Star Wars – La trilogia classica

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Secondo appuntamento con Guerre Stellari: in attesa de Il risveglio della Forza, questa settimana analizzeremo la cosiddetta trilogia classica, quella che Lucas produsse a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Naturalmente questi articoli non sono rivolti al pubblico dei fans della saga, ai collezionisti e ai ‘maestri Jedi’, se non in minima parte, ma vogliono essere uno spunto di riflessione, per chi non ha mai visto i film o per chi li ha visti solo superficialmente: per tutti coloro insomma che intendono avvicinarsi solo ora al mondo di Guerre Stellari.

Star_wars_oldGuerre Stellari ****

In principio c’era solo un lungo soggetto, intitolato The Star Wars, che la Universal e la United Artists avevano rifiutato e che invece Alan Ladd Jr aveva portato alla 20th Century Fox, convinto dal suo autore, un giovane e ambizioso regista californiano, che Francis Coppola aveva preso sotto la sua ala.

American Graffiti non era ancora uscito nelle sale, ma George Lucas stava già lavorando ad un’opera che avrebbe segnato l’uscita definitiva degli Stati Uniti dagli anni ’70, dallo spirito selvaggio del Vietnam, dalle bugie del Watergate e dagli anni bui della crisi petrolifera.

Guerre stellari era agli antipodi rispetto al cinema realista e politico di quegli anni: nessuna ambiguità tra bene e male, eroi senza macchia e senza paura, un vago spiritualismo, neanche una goccia di sangue.

I suoi modelli dichiarati erano i serial di fantascienza alla Flash Gordon e il cinema sontuoso e marziale di David Wark Griffith e Leni Riefensthal, uniti ad un’evidente fascinazione per la filosofia orientale e per l’eleganza dei codici d’onore dei samurai.

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…

E’ questo l’incipit fiabesco di quello che sarebbe diventato il più grande successo commerciale degli anni ’70 ed il capostipite di una nuova generazione di blockbuster. Con Star Wars (e Lo squalo) i movie brats – che avevano conquistato, nella Hollywood boccheggiante di fine anni ’60, un potere mai avuto prima – decretarono, proprio con i loro più grandi successi, la fine di quell’utopia realizzata, che aveva prodotto sino a quel punto, un nutrito gruppo di capolavori, capaci di resistere al tempo e alle mode.

Lucas e Spielberg sono stati, in fondo, gli esecutori testamentari della New Hollywood, businessman più abili di quelli che guidavano le corporation di allora, capaci di interpretare il gusto del pubblico e di assecondarlo con un riuscito mix di nostalgia conservatrice e progressismo moderato, che ha fatto la loro fortuna, per quasi quattro decenni.

Il film comincia in media res: sono passati 19 anni dalla caduta della Repubblica ed è in corso una guerra civile, con un piccolo e combattivo gruppo di resistenti, che ha appena riportato la prima vittoria contro il malvagio Impero Galattico.

La principessa Leia Organa, che guida il gruppo dei ribelli, è entrata in possesso dei piani di costruzione della Morte Nera, una base spaziale talmente impenetrabile da essere considerata un’arma decisiva, per il successo della guerra.  La sua astronave sta rientrando alla base, quando viene attaccata dalla flotta imperiale, condotta dal gigantesco Darth Vader: celato da una maschera nera impenetrabile, il respiro ansimante, usa il potere del Lato oscuro, per vincere ogni resistenza.

Prima di venire catturata, Leia riesce ad occultare i piani della Morte Nera nel droide R2D2, che assieme al robot di rappresentanza C3PO, viene inviato sul pianeta Tatooine, con il compito di trovare l’anziano Obi Wan Kenobi e consegnargli le cianografie.

I due droidi vengono catturati e venduti a Owen Lars, che vive nel deserto con la moglie Beru e il nipote Luke Skywalker. Quando il giovane scopre la loro missione, li porta dal vecchio Ben Kenobi, una sorta di solitario eremita, che vive su Tatooine da molti anni.

Kenobi istruisce Luke sui segreti della Forza, un campo di energia generato da tutti gli esseri viventi, che pervade l’universo e tutto ciò che esso contiene, venerato dai Cavalieri Jedi che sono in grado di sfruttarlo per ottenere poteri sovrannaturali. Obi Wan gli racconta la filosofia dei cavalieri Jedi e lo mette in guardia dal malvagio Darth Vader, responsabile della morte di suo padre, durante la Guerra dei Cloni.

