Cam

Cam **1/2

L’ultimo horror firmato dalla Blumhouse per Netflix, è l’opera prima Cam, scritta da Isa Mazzei e diretta da Daniel Goldhaber.

I due amici sin dagli anni del liceo, sono partiti dalle esperienze della Mazzei come cam girl, traendone ispirazione per costruire un racconto, quanto mai emblematico e sfuggente.

La protagonista è la giovane Alice, che col nome d’arte di Lola, cerca di scalare la classifica delle cam girl del sito FreeGirls.Live. Qui ha il suo piccolo gruppo di circa trecento follower, che seguono costantemente i suoi live, spesso molto estremi, in cui eros e thanatos sono gli unici protagonisti.

Quando Alice decide di fare un video in coppia con un’altra ragazza del sito, sale ancora in classifica, ma la mattina successiva, scopre di essere stata estromessa dal suo account. Al suo posto c’è una ragazza del tutto identica a lei, che ha preso il suo posto, i suoi followers, i suoi guadagni, la sua identità. Persino lo spazio in cui si esibisce, sembra identico al suo.

Il piccolo mondo di Alice finisce per crollare rovinosamente ai suoi piedi. La madre scopre come si guadagna di vivere, il fratello smette di parlare con lei. Cercando di capire cosa sta succedendo, si scontra con l’indifferenza egoistica delle altre ragazze e con la cupidigia violenta dei suoi followers, che intendono approfittare della sua vulnerabilità.

L’incubo al neon di Cam è però molto più sfuggente di quanto si potrebbe immaginare. Goldhaber e la Mazzei non sono interessati a costruire un meccanismo classico di detection, in cui alla perdita di ogni sicurezza della protagonista, fa da contraltare una ricerca della verità, che appaga il suo desiderio di vendetta e di giustizia.

Nulla di tutto questo. Quando Alice cerca l’aiuto della polizia, ottiene solo morbosità e disinteresse, nessuna solidarietà neppure dalle altre ragazze del mucchio. La madre, apparentemente sconvolta dalle rivelazioni sulla figlia, è invece perfettamente in sintonia con le scelte etiche della figlia. A poco a poco comprendiamo come ad Alice interessi solo comprendere come cavarsi d’impiccio e riappropriarsi del proprio account, anche a costo di annullare la propria personalità.

L’alienazione è solo momentanea.

Quello che conta non è tornare ad essere se stessa, ma solo impedire che qualcun altro lo sia. L’immagine di sè, mediata attraverso il web, è sempre interamente falsa. La distanza tra Lola e Alice rimane intatta. Ed allora Lola può anche diventare EveBot o chissà chi altro ancora, purchè sia io a controllarlo e deciderlo. Tutto qui. L’importante è continuare a guadagnare soldi, offrendo un’immagine di sè, in un gioco infinito di rispecchiamenti, in cui non c’è più alcuna verità.

Molto ci sarebbe da dire sulla dimensione del sesso, che Cam racconta: onanista, voyeristico, asettico, sempre più estremo. Il corpo diventa pura realtà scopica, bidimensionale. Depurato dall’incontro e dal contatto fisico, che invece produce uno shock, il sesso perde qualsiasi potenzialità comunicativa: per quello bastano uno scambio di emoticon, mezze parole e una carta di credito.

Se Cam è un sexy-thriller assolutamente originale, lo è soprattutto per come risolve il conflitto della sua protagonista, per come mostra la liquidità identitaria del web, per come mette in scena la fallibilità delle immagini, la loro capacità falsificatoria, amplificata dall’universo dei software e di internet.

Per come racconta l’immaterialità della rappresentazione del corpo, la sua progressiva dissoluzione e ricomposizione ad uso e consumo di ogni esigenza terrena: se ancora si muore nel mondo reale, su internet la vita è certamente eterna.

Il film sfrutta, forse persino inconsapevolmente, una continua mise en abyme, ma l’inganno non verrà mai chiarito: chi, come, dove, quando e perchè? Le cinque domande chiave rimangono senza risposta. Alice smette persino di cercarla, ad un certo punto, quando qualcosa riesce ad intuire.

L’unica cosa che può fare davvero è resettare e ricominciare daccapo.

Erase & rewind. Play it again.

 

 

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