Star Wars – La trilogia di Anakin Skywalker

Star Wars I - Minaccia Fantasma - The Phantom Menace

In occasione dell’uscita nelle sale di Star Wars – Il risveglio della forza, settimo episodio della saga, abbiamo rivisto le prime due trilogie, seguendone l’ordine narrativo. Ne scriviamo in due articoli distinti, il primo dedicato alla trilogia di Anakin Skywalker ed il secondo, dedicato alla cosiddetta trilogia classica, che uscirà la settimana prossima. Naturalmente questi articoli non sono rivolti al pubblico dei fans della saga, ai collezionisti e ai ‘maestri Jedi’, se non in minima parte, ma vogliono essere uno spunto di riflessione, per chi non ha mai visto i film o per chi li ha visti solo superficialmente: per tutti coloro insomma che intendono avvicinarsi solo ora al mondo di Guerre Stellari.


Star Wars 1La minaccia fantasma *1/2

Rivedere, con spirito laico e con la giusta distanza, la seconda trilogia di Guerre Stellari, quella che George Lucas ha scritto e diretto a cavallo del nuovo millennio, vuol dire fare i conti con un corpus molto controverso, su cui si sono abbattute critiche ferocissime e che non sembra aver lasciato tracce o ricordi, a distanza di oltre quindici anni dalla sua prima apparizione, nonostante un successo di pubblico clamoroso e trasversale.

Eppure quei film sono, per molti versi, decisivi, sia perchè si pongono come epilogo piuttosto infelice di un percorso autoriale, cominciato alla fine degli anni ’60, sia perchè rappresentano perfettamente i prodromi del blockbuster-brand del nuovo millennio e sia perchè, con la loro enfasi digitale, hanno segnato con decisione la scomparsa della pellicola dai set e dalle sale cinematografiche.

Dopo il successo travolgente e del tutto inatteso del 1977 e la nascita di un universo molto più vasto che, a partire da Una nuova speranza, ha portato alla creazione di quell’impero moderno, denominato Lucasfilm, il fondatore ha atteso quindici anni per dare un seguito alle avventure di Luke, Leia e Han Solo.

E ha deciso di farlo a rebours, tornando indietro nel tempo, sino all’incontro decisivo tra il giovane padawan Obi Wan Kenobi ed il piccolo Anakin Skywalker, mostrando la deriva delle istituzioni della Repubblica intergalattica, l’inizio della Guerra dei Cloni e l’ascesa inarrestabile del Senatore Palpatine, abilissimo manipolatore del consenso e profondo conoscitore del Lato Oscuro.

Il primo episodio si apre con l’assedio della potente Federazione del commercio al pianeta Naboo, in risposta all’inasprimento della tassazione sulle rotte commerciali, imposta dal Cancelliere Valorum: la giovanissima regina Padme Amidala chiede quindi l’aiuto del Senato, per risolvere una disputa che è apparentemente solo economica, ma che cela ben altre insidie.

Il maestro Jedi Qui Gon Jinn, accompagnato dal suo giovane allievo, il padawan Obi Wan Kenobi, cerca di intercedere presso il Vicere della Federazione del commercio, ma ben presto si accorge che si tratta di una trappola mortale.

Alle spalle della Federazione c’è infatti Darth Sidious, il misterioso nuovo signore dei Sith: esperti nell’uso della Forza e capaci di sfruttarne il Lato Oscuro per le proprie trame di potere, i Sith – creduti estinti da oltre mille anni – si sono invece ricostituiti e sono il contraltare dei Jedi, i saggi cavalieri della Repubblica, con il compito di proteggerne le istituzioni e mantenere la pace.

Qui Gon Jinn ripara quindi su Naboo, conosce casualmente Jar Jar Binks, che lo accompagna nella città subaquea dei Gungan e poi dalla regina Amidala. Assieme cercano di fuggire all’invasione dei droidi della Federazione del commercio. La loro nave è però danneggiata ed invece di atterrare nella capitale, Coruscant, sono costretti a riparare su un piccolo pianeta desertico, Tatooine.

Qui fanno la conoscenza con il piccolo Anakin Skywalker, un bambino sveglio e coraggioso, che vive con la madre e lavora come aiutante dal mercante Watto, che possiede i pezzi necessari a riparare l’astronave.

Grazie alle abilità di Anakin nelle podracing, Qui Gon Jinn e la regina Amidala riescono a fuggire, non prima di aver affrontato per la prima volta Darth Maul, il braccio destro di Darth Sidious, esperto nelle arti marziali.

Su Coruscant, il senatore di Naboo, Palpatine, insiste perchè la regina Amidala sfiduci il Cancelliere Valorum e proponga all’assemblea una guida più salda e interventista.

La regina ritorna quindi su Naboo a combattere l’esercito dei droidi con l’aiuto dei Gungan, mentre Palpatine diventa il nuovo cancelliere supremo.

Nel frattempo Qui Gon Jinn e Obi Wan Kenobi affrontano Darth Maul…

La minaccia fantasma, che Lucas decide di produrre solo quando gli effetti speciali hanno, a suo avviso, raggiunto la capacità di rappresentare sul piano visivo la complessità della galassia di Star Wars, soffre di alcuni evidentissimi problemi, che si sarebbero potuti risolvere molto semplicemente, sia in fase di riscrittura, sia al montaggio.

Il personaggio di Jar Jar Binks, a cui il copione vorrebbe affidare gli intermezzi comici, risulta il più odioso dei personaggi creati da Lucas in 40 anni di carriera: disegnato forse con l’idea di farne una sorta di hippie-rasta, uscito da un film di expoitation anni ’70, è una sorta di flagello senza fine, che accompagna tutti i momenti peggiori del film.

Difficile credere che nessuno, nell’entourage della Lucasfilm, si sia accorto dell’errore macroscopico, in nessuna delle lunghe fasi di preparazione e postproduzone del film. Eliminato Jar Jar e tutto il mondo subacqueo, la metà dei problemi de La minaccia fantasma sarebbero stati risolti brillantemente.

L’altra metà è relativa essenzialmente al contesto ideologico nel quale Lucas immerge i suoi personaggi. Risiede nel sincretismo culturale e religioso del film, che esaspera l’individuazione di Anakin come “il prescelto, che porterà equilibrio nella forza“, facendone una sorta di messia, generato e non creato dai fantomatici midi-chlorian, misteriosi organismi presenti nelle cellule dei cavalieri Jedi – introdotti per la prima volta proprio con La minaccia fantasma, nel tentativo grottesco di spiegare l’unica cosa che non andava spiegata, la Forza.

Molto discutibile è anche la decisione di trasformare la lotta cavalleresca tra Jedi e Lato Oscuro, in una disputa da real-politik con senatori, intrighi di palazzo e federazioni di mercanti, più adatti ad un talk di mezza sera che non al grande cinema popolare: col risultato di ingarbugliare inutilmente una trama, che se un lato vorrebbe essere seriosa e moderna, dall’altro – in maniera piuttosto schizofrenica – sembra scegliere come suo pubblico di elezione quello dei bambini.

Il film è infatti stracolmo di mostri e mostriciattoli, personaggi goffi, ripugnanti, tutti creati al computer, come se le possibilità senza limiti della computer grafica avessero spinto Lucas a dar sfogo a tutte le sue fantasie infantili. Il mondo surreale e camp della cantina di Mos Eisley sembra essere diventato il punto di riferimento per molti dei personaggi della nuova trilogia, senza che ve ne sia davvero alcuna necessità logica o narrativa.

Peraltro, questi rimangono i limiti più evidenti di un film complessivamente non così malvagio nel ricostruire le origini della saga: come al solito, basterebbe riprendere la recensione scritta allora da Roger Ebert, per capire i motivi per cui La minaccia fantasma, al netto degli errori grossolani, avrebbe potuto essere un discreto inizio, con una sceneggiatura piuttosto tradizionale e con almeno due grandi personaggi, la madre di Anakin, interpretata con rassegnata dolcezza da Pernilla August e Qui Gon Jinn, maestro d’armi e di virtù, l’incarnazione più potente del cavaliere Jedi, almeno sino a quella del grande Alec Guiness.

Liam Neeson è l’unico in grado di donare al suo personaggio un certo spessore drammatico ed è un peccato che esca di scena dopo un solo film, anche perchè nessuno sarà capace di prenderne il testimone.

Destinato ad una fine prematura è anche il cattivo Darth Maul, che appare solo in un paio di scene, limitandosi a combattere con una sorta di lancia laser a due punte, senza mai proferir parola…

Ewan McGregor è al minimo storico e la Portman si limita ad indossare i bellissimi costumi disegnati per lei, ma in molte scene è sostituita dalla Knightley, nei panni della sua controfigura.

L’unico momento divertente è la gara dei pod. In quella corsa tra mezzi di fortuna, fragili, arrugginiti, modificati dai piloti, c’è tutto il Lucas di Modesto, quello delle auto truccate che sfrecciano nella notte, quello di American Graffiti.

Ma non basta a salvare un film complessivamente disastroso.

Star Wars 2L’attacco dei cloni *1/2

Il secondo episodio, girato interamente in digitale ad alta definizione tra giugno e settembre 2000, comincia dieci anni dopo gli eventi descritti da La minaccia fantasma, con un fallito attentato alla senatrice Amidala, al suo arrivo nella capitale, Coruscant.

Il Conte Dooku – un Jedi caduto, alleatosi con il Lato Oscuro – è il nuovo sodale di Darth Sidious e minaccia di appoggiare le rivendicazioni separatiste della Federazione del Commercio con un esercito di droidi.

Obi Wan Kenobi ed il suo padawan, Anakin Skywalker, sono assegnati alla sicurezza della senatrice, ma tra i due c’è un rapporto molto conflittuale, che Lucas risolve però in modo banale, come una sorta di ribellione tardo-adolescenziale, dal sapore edipico e dai contorni per lo più imbarazzanti.

Anakin, segretamente innamorato di Padme Amidala, vorrebbe ricercare i responsabili dell’attentato, contravvenendo agli ordini del Consiglio Jedi.

Dopo un inseguimento nei cieli di Coruscant – che sembra assomigliare alla Los Angeles-Babele di Blade Runner – le indagini di Obi Wan lo portano sul pianeta Kamino, dove da molti anni è in corso la preparazione di un esercito di cloni, per conto della Repubblica, apparentemente mai autorizzato dal Consiglio Jedi.

I cloni sono tutti stati creati a partire da un cacciatore di taglie chiamato Jango Fett, che sembra essere l’esecutore materiale dell’attentato alla senatrice Amidala.

Mentre Obi Wan è su Kamino e poi segue Jango Fett su Geonosis, dove scopre l’altro esercito, quello dei droni, comandati dal Conte Dooku, Anakin e Padme sono a Naboo, nella regione dei laghi, dove finalmente tra i due scoppia la passione.

Anakin però è preoccupato per la madre, che è caduta nelle mani dei predoni Tusken a Tatooine. Decide ancora una volta di disobbedire al Consiglio Jedi e con Padme si reca sul suo pianeta d’origine.

Scopre così che la madre si è nel frattempo risposata e che ha due nuovi fratelli, figli del nuovo marito.

Nessuno sa dove sia, dopo essere stata rapita dai predoni. Anakin usa la Forza per rintracciarla, ma dopo averla liberata, la madre gli muore tra le braccia. Colmo d’ira, stermina tutti i sabbipodi, uccidendo anche donne e bambini.

E’ il primo assaggio del lato oscuro. Come ha ricordato Yoda sin dal primo episodio: la paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza. 

Ricevuto un messaggio da Obi Wan, che è stato preso prigioniero, Anakin si dirige sul pianeta vicino, per liberare l’amico, non prima di aver ritrasmesso al Consiglio Jedi le sue scoperte.

In una battaglia campale su Geonosis, tra Jedi, droni e droidi, inizia la guerra civile tra la Repubblica e i separatisti.

Il Conte Dooku riesce a fuggire, portanto con sè i piani per un’arma di distruzione finale: Obi Wan, Anakin e Yoda lo inseguono…

Il più debole tra i tre nuovi capitoli è proprio il secondo, non solo perchè si tratta dell’episodio di mezzo, ma proprio perchè la scrittura di Lucas comincia a mostrare qui tutti i suoi limiti d’ispirazione.

Se la parte iniziale a Coruscant è riuscita e ricorda la velocità spericolata de Il quinto elemento, con un altro inseguimento aereo da antologia, quella centrale con la storia d’amore tra Anakin e Padme è davvero stucchevole, così piena di clichè stantii e svolte forzate.