Quando i soldati imperiali uccidono lo zio Owen, a Luke non rimane altro che seguire Obi Wan per cercare di apprendere le vie che conducono alla Forza.

Nel tentativo di salvare la principessa Leia, Obi Wan assolda il contrabbandiere Han Solo, con il fidato assistente Chewbecca.

A bordo del Millennium Falcon, i quattro si dirigono verso la Morte Nera: riescono a liberare la principessa, ma non possono evitare lo scontro con Darth Vader…

Guerre Stellari, nonostante le ricostruzioni a posteriori del suo autore, ad usum delphini, nasceva da un soggetto, che Lucas decise di scrivere dopo che la King Features rifiutò di cedergli, ad un prezzo ragionevole, i diritti per un adattamento di Flash Gordon.

Il regista californiano fu costretto a fare da sè, supportato dal fidato produttore ed amico Gary Kurtz. Il soggetto originale era troppo lungo, ma la parte centrale poteva essere trasformata in un grande film d’avventura. E così fu.

Guerre Stellari contiene tutti gli elementi che hanno fatto la fortuna della saga: il meraviglioso ottimismo della volontà, che trascende il tradizionale viaggio dell’eroe trasforma un racconto di formazione in un’avventura fantastica, fuori dallo spazio e dal tempo.

Con una buona dose di sincretismo culturale, che allora era indubbiamente la vera forza del film, e che in buona parte va ascritto a Gary Kurtz, Lucas costruì un grande romanzo popolare, che trovava linfa vitale tanto nella tradizione arturiana e nelle suggestioni dei film d’avventura degli anni ’30, quanto nelle passioni più personali del suo autore, da Akira Kurosawa a Metropolis, dal Mago di Oz a L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell.

Le biografie raccontano il grande ruolo svolto dalla moglie Marcia nella costruzione dei personaggi, nell’impatto emotivo delle scene e nella scrittura dei dialoghi, oltre che naturalmente nel montaggio del film, per il quale vinse il premio Oscar.

Individuato Obi Wan come una sorta di guida spirituale, per il giovane e ingenuo contadino, Luke Skywalker, introdotti l’eroe ribaldo e sbruffone, ma dal cuore d’oro e la principessa in pericolo, creato un cattivo da antologia, a Lucas non restava che dedicarsi ai personaggi minori, tutti assolutamente perfetti: dal duo comico R2D2 e C3PO, che sembra uscito da una commedia british, al gigante buono Chewbecca, dal malvagio e segaligno Gran Moff Tarkin agli zii Owen e Beru.

La colonna sonora di John Williams, di stampo sinfonico e iperclassico, divenne celeberrima, soprattutto per il tema iniziale, che sembrava in continuità con la fanfara della Fox.

Il film vinse 7 Oscar tecnici e fu nominato anche nelle categorie principali – film, regia e sceneggiatura.

Il team che curò i prodigiosi effetti speciali, guidato da John Dykstra e Richard Edlund, fu il fulcro della nascente Industrial Light and Magic. Particolarissimo il lavoro di Ben Burtt sul sonoro – dalle spade laser alle ‘voci’ di Chewbecca, Darth Vader e R2D2 – capace di mescolare suoni presi dalla natura con distorsioni da sintetizzatore.

L’importanza storica e culturale del film ha indubbiamente superato ogni valutazione strettamente cinematografica, eppure le avventure spaziali di Han, Luke e Leia funzionano ancora oggi perfettamente, grazie al miracoloso equilibrio narrativo del film, alla freschezza delle interpretazioni ed allo spirito pionieristico dei suoi autori.

La semplicità dell’intreccio, con il bene ed il male nettamente distinti, anche da un punto di vista cromatico – con Luke e la principessa vestiti di bianco, il Gran Moff e Darth Vader di nero – finiva per essere un pregio, in questo caso.

Dopo oltre sei mesi di provini e test video, che Lucas divise con l’amico De Palma, al lavoro su Carrie, furono scelti tre protagonisti semi-sconosciuti: la diciannovenne Carrie Fisher, figlia di Debbie Reynolds, il ventenne Mark Hamill ed il più grande Harrison Ford, che già aveva avuto molti piccoli ruoli nei film dell’American Zoetrope e i particolare in American Graffiti, senza essere mai riuscito a sfondare.

