Star Wars – Gli ultimi Jedi

Questa recensione è priva di spoiler significativi. In ogni caso, se volete evitare qualsiasi informazione o suggestione, prima di vedere il film, vi consigliamo di leggerla solo in un secondo momento.

Star Wars – Gli Ultimi Jedi **

L’universo di Star Wars ha compiuto da poco 40 anni: il piccolo grande film di George Lucas, esploso nelle sale americane nell’estate del 1977, è diventato un punto di riferimento privilegiato, una sorta di manuale, per tutti coloro che sono costretti a confrontarsi con il canone della saga, dopo la cessione della Lucasfilm alla Disney ed il rilancio in grande stile delle avventure spaziali, ambientate tanto tempo fa in una galassia lontana lontana…

J.J.Abrams, incaricato di rimettere in moto l’enorme macchina produttiva di Star Wars, dieci anni dopo la fine della sfortunata trilogia dei prequel, si era attenuto strettamente alle indicazioni originali.

Richiamato Lawrence Kasdan, co-autore de L’impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi, a scrivere una nuova storia, che superasse il grande arco narrativo disegnato per Anakin Skywalker/Darth Vader, Abrams aveva messo a disposizione della saga tutta la sua perizia di regista-filologo, sin troppo fedele a quell’universo creativo. Il risveglio della forza funzionava così perfettamente, non tanto per gli appassionati storici, un po’ delusi dallo scarso coraggio nel disegnare i quattro nuovi personaggi principali e le dinamiche che li portavano ad incontrarsi, quanto per un’intera nuova generazione di fans, meno fideisticamente legati al lavoro di George Lucas.

Il testimone è quindi passato a Rian Johnson, con il compito di non disperdere il patrimonio di credibilità e senso, riconquistati solo due anni fa, ma con la libertà di chi si trova a dover dirigere l’episodio di mezzo, potendo trasportare i personaggi ereditati, verso nuove dimensioni narrative.

Johnson, come il giovane Lucas, viene dalla University of Southern California e dal cinema indie: il suo film esordio, Brick, si era fatto onore al Sundance e alla Settimana della Critica a Venezia, ma, dopo il passo falso di The Brothers Bloom, è stato il successo di Looper, un film sul tempo e l’identità, con grandi suggestioni nolaniane, a spingerlo verso la Lucasfilm.

Il lavoro di Johnson è tuttavia una destrutturazione completa del canone, sia rispetto all’episodio di riferimento della trilogia originale, sia rispetto al nuovo inizio di Abrams. Tutto il film è una sorta di gigantesco anticlimax, rispetto ai suoi predecessori.

Se Abrams infatti aveva sapientemente costruito una nuova generazione di eroi e villain dal passato misterioso e dal futuro incerto, ovvero l’orfana Rey, Finn, lo stormtrooper dissidente, Poe Dameron, il pilota tutto coraggio e incoscienza, l’irascibile Kylo Ren e l’anziano e mostruoso Snoke, Johnson invece, uno dopo l’altro, li mette di fronte alla propria inadeguatezza, ai propri limiti, ai propri fallimenti e ne sgretola qualsiasi aura, qualsiasi mitologia.

Nella prima scena, Poe Dameron avanza sul suo X-Wing in solitaria, verso l’ammiraglia della flotta del Primo Ordine, chiedendo di parlare con il Generale Fax. Gli risponde il Generale Hux, naturalmente, ma Dameron persiste nell’equivoco, chiedendo del Generale Fax. La scena va avanti un bel po’. E’ un gioco nonsense: in realtà Poe sta perdendo tempo, per consentire alle navi della resistenza di abbandonare le proprie basi, scoperte da Snoke e Ren.

Subito dopo ritroviamo Rey sull’isola su cui si è rifugiata la leggenda, Luke Skywalker. Gli porge la spada laser, come nell’ultima scena de Il risveglio della forza.

Ma Luke la prende con la sua mano robotica e immediatamente la butta via, lanciandola alle sue spalle.

Nel frattempo, l’ennesimo fallimento di Kylo Ren è duramente sconfessato da Snoke. Ben Solo quindi si toglie la maschera nera indossata sinora e in uno dei suoi eccessi d’ira la distrugge completamente.

Il film, in fondo, è già tutto qui, in quest’inizio: la Resistenza è in fuga e il Primo Ordine la insegue per distruggerla definitivamente. Nel frattempo Rey cerca di convincere il riluttante Luke – che come Achille nell’Iliade si è allontanato dalla battaglia – ad abbandonare l’esilio, ad insegnarle la via della Forza, aiutando Leia e la Resistenza a combattere Snoke e Ren.