Per la sceneggiatura di questo Attacco dei cloni, Lucas si fa aiutare dall’anziano scrittore televisivo Jonathan Hales, noto soprattutto per Dallas e per Le avventure del giovane Indiana Jones. Le riscritture terminarono appena tre giorni prima dell’inizio delle riprese.

Ciononostante, non c’è una sola battuta di Anakin o Padme che non suoni telefonata. I due attori poi ci mettono del loro: lo sconosciuto Hayden Christensen appare del tutto fuori-parte, persino imbarazzante in molte scene, ma anche la più esperta Natalie Portman sembra davvero poco a suo agio.

Non basta la bellezza mozzafiato del Lago di Como e di Villa Balbianello, a colmare tutte le lacune.

Basterebbe metterli a confronto con un’altra coppia coeva di adolescenti innamorati, quella formata da Leo Di Caprio e Claire Danes nel Romeo+Juliet di Baz Luhrmann, per capire tutta l’inadeguatezza di Lucas nella direzione degli attori, oltre che nel casting e nella scrittura.

Nel finale il film si riprende un po’, anche se la battaglia campale è confusa e mal coreografata. Anche qui prevale la quantità e il colpo d’occhio digitale, su una vera coreografia dei movimenti e degli scontri.

La scelta di Christopher Lee, un gigante del cinema horror, è particolarmente indovinata ed evocativa: gli basta inarcare un sopracciglio, muovere la mano o la spada laser, per imporre la sua presenza.

Ma al suo Conte Dooku, così come già a Darth Maul, Lucas riserva ben poche attenzioni. Il suo è un personaggio che non ha passato nè futuro. Il suo tempo sullo schermo è troppo contenuto, perchè si possa sviluppare un vero dualismo drammaturgico con i cavalieri Jedi, che sono sulle sue tracce. Lo scontro con Yoda è promettente, ma si risolve subito e senza vincitori.

Peraltro il vero burattinaio, Darth Sidious, rimane sempre nell’ombra: qui ancora di più, rispetto al primo episodio.

Star Wars 3La vendetta dei Sith **

La vendetta dei Sith si apre con il tentativo di Anakin e Obi Wan di liberare il cancelliere Palpatine, rapito dal Conte Dooku e dall’esercito dei droidi, guidato dal Generale Grievous.

Il vertiginoso piano sequenza iniziale si risolve con l’ingresso dei due cavalieri Jedi nella grande nave spaziale. Spinto da Palpatine, Anakin, ferito da Dooku alla fine del secondo capitolo, si prenderà una terribile rivincita sul nemico, mozzandogli non solo le mani, ma anche la testa.

E’ il secondo evidente segnale che il Lato Oscuro è molto potente in Anakin Skywalker.

Dopo essere rientrato fortunosamente a Coruscant, mentre il Generale Grievous riesce a mettersi in salvo, Palpatine richiede al senato un nuovo rafforzamento dei suoi poteri e impone Anakin nel Consiglio Jedi, anche se quest’ultimo non è ancora salito al rango di Maestro.

Il Consiglio Jedi cede alle richieste del Cancelliere, ma chiede ad Anakin di tenerlo sempre informato delle sue mosse. Anakin è confuso, non sa più a chi credere: al mellifluo Palpatine, al maestro Obi Wan, al duro Yoda.

Nel frattempo Amidala gli rivela di essere incinta.

Assalito dall’incubo che l’amata possa morire di parto, cede alle lusinghe di Palpatine ed al mito del Lato Oscuro, capace di vincere anche la morte dei propri cari.

Finalmente il Cancelliere getta la maschera… con lo sterminio dei Jedi e la nascita di Darth Vader, la Repubblica si trasforma nell’Impero Galattico.

Inutile dire che, per chi abbia visto la trilogia classica, La vendetta dei Sith non aggiunge nulla di nuovo a quanto già non si sapesse. L’identità di Darth Sidious è il classico ‘segreto di pulcinella’ e anche la sorte di Anakin, Padme e dei loro figli è scritta da tempo.

D’altronde, ipotizzando che un nuovo spettatore – del tutto all’oscuro dell’universo di Star Wars –  si accinga a vedere i sei film della saga, sia che decida di seguire il tempo narrativo, sia di rispettare invece l’ordine di produzione dei sei film, si troverà comunque spiazzato (…a meno di non seguire il famoso Machete Order).