La perfetta chimica fra i tre e il tono scanzonato, con il quale affrontarono quello che a Lucas sembrò invece un set infernale, resero giustizia a personaggi che sulla carta non sembravano avere grande vitalità.

Lucas non è forse mai stato un grande scrittore di dialoghi, nè ha mai avuto una grande pazienza nel lavoro con gli attori, ma l’intuizione di usare i ritmi della sophisticated comedy nei rapporti fra i tre personaggi fu senza dubbio vincente. Le schermaglie amorose tre Han e Leia, così come il controcanto surreale fra C3PO e R2D2, rendono appassionanti tutti i momenti in cui l’azione si ferma.

Sul New York Times, Vincent Canby scrisse una recensione entusiastica, così come molti suoi colleghi: “Star Wars, George Lucas’ first film since his terrifically successful American Graffiti, is the movie that the teen-agers in American Graffiti would have broken their necks to see. It’s also the movie that’s going to entertain a lot of contemporary folk who have a soft spot for the virtually ritualized manners of comic-book adventure.

Star Wars is the most elaborate, most expensive, most beautiful movie serial ever made. It’s both an apotheosis of “Flash Gordon” serials and a witty critique that makes associations with a variety of literature that is nothing if not eclectic…”

Il film di Lucas nasceva da quelle suggestioni, ma era un film creato principalmente per divertire il suo pubblico: “The way definitely not to approach “Star Wars,” though, is to expect a film of cosmic implications or to footnote it with so many references that one anticipates it as if it were a literary duty. It’s fun and funny.

[…] One of Mr. Lucas’s particular achievements is the manner in which he is able to recall the tackiness of the old comic strips and serials he loves without making a movie that is, itself, tacky. Star Wars is good enough to convince the most skeptical 8-year-old sci-fi buff, who is the toughest critic.

Ma Guerre stellari avrebbe avuto la stessa importanza, se fosse rimasto l’exploit assoluto e irripetibile del suo giovane regista? Se non avesse generato seguiti, serie tv, animazioni, merchadising globale, card, pupazzetti e tutto quello che generalmente associamo al fenomeno Star Wars? Difficile dirlo.

Eppure dal punto di vista narrativo non ci sono molti dubbi:  il capostipite è il film più riuscito e compatto dell’esalogia, l’unico perfettamente auto-conclusivo.

Tutto quello che è venuto dopo ha, in qualche modo, turbato la perfetta armonia di quella celebrazione finale, che Lucas prese a prestito da Il trionfo della volontà.

The Empire Strikes BackL’impero colpisce ancora ***

Il successo lento e travolgente di Guerre Stellari cominciò il 25 maggio 1977 in un pugno di sale, 37 per la precisione, che ospitarono la premiere del film. Mano a mano che le file ai botteghini si allungavano, il film fu distribuito in tutto il paese, reggendo nei cinema fino al Natale successivo.

Erano altri tempi: il destino di un’opera non era condizionato dal primo weekend e i film avevano il tempo di cercare – e trovare – il proprio pubblico.

Nel frattempo, il merchandising essenziale – magliette, gadget, spille, poster, cappellini – che Lucas aveva tenuto per sè, nell’accordo con la 20th Century Fox, divenne via via più importante, con il volto degli eroi del film sulle scatole dei cereali, sulle card e sui porta-caramelle.

La Kenner, che aveva acquistato i diritti, per riprodurre i personaggi di Guerre Stellari, non credeva molto nel film e i suoi giocattoli furono pronti dieci mesi dopo, nel marzo dell’anno successivo: i bambini a Natale ricevettero solo un cartonato, che garantiva una prelazione all’acquisto. Il fenomeno Star Wars era ormai esploso.

Mentre negli Stati Uniti impazzava la Skywalker-mania, Lucas era al lavoro sul trattamento del suo secondo film, L’impero colpisce ancora, con l’obiettivo di gestire al meglio l’evoluzione della saga.

Guerre Stellari cambiava titolo e diventava così Episodio IV – Una nuova speranza, mentre il piano si espandeva, potenzialmente, sino a nove capitoli.

I profitti del primo film erano così ingenti che Lucas decise di produrre l’Episodio V in solitaria, cedendo alla 20th Century Fox solo i diritti di distribuzione.

La prima stesura del copione fu affidata a Leigh Brackett, una scrittrice di fantascienza e fantasy, ‘la regina della space opera‘, nota anche per i suoi prestigiosi adattamenti cinematografici (Il grande sonno, Un dollaro d’onore, Il lungo addio). Purtroppo, dopo aver consegnato il suo primo draft, la Brackett morì di tumore e Lucas si rivolse al giovane Lawrence Kasdan – che stava lavorando contemporaneamente su I predatori dell’arca perduta – con il quale riscrisse interamente il copione originale.

E’ significativo notare, da un punto di vista filologico, come nella sceneggiatura della Brackett del febbraio 1978, mancassero completamente le due rivelazioni chiave, sulle quali Lucas ha fondato l’intera mitologia di Star Wars: esattamente come nel precedente Guerre Stellari, nessun rapporto personale lega Darth Vader, Luke Skywalker e Leia Organa. Lo stesso maestro Yoda, chiamato originariamente Minch, ha caratteristiche piuttosto differenti.

Provato dall’esperienza sul set di Guerre Stellari, Lucas chiese al suo professore di USC, Irvin Kershner, di sostituirlo alla regia de L’impero colpisce ancora.

L’alleanza dei ribelli, con Luke, Leia e Han Solo, si è rifugiata su Hoth, un pianeta di ghiaccio: l’Impero è sulle loro tracce e ha mandato delle sonde per accertarsi della loro presenza.

Sulle tracce di Han ci sono anche i cacciatori di taglie, che vogliono la ricompensa promessa da Jabba the Hutt, per chi riuscirà a catturare il contrabbandiere.

Attaccato da un Wampa, Luke viene ferito, ma riesce a liberarsi giusto in tempo: gli appare Obi Wan che gli consiglia di raggiungere Yoda sul pianeta di Dagobah, per continuare il suo addestramento Jedi.

Nel frattempo le truppe imperiali attaccano la base ribelle con enormi quadrupedi meccanici: all’alleanza non resta che disperdersi e fuggire nello spazio.

In fuga dai caccia imperiali, sul Millennium Falcon, Han, Leia, Chewbecca e C3PO raggiungono la città nelle nuvole, la capitale del lontano pianeta di Bespin, guidata da un amico di Solo, Lando Calrissian.

Il cacciatore di taglie Boba Fett è sulle loro tracce e riferisce a Darth Vader la destinazione dei quattro: l’accoglienza ospitale di Lando nasconde una trappola. 

Han Solo viene consegnato a Boba Fett congelato e imprigionato in una lastra di carbonio, 

Lando fugge con la principessa ed il suo equipaggio, proprio mentre Luke, dopo aver quasi completato il suo addestramento Jedi, raggiunge Bespin per combattere contro Darth Vader…

L’episodio che i fans della saga amano di più è in effetti un degno sequel del capitolo originale. Ma si tratta, con tutta evidenza, di un ‘secondo atto’ che non può esistere in assenza del primo e del terzo. Nelle stesse intenzioni di Kershner si doveva trattare del “secondo movimento della sinfonia, per questo volevo che alcune cose rallentassero, che finisse in un modo che ti facesse venir voglia di sentire il vivace, il prossimo film, l’allegretto”.

Kershner ci riesce appieno, ma il suo è l’episodio meno autonomo dal punto di vista strutturale, monco come il braccio di Luke alla fine del film.

E’ evidente, da un punto di vista di puro storytelling, che le nuove esigenze produttive avevano spinto Lucas a trasformare un perfetto atto singolo, in un racconto più lungo, con due nuovi capitoli già programmati. Il viaggio dell’eroe si era fatto più complesso ed il richiamo edipico più evidente e pressante.

L’Impero colpisce ancora è strutturato per grandi blocchi drammatici, che richiamano quelli del primo film: il ghiaccio di Hoth sostituisce il deserto di Tatooine, l’addestramento con il maestro Yoda prende il posto di quello con Obi Wan, la fuga da Bespin si contrappone alla liberazione della principessa, prigioniera sulla Morte Nera.

Solo il finale diverge: all’azione coordinata dei caccia ribelli, fa da contraltare il duello con le spade laser tra Luke e Vader.

