è insistente, tira i capelli e mette le mani addosso alla protagonista, suggerendole infine di far saltare tutto per aria.

In realtà il film dissipa le sue buone intenzioni in una sottotrama in pedana, che non aggiunge nulla, perde per strada troppi caratteristi, come Clelio, Trabacchi, Battiston e la Natoli, si adagia nella parte centrale, senza trovare mai il ritmo giusto.

Qualsiasi eco realistica – da Arturo, che se la prende con gli stranieri, sino al finale ‘antagonista’ – sembra ingiustificata: il film cammina sempre ad un metro da terra.

Peccato che il risultato sia tutto sommato sciapo, insapore: una fantasia leggera, leggera, che strappa qualche sorriso e poco più.

 

 

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