Qualcuno ha scritto infatti che la scelta di Lucas di dirigere una trilogia, precedente a Guerre Stellari, si sarebbe tramutata semplicemente nel più grande spoiler dell’intera storia del cinema.

E’ evidente, in ogni caso, che l’episodio di congiunzione tra le due trilogie finisca per essere, dal punto di vista narrativo, il più scontato. Ma Lucas riannoda i fili con una certa efficacia e dopo un inizio piuttosto farraginoso, che si prolunga fino allo scontro tra Mace Windu e Palpatine – diretto e recitato in maniera davvero imbarazzante – nell’ultima parte La vendetta dei Sith cresce un po’, mano a mano che la tragedia di Anakin vorrebbe assumere contorni shakesperiani.

I maligni ricordano che fu Steven Spielberg a coreografare tutta l’ultima parte con i suoi storyboard, sperimentando le previsualizzazioni degli effetti speciali, che avrebbe poi utilizzato anche ne La guerra dei mondi, e che Tom Stoppard diede una mano con i dialoghi del film.

Il grande documentarista Ron Fricke (Baraka, Samsara) fu inviato da Lucas nel 2002 sull’Etna a riprenderne l’attività vulcanica, per utilizzarla come sfondo per il pianeta Mustafar su cui avviene lo scontro finale.

Buona parte dell’evoluzione dei personaggi viene invece dagli appunti che Lucas tenne, fin dagli anni ’80, nelle sessioni di sceneggiatura con Lawrence Kasdan.

Le scene d’amore continuano ad essere il punto debole del film, spingendo Ebert a scrivere “George Lucas cannot write a love scene is an understatement; greeting cards have expressed more passion“: di certo non è stato d’aiuto agli attori aver recitato costantemente davanti a blue screen, senza alcun vero riferimento e talvolta senza neppure un personaggio reale con cui confrontarsi.

Il risultato di svuotare completamente i set, facendoli diventare uno spazio puramente virtuale, non ha pagato. Spesso gli attori, soprattutto nelle scene d’azione sembrano figurine ritagliate da un album e incollate su uno sfondo. L’interazione digitale è tutt’altro che perfetta ed a parte la bellissima Coruscant e la vulcanica Mustafar, i mondi creati da Lucas sono privi di spessore tridimensionale.

Solo nell’ultima ora il film si lascia andare finalmente all’azione, alla molteplicità dei duelli e degli scontri.

Non sembra poi indifferente che il terzo episodio sia il primo che Lucas ha diretto dopo l’11 settembre: è decisamente il più politico fra i tre e quello dove il monito anti-autoritario dell’autore si fa più chiaro e assume un valore anche contingente, in anni di guerre preventive, imperialismo americano ed esportazione della democrazia.

Se poi il primo film del 1977 è stato per circa quindici anni, un punto di riferimento assoluto, assieme a 2001, nel campo degli effetti speciali, lo stesso non si può dire per i nuovi episodi.

Rivisti oggi, gli effetti digitali dei primi tre capitoli sono piuttosto grossolani e non particolarmente integrati nel resto del racconto, mostrando quanto Lucas si sia spinto vicino al limite e forse troppo oltre.

Il lavoro coevo di Peter Jackson e della WETA su Il signore degli anelli è indubbiamente superiore, per efficacia e integrazione.

Quanto alla cosiddetta ‘rivoluzione digitale’, che Lucas ha aiutato ad imporsi, girando nel nuovo formato sin da La minaccia fantasma, questa non sembra aver rappresentato davvero un punto di svolta percepito e compreso dal pubblico.

Dal punto di vista industriale, non c’è dubbio invece che la spinta al rinnovamento tecnologico, in fase non solo produttiva, ma soprattutto distributiva, sia stata determinante.

Eppure, anche da questo punto di vista, il momento decisivo per la conversione al digitale è avvenuto solo dopo, grazie ad Avatar di James Cameron.

Se dovessimo infine individuare una primigenia nell’uso creativo del digitale, dovremmo certamente far riferimento non tanto a George Lucas, quanto a Michael Mann, alle notti di Kinshasa in Ali e poi a quelle losangeline di Collateral.

Lo stesso direttore della fotografia David Tattersall ha ricordato come le consegne di Lucas fossero piuttosto rigorose: “non ci sono movimenti di macchina radicali o illuminazioni ardite, niente deve attirare attenzione sulla fotografia“.