Se l’idea romantica della mitologia originaria in nove episodi, che Lucas avrebbe ideato sin dall’inizio, è chiaramente un tentativo goffo di giustificare la pratica assai remunerativa dei sequel, allora piuttosto rari, L’impero colpisce ancora è però fondamentale perchè cambia radicalmente il canone della serie: Lucas introduce il personaggio di Yoda, l’ultimo maestro Jedi; si vede per la prima volta l’Imperatore, sia pure solo attraverso un ologramma; viene infine svelata la vera identità di Darth Vader.

Sono tutti elementi diventati essenziali e imprescindibili per l’universo di Star Wars, che trovano qui la loro origine: nel primo episodio non ve n’era alcuna traccia.

L’intenzione degli autori era quella di aumentare lo spessore melodrammatico delle avventure del terzetto eroico, aggiungendo ambiguità ai personaggi e trasformando il racconto in una saga tutta familiare.

Così facendo però l’epopea di Guerre Stellari si richiude in se stessa, le dinamiche psicologiche prevalgono sullo spirito avventuroso e gli elementi esterni rimangono solo accessori, rispetto alla necessità primaria di ricostituire l’unità familiare.

Secondo quanto Lucas ha dichiarato recentemente: “People don’t actually realize it’s actually a soap opera and it’s all about family problems – it’s not about spaceships”.

E difatti la rivelazione sulla vera identità di Vader, posta proprio alla fine del film, suona come un espediente di sceneggiatura non particolarmente raffinato – e che forse la Brackett avrebbe evitato, se fosse stata ancora viva – ma di indubbia efficacia drammatica e ancora più evidente efficacia commerciale…

Il film non piacque per nulla alla critica americana dell’epoca. Se oggi i fans lo apprezzano, ben al di là dei suoi meriti, come il più maturo degli episodi e quello che cerca di elevare la complessità dell’intreccio, allora fu evidente che il film non aggiungeva nulla di nuovo a quanto già raccontato in Guerre Stellari e che il riuscito mix postmoderno, che caratterizzava il primo episodio, non trovava qui nuova linfa.

L’Impero si limitava semplicemente a ripercorre la stessa strada dell’originale, costruendo una nuova avventura, ma lasciandola clamorosamente a metà, con un twist finale che da solo aveva il compito di reggere il peso dell’ultimo atto. Il tentativo di dare spessore psicologico ai protagonisti non era stato molto apprezzato e il fatto che il film non avesse nè capo nè coda non aiutò. Vincent Canby sul New York Times scrisse una stroncatura memorabile e non fu il solo: “Strictly speaking, The Empire Strikes Back isn’t even a complete narrative. It has no beginning or end, being simply another chapter in a serial that appears to be continuing not onward and upward but sideways. How, then, to review it?“.

Non c’è dubbio che Lucas in questo fu davvero un pioniere, applicando per primo, al cinema post-moderno, le tecniche della serialità televisiva o, se volete, dei romanzi d’appendice, rimandando la conclusione della storia ad un prossimo episodio.

Solo che i fans attesero tre lunghi anni, per conoscere il destino di Han Solo o per avere una conferma della rivelazione finale di Vader.

Molto discusso fu poi l’apporto di Irvin Kershner ad un’operazione che mostrava le impronte di George Lucas, dappertutto. Ancora Canby scrisse: “Who, exactly, did what in this movie? I cannot tell, and even a certain knowledge of Kershner’s past work gives me no hints about the extent of his contributions to this movie. The Empire Strikes Back is about as personal as a Christmas card from a bank.
I assume that Lucas supervised the entire production and made the major decisions or, at least, approved of them. It looks like a movie that was directed at a distance. At this point the adventures of Luke, Leia and Han Solo appear to be a self-sustaining organism, beyond criticism except on a corporate level.”

Se le parole di Canby, riferite all’Impero, suonano oggi un po’ dure, non si può non considerarle profetiche, in relazione all’evoluzione successiva della saga.

Rispetto all’assolata Tunisia di Tatooine, la Norvegia glaciale in cui si svolsero le riprese del pianeta Hoth e la palude di Dagobath, ricostruita in studio, conferivano al film un look decisamente più sinistro.