Il terzo fronte d’azione è semplicemente una sottotrama di puro servizio, del tutto inutile: Finn e Rose Tico, un’esperta di manutenzioni, scappano nella città di Canto Bight, alla ricerca di un esperto che riesca a disattivare il tracciatore sulla portaerei del Primo Ordine, per consentire la fuga alle navi della Resistenza. Troveranno invece un contrabbandiere hacker, scapestrato e senza principi, ancora più cinico di Han e Lando.

L’inizio è scioccante e le sorprese non si esauriscono nei primi cinque minuti. Ma l’elemento che lascia piuttosto sconcertati è il nuovo sense of humor, che Johnson profonde a piene mani, nel corso di tutto il film. L’ironia, che pure era sempre stata una delle chiavi del successo di Star Wars, non è quella delle freddure british del jeeves C3-PO o quella della commedia sofisticata dei duetti Leia-Han e Rey-Finn. No, qui siamo dalle parti degli ultimi film della Marvel o, se volete, del Mel Brooks di Balle Spaziali. E’ un umorismo forte, che vira nell’auto-parodia sfacciata e che coinvolge persino il sempre serioso Luke, autore, proprio nel finale, di un gesto che, all’anteprima stampa, ha fatto sussultare l’intera sala.

Nella scena forse più significativa de Gli Ultimi Jedi, Ray, precipitata in un anfratto oscuro dell’isola dove si è nascosto Luke Skywalker, si ritrova davanti un grande specchio che rimanda all’infinito la sua immagine, in una sorta di eco di sè. Come in un musical di Busby Berkley, le immagini di Ray si muovono non in sincrono, ma in sequenza, e la sua mente si spinge verso l’inizio di tutto, alla ricerca delle sue origini, ma quello che vede è solo se stessa.

E’ forse questa la vera chiave di volta democratica del ‘nuovo’ Star Wars: la Forza non è più una questione di padri e figli, di dinastie nel cui sangue scorre potente, ma è nello spirito delle cose, nel loro equilibrio, bisogna solo saperla riconoscere, e può toccare anche chi viene dal nulla e non ha un passato o una storia da raccontare.

Il finale, in questo senso, porta a compimento la svolta, ribaltando significativamente il punto di vista de L’impero colpisce ancora: se allora erano Luke e Leia, con i due droidi, a guardare con speranza al Millennium Falcon, che si allontanava nello spazio, Gli ultimi Jedi si chiude invece sul primo piano di un bambino che guarda le stelle e le navi della Resistenza, con la stessa fiducia.

E’ una rivoluzione copernicana, in una saga che – a partire dalla famosissima rivelazione, aggiunta da Lucas e Kasdan al bellissimo copione di Leigh Brackett, ovvero quell’ “io sono tuo padre” ha poi costruito tutta la sua mitologia attorno alla famiglia degli Skywalker, dalla nascita evangelica ne La minaccia fantasma, sino alla simbolica uccisione del padre da parte di Ben Solo ne Il risveglio della forza.

Se il film di Abrams chiudeva i conti con la seconda trilogia di Lucas, sconfessandola radicalmente, da ogni punto di vista, narrativo, ideologico e persino formale, con il ritorno alla pellicola e al look caldo e analogico dei pianeti e dei personaggi, il film di Johnson si spinge persino oltre, ribaltando completamente il mito e la storia de L’impero colpisce ancora, uno degli episodi più amati dai fans.

Se Luke imparava faticosamente da Yoda a governare i suoi poteri e a scoprire le sue facoltà, qui il maestro è decisamente più riluttante, l’allieva sa già fin troppo e i testi sacri della religione Jedi vengono dati alle fiamme, proprio da chi dovrebbe custodirli.

Se i nemici dell’Impero allora attaccavano secondo il paradosso del piccolo Davide, capace di usare l’astuzia contro il gigante Golia, trovando la vittoria proprio per le qualità umane dei suoi eroi, questa volta invece la Resistenza non fa che fuggire e persino i piani di fuga falliscono miseramente, uno dopo l’altro. L’unica speranza è allora in un doppio intervento salvifico, di quelli che a tutti gli effetti sembrano superuomini, ‘divinitá’, piuttosto che samurai sapienti.

Ma la vittoria è solo provvisoria, perchè la Forza è equilibrio tra gli opposti, così come dimostra quella spada laser contesa e poi spezzata. Nessun ‘lato’ prevale davvero, e ciascuno è presente nell’animo torturato dei protagonisti. E la battaglia tra bene e male diventa quindi una questione puramente esistenziale, metafisica.