Pregevole invece è stato il lavoro della costumista Trisha Biggar, soprattutto nel primo episodio, con i magnifici abiti di foggia orientale, creati per la Regina Amidala.

John Williams è riuscito, come di consueto, a ricucire perfettamente il celeberrimo tema originale ai nuovi intermezzi d’amore, che contraddistinguono il rapporto di Anakin con la madre e con Padme.

In definitiva, il tentativo di questa trilogia era quello di modificare geneticamente il dna della saga di Star Wars, trasformandolo da un appassionato e cavalleresco racconto di formazione su un giovane orfano dotato di poteri straordinari, alla glaciale e tragica epopea di un angelo caduto, mostrandone l’ascesa impetuosa, la rivolta sanguinaria ai propri maestri e infine la resa alla Forza ed alla saggezza dei suoi eredi.

Difficile dire se l’intento sia effettivamente riuscito.

Ma da un punto di vista puramente cinematografico, questi tre nuovi film sono un disastro completo, un fallimento senza appello. Non c’è davvero nulla che si salvi: non la scrittura drammatica, non la regia, non la direzione degli attori o la messa in scena.

Certamente, come abbiamo scritto in apertura, la nuova trilogia rappresenta probabilmente il capitolo conclusivo della carriera di George Lucas che, sia pure prediligendo la produzione e l’innovazione tecnologia alla scrittura e al set, ha rappresentato un punto di riferimento essenziale nel cinema hollywoodiano degli anni’70 e ’80. Il suo è stato un percorso del tutto originale, volto davvero alla creazione di una realtà industriale, senza paragoni.

Purtroppo però quel percorso si è chiuso in tono minore, con tre nuovi film molto modesti, con il sostanziale fallimento delle riedizioni in 3D della serie classica e con la cessione miliardaria alla Disney della sua creatura. In fondo la sua storia non è molto diversa da quella di Anakin: giovane di belle speranze, travolto dal successo e dalla Forza, sedotto dal lato Oscuro e poi destinato a passare la mano.

Se le origini di Star Wars erano state il frutto di un visione personale e di un grande lavoro di squadra, capace di coinvolgere talenti e intelligenze diverse, dai fondamentali Gary Kurtz e Marcia Lucas, a Leigh Brackett e Lawrence Kasdan, per i prequel Lucas ha voluto far tutto da solo con una hybris pari solo alla sua forza sconfinata di produttore/proprietario.

Il successo mondiale, che ha comunque premiato lo sforzo di Lucas, non ha fatto altro che contribuire, per la sua parte, all’ultima evoluzione dei tentpole, prodotti da manager senza alcuna passione o competenza per il prodotto. In questa Hollywood della serialità pervasiva e disturbante, colpita duramente dalla morte dell’home video, nella quale è necessario recuperare gli investimenti in una finestra sempre più stretta, non si vende più uno spettacolo ben fatto, un racconto capace di coinvolgere, ma la forza pura e semplice di un marchio, di un brand: che sia quello di Star Wars o della Marvel, di Harry Potter o dei Transformers, di Jurassic Park o dei Pirati dei Caraibi, l’importante è che sia immediatamente riconoscibile.

La nuova trilogia – pur continuando a vivere di luce riflessa – ha finito infatti per rafforzare lo status dell’Impero Lucasfilm, creando le premesse per una nuova generazione di film, di cui l’imminente Il risveglio della forza, affidato a J.J.Abrams e Kasdan, è solo il capostipite.

Senza voler essere troppo massimalisti, non c’è dubbio che questi nuovi film, con il loro successo del tutto immeritato, hanno contributo all’affermazione di quella che è diventata ad Hollywood una vera e propria filosofia: better safe than sorry.

Nella quale l’effetto nostalgia e il richiamo al passato sono più forti di qualunque cosa, soprattutto per quel settore – i giovani sotto i 25 anni – che nel corso dell’ultimo ventennio è diventato il destinatario pressochè esclusivo di tutto quanto prodotto delle major.

Che poi i singoli film si rivelino una delusione, poco importa: nell’era di internet e della connessione globale, c’è sempre un nuovo remake o un sequel o un reboot da attendere con ansia.

Ma il gioco durerà in eterno?

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