La fotografia del polacco Peter Suschitzky fece il resto, con dominanti bianche e blu e un’illuminazione più naturale, rispetto allo splendore in technicolor del primo capitolo. Suschitzky allora aveva lavorato a documentari e film in costume, oltre che al Rocky Horror Picture Show, e solo successivamente sarebbe diventato il direttore della fotografia di tutti i film di Cronenberg, da Inseparabili in poi.

La Industrial Light & Magic si spostò in una nuova più grande sede a Marin County e realizzò effetti speciali superlativi per l’epoca, mescolando modellini, retroproiezioni, sfondi e pupazzi animati alla vecchia maniera, anche grazie ad un budget più che raddoppiato, rispetto a Guerre Stellari.

Tra le novità introdotte nel secondo episodio è necessario segnalare quantomeno la presenza del maestro Yoda, animato da Frank Oz: un personaggio proverbiale, una sorta di folletto saggio e dispettoso, che parla con una consecutio tutta sua, ma che conquistò subito il pubblico, sostituendo, nei fatti, Alec Guinness nel ruolo del mentore.

John Williams, per l’occasione, creò una marcia imperiale per Darth Vader, che divenne altrettanto famosa, quanto il tema dei titoli di testa.

Il film incassò bene, soprattutto negli Stati Uniti, senza eguagliare i risultati di Guerre Stellari, ma contribuendo in ogni caso a rafforzare la Lucasfilm, che diventerà nel corso degli anni ’80 una fucina di talenti, soprattutto nel campo delle tecnologie applicate, dell’animazione, del sonoro e degli effetti speciali.

star-wars-jedi--locandinaIl ritorno dello Jedi **

Il terzo capitolo della saga di Star Wars prese corpo a partire da una sceneggiatura di George Lucas, riscritta da Lawrence Kasdan nonchè, non accreditati, da David Peoples e Richard Marquand.

Lucas aveva proposto la regia del film a David Lynch e a David Cronenberg, ma il primo stava seguendo l’adattamento di Dune, il secondo era già al lavoro su Videodrome e La zona morta, che sarebbero usciti nel 1983.

Dopo aver apprezzato il thriller La cruna dell’ago, tratto da un romanzo di Ken Follett, Lucas scelse alla fine il gallese Richard Marquand.

Ancor più che con Irvin Kershner, i confini del lavoro di Marquand furono davvero molto sfumati. Lucas era costantemente sul set e dirigeva la seconda unità, anche perchè il regista non aveva grande dimestichezza con gli effetti speciali.

Marquand ebbe a disposizione il budget più alto della serie, superiore ai 30 milioni di dollari, ma la storia di gran lunga più debole.

Lucas, forse scottato dalle critiche ricevute per L’impero colpisce ancora e per gli incassi non sensazionali quanto quelli del capostipite, decise di cambiare il piano originale, abbandonando i toni cupi del secondo episodio: dopo molte revisioni al copione, che si susseguirono fino all’inizio delle riprese, gli autori decisero che Han Solo non sarebbe morto all’inizio dell’episodio, come avrebbe preferito Harrison Ford, che Luke avrebbe incontrato ancora Yoda e che Lando Calrissian sarebbe sopravvissuto all’attacco alla seconda Morte Nera.

Il film si apre sul pianeta di Tatooine, dove Han Solo è tenuto prigioniero da Jabba the Hutt: per cercare di liberarlo prima vengono inviati R2D2 e C3PO, poi Chewbecca con la principessa Leia, travestita da cacciatore di taglie: vengono tutti scoperti e catturati.

Tocca quindi a Luke Skywalker cercare di liberare gli amici: è così costretto a battersi una prima volta con il Rancor, un mostro che Jabba tiene incatenato nel sottosuolo, e poi con il Sarlacc, che vive in una gola nel deserto. 

Mentre Han e Leia si dirigono alla base delle truppe ribelli, Luke ritorna a Dagobah per completare l’addestramento con Yoda: il saggio maestro Jedi gli conferma che, solo combattendo contro Darth Vader, riuscirà a portare a termine il suo percorso.

Obi Wan appare a Luke per rivelargli che ha una sorella gemella. Luke intuisce immediatamente di chi si tratta…

Raggiunta la base dei ribelli, Luke si unisce all’equipaggio che dovrà disattivare lo scudo che protegge la costruzione della nuova Morte Nera, consentendo all’alleanza di distruggerla una seconda volta. 