Non è un caso allora che l’universo de Gli ultimi Jedi sia perennemente attraversato dalla guerra. Persino la città di Canto Bight è solo un luccicante casinò, per ricchi mercanti di morte e poco più.

Pur realizzando il film più lungo della saga, Johnson in realtà ha scelto di muovere pochissimo la trama, tanto da immaginare che si possa saltare semplicemente dalla fine de Il risveglio della forza, al prossimo episodio IX, senza grandi problemi.

Il film è faticoso, soprattutto nella prima parte: Johnson non sembra avere grande dimestichezza nelle guerre stellari e preferisce dilungarsi nei duetti, alternando, attraverso il montaggio, i tre fronti narrativi. Ma se la parte a Canto Bight è solo superflua, è più grave che tutti i  personaggi nuovi, l’ammiraglio Holdo, l’hacker DJ e l’asiatica Rose, siano così mal tratteggiati e bidimensionali.

Quanto ai sette protagonisti, introdotti da Il risveglio della forza, il film è molto diminutivo con quasi tutti: Poe sembra un utile idiota, che non capisce nulla di strategia e tattica, decimando le possibilità della Resistenza, per pura incoscienza; Finn è ridotto a fare la comparsa e tutta la tensione sessuale costruita con Rey è deviata verso l’improbabile Rose, Kylo è orfano di maschera e talvolta anche di vestiti, solo per qualche battuta di spirito, Rey è in cerca delle sue origini, ma la verità sarà assai meno romantica di quanto ci si sarebbe aspettato, Hux è la solita macchietta che urla e strepita e per Capitan Phasma ci sono giusto un paio di inquadrature. E Snoke? Beh, meglio tacere del cosiddetto Leader Supremo, così come del generale Leia Organa, che Johnson avrebbe fatto bene a far morire nel primissimo attacco del Primo Ordine, evitandole l’agonia di attraversare moribonda mezzo film, in una parte di puro ornamento, piuttosto imbarazzante.

Quando tuttavia Johnson decide di fare i conti con il passato, rompendo ogni indugio e lanciandosi verso l’avventura e l’azione pura, il film improvvisamente sale di livello, indovinando quasi tutto il terzo atto, dal confronto all’arma bianca di Rey con Kylo Ren, Snoke e le sue guardie rosse, alla battaglia sulla luna di sale, che evoca l’esattezza bellica di Rogue One e mostra finalmente il talento visionario del regista e del suo direttore della fotografia, Steve Yedlin.

Sotto tono la colonna sonora di John Williams, che ha forse ormai esaurito le idee, dopo quarant’anni di avventure spaziali; interessante ma un po’ irrisolto invece il montaggio di Bob Ducsay, che cita un paio di volte le chiusure a tendina di Marcia Lucas nella prima parte, salvo poi distanziarsene, costruendo con Johnson alcune soluzioni molto innovative, come il dialogo a distanza tra Rey e Kylo Ren, le sovrapposizioni tra personaggi senza stacchi e la scena già citata dei riflessi di Rey.

Tra gli attori, gli unici che meritano una menzione sono Mark Hamill – perchè questo è di nuovo il ‘suo’ film, quello in cui la sua centralità di maestro e salvatore riluttante è decisiva – e Adam Driver: perchè se Gli ultimi Jedi è il film di Luke Skywalker, il suo Kylo Ren è invece la figura chiave di questa nuova trilogia e quella più tormentata e inedita. E’ chiamato infatti, più volte, a resistere alla seduzione della Forza, che pesa quanto l’eredità paterna e materna, sul suo destino.

In un gruppo francamente poco ispirato e ancor meno servito dalla sceneggiatura e dalle sue stupide gag, Driver è l’unico capace di regalare al suo personaggio un tormento vero, un’ambiguità irrisolta, affascinante, palpabile e coinvolgente, anche se inevitabilmente adolescenziale.

Rian Johnson ha avuto evidentemente mano libera da Kathleen Kennedy e dalla nuova Lucasfilm, per distruggere e decostruire non solo la mitologia degli Skywalker, ma anche quanto aveva creato Abrams, che si ritrova ora ad ereditare il finale di questa nuova trilogia, dopo il licenziamento di Colin Trevorrow e la scomparsa di Carrie Fisher, con assai pochi elementi, rispetto a quelli che aveva messo in campo, solo due anni fa.

Ma Abrams è proprio l’uomo delle missioni impossibili e questa volta dovrebbe avere un solo vero obiettivo, quello di mettere la parola fine a questa avventura, in modo che la magia di Star Wars possa ricominciare altrove, su altri pianeti, con altre storie, perchè, come Hollywood insegna, dopotutto, domani è un’altro giorno.

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