Venezia 2018. Conferenza stampa di At Eternity’s Gate

Julian Schnabel, regista di At Eternity’s Gate, biopic dalla minimale sinossi “uno sguardo sul periodo passato da Van Gogh ad Arles”, entra in sala conferenze arruffato e indossando una camicia senza maniche. Sbuffa un po’.

Fa entrare il suo cast, scosta la moderatrice e si prende l’onere di presentare uno ad uno i membri della sua crew. Poi, non volendo “creare confusione”, fa scendere tutti dal palco e rimane a fronteggiare l’orda di giornalisti accompagnato unicamente dall’amico di vecchia data nonchè attore protagonista Willem Dafoe, “la persona più indicata per discutere del senso del film”.

Dopodichè, terminato il siparietto, Schnabel, regista di un film su Van Gogh, esordisce con: “Fare un film su Van Gogh è innecessario”. A supportare la sua affermazione c’è in effetti qualche dato oggettivo: a) tutti ormai paiono sapere tutto del pittore olandese b) la filmografia sul personaggio è già ricca, con tanto di ultima entry, il Loving Vincent di Hugh Welchman, datata 2017 e c) Dafoe si ritrova indirettamente a dover fare i conti con la figura mitologica di Kirk Douglas, che nel 1956 ottenne una nomination agli Oscar come migliore attore protagonista proprio nei panni di Van Gogh in Brama di vivere di Vincente Minnelli.

Eppure, un approccio inedito può fare miracoli: “Di solito quando giri un museo guardi un quadro, lo assorbi, passi al successivo”, spiega, “noi abbiamo voluto riprodurre questa stessa struttura in un lungometraggio, per generare lo stesso accumulo di sentimenti”. Insomma, “se mi chiedeste di spiegare il film vi direi che è impossibile”.

Quanto a Defoe, non teme il paragone con Douglas, e ostenta anzi una certa soddisfazione per il percorso fatto per entrare nel ruolo: “Ho studiato materiale e osservato dal vivo sui quadri”, spiega, “ma più di tutto mi ha portato a una piena identificazione l’imparare a dipingere sotto la guida di Julian, pittore sin dall’infanzia, che conoscendomi da trent’anni ha un modo di porsi che fa breccia nella mia sensibilità”.

Come ci si aspetterebbe da un regista tanto eccentrico, qualche passaggio fa discutere. Su tutti, la scelta di trattare la morte del pittore come un omicidio. Ma Schnabel non ha dubbi: “Non ci sono prove si sia trattato di un suicidio, ma non è questo il punto”, sbotta, “è stato ucciso? non lo so! A livello visivo l’omicidio rende bene? Eccome! Quindi, se non vi piace pazienza”.

O ancora, un dialogo in cui Van Gogh si paragona a Gesù: “Quella scena è nata perchè io e John [Kilik, produttore della pellicola] parlavamo di gospels”, ricorda Schnabel, “lui a un certo punto mi racconta che Gesù è diventato famoso solo decenni dopo la sua morte, e io penso: ‘questa è proprio la risposta che Vincent potrebbe dare ai suoi detrattori!'”.

In conclusione, “ci sono frasi estratte dalle lettere di Van Gogh e riproduzioni di fatti storicamente accreditati, ma non disdegno il romanzare qualche passaggio”, commenta Schnabel, “realtà e fiction coesistono, nel mio film come nella vita di tutti i giorni”.

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