La fonte di energia per lo scudo si trova sulla Luna boscosa di Endor. Qui Luke, Leia, Han, Chewbecca e i droidi si trovano alle prese con le truppe imperiali e con gli ewoks, una popolazione di folletti pelosi, che venerano C3PO come un dio e che diventeranno loro alleati contro l’Impero. 

Luke si consegna nel frattempo a Darth Vader. Al cospetto dell’Imperatore, che invano cerca di convertire Luke al Lato Oscuro, si compie così il suo destino…

Il film di Marquand soffre già di molti dei difetti, che la nuova trilogia avrebbe ulteriormente amplificato: una sceneggiatura sciatta e ripetitiva, troppi personaggi minori mal costruiti, un tono complessivo infantile, nel senso peggiore del termine.

Se la prima parte, fino alla morte di Jabba è anche riuscita e appassionante, il film poi non fa altro che ripetere cose già viste in precedenza. Un nuovo confronto con Yoda su Dagobah, un nuovo scontro fra Luke e l’Impero, un nuovo attacco ad una seconda Morte Nera!

L’unica novità è l’inseguimento su Endor con gli speeder imperiali, per i quali fu ingaggiato Garrett Brown con le sue steadycam. A distanza di 30 anni però si tratta di effetti obsoleti, che fanno sorridere, per lo più.

Nonostante lo sforzo di sceneggiatori e regista, il film è una delusione da molti punti di vista, a partire dall’evidente sconfessione di tutti gli elementi adulti e problematici, che erano stati introdotti nel secondo episodio e che Lucas sembrava, nel frattempo, aver completamente dimenticato.

Anche dal punto di vista visivo, il film risente del passaggio da Suschitzky a Hume: l’illuminazione ed il colore sono quelli tipici del cinema anni ’80, senza ombre e senza sfumature.

L’accoglienza dei critici del tempo fu più positiva rispetto a quella riservata all’Impero, anche se, con la riedizione del 1997, fu chiaro a tutti che Il ritorno dello Jedi era il più debole dei film della saga.

Quanto alle modifiche apportate per l’edizione in dvd del film, grida vendetta la sostituzione di Sebastian Shaw con Hayden Christensen, nel pantheon finale dei cavalieri Jedi. Nell’ambito del discusso ‘revisionismo’ di Lucas, questo è indubbiamente l’episodio più fastidioso e inutile, assieme alla sparatoria di Han Solo, nella scena della cantina.

Vincent Canby, come al solito particolarmente salace, sui motivi alla base del film, scrisse già nel 1983: “The movie also introduces a number of new animated creatures, which are probably already in your corner toy store and will make a mint in subsidiary rights for Lucasfilm Ltd., the “Star Wars” parent company.
“Return of the Jedi,” written by Lawrence Kasdan and Lucas and directed by Richard Marquand, doesn’t really end the trilogy as much as it brings it to a dead stop. The film […] is by far the dimmest adventure of the lot.”

E’ indubbio che dopo aver abbandonato Tatooine, il film si sfilacci sia dal punto di vista narrativo, sia della messa in scena. Prevale un tono farsesco che contagia tutti gli attori, i quali sembrano recitare ormai con il pilota automatico.

Se Lucas intendeva ritornare alla semplice solarità e all’ottimismo del primo episodio, non solo non c’è riuscito, esagerando con l’auto-celebrazione, ma ha compiuto un errore di prospettiva piuttosto grossolano, che alla lunga non ha giovato alla saga, dal punto di vista artistico.

Se invece dobbiamo dar retta a Gary Kurtz, si trattò di una questione puramente economica:  “We had an outline and George changed everything in it. Instead of bittersweet and poignant he wanted a euphoric ending with everybody happy. The original idea was that they would recover [the kidnapped] Han Solo in the early part of the story and that he would then die in the middle part of the film in a raid on an Imperial base. George then decided he didn’t want any of the principals killed. By that time there were really big toy sales and that was a reason. The emphasis on the toys, it’s like the cart driving the horse. If it wasn’t for that the films would be done for their own merits. The creative team wouldn’t be looking over their shoulder all the time.”

Gary Kurtz abbandonò così la produzione del terzo film e Lucas prese una strada molto diversa: i destini artistici e commerciali di Star Wars cambiarono per sempre.

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