Looper – In fuga dal passato

Looper – In fuga dal passato ***

Terzo film del regista Rian Johnson, dopo Brick e The Brothers Bloom, mai distribuiti in Italia, nonostante la presentazione al Sundance ed al Toronto Film Festival.

Entrambi thriller postmoderni, ibridati con il noir il primo e con la commedia il secondo, torneranno forse d’attualità anche per i distratti distributori italiani, dopo l’uscita di Looper, prevista in Italia per il 13 gennaio prossimo, a cura della Walt Disney.

Looper è un film di fantascienza distopica, nel quale il viaggio nel tempo funge da sfondo ad un racconto in cui passato e presente si confondono e la ricerca di sè diviene motivo di riflessione sul ruolo della violenza e del destino.

Il film è ambientato in un futuro prossimo venturo, che assomiglia drammaticamente all’oggi: criminalità, droghe, promiscuità sessuale, decadenza economica e ambientale. Siamo nel 2044 ed alcuni cittadini hanno sviluppato blandi poteri telecinetici.

Non è ancora possibile viaggiare nel tempo, ma trent’anni dopo invece sì: nonostante sia illegale, la tecnologia è utilizzata dalle organizzazioni criminali, per sbarazzarsi di tutti gli indesiderati.

Li rimandano infatti indietro nel tempo, legati e incappucciati: nel 2044 ad attenderli ci sono i looper, killer incaricati di freddarli immediatamente, con una pistola a corto raggio, chiamata blunderbuss.

Legati ai corpi da far fuori, ci sono dei lingotti d’argento che i looper possono tenere come pagamento. A gestire il tutto c’è un uomo del futuro, Abe, che gestisce un night dove i looper passano le serate libere.

Abe è protetto da una squadra chiamata Gat-men, con armi a lunga portata.

Quando però il looper non serve più, non è ritenuto affidabile o vìola il contratto, viene anch’esso rispedito indietro nel tempo, per essere freddato dal se stesso più giovane. Il meccanismo si chiama chiusura del loop ed in questo caso i lingotti non sono d’argento ma d’oro ed il looper che li riceve ha trent’anni di tempo per godersi una sorta di pensione dorata, ma a tempo determinato.

Joe, il protagonista è un giovane looper: esegue puntualmente il suo lavoro, si stordisce con una droga sintetica, cerca di studiare il francese ed è innamorato di una ballerina del night, Suzie: tutto sembra andare secondo copione, quando Seth, uno dei suoi colleghi, si rifugia da lui. Ha mancato di chiudere il suo loop ed ha lasciato fuggire il suo bersaglio.

Ora la squadra dei Gat-men di Abe lo cerca per eliminarlo e risolvere così il problema alla radice.

Joe viene interrogato da Abe ed è costretto a tradire l’amico.

Ritornato al suo lavoro, un giorno si trova davanti improvvisamente un uomo slegato e senza cappuccio. Si accorge subito che è l’Old Joe quello che ha davanti. Esita e viene colpito. Old Joe si dà alla fuga.

Inizia così un duplice inseguimento: i Gat-men sono sulle tracce di Joe e lui stesso deve trovare ed eliminare Old Joe, prima che sia troppo tardi.

Ma uccidere se stessi è davvero possibile? In un incontro chiarificatore, Old Joe spiega al giovane sè, che trent’anni dopo il nuovo capo dei loopers, The Rainmaker, sta chiudendo brutalmente tutti i contratti, dopo aver preso il potere con metodi misteriosi e implacabili.

Old Joe ha un solo indizio per rintracciare The Rainmaker nel passato e porre fine alla sua vita, in modo da salvare se stesso, la moglie adorata ed il suo futuro.

L’indizio lo porta a sospettare di tre bambini, nati lo stesso giorno nello stesso ospedale. Joe e Old Joe si separano, inseguiti dai Gat-men.

Nel frattempo Joe finisce nella fattoria di una giovane donna, Sara, che vive isolata assieme al figlio Cid.

Difficile riassumere correttamente il film di Johnson, che si segue invece con grande semplicità e che risolve i paradossi temporali senza perdersi in spiegazioni troppo articolate.

In fondo quello che importa davvero al regista di Looper è raccontare l’abisso di un mondo senza domani, che vive un destino a termine e che si incarica di perpetuare la spirale della violenza in modo meccanico e spietato.

Come in un melò d’altri tempi è il dolore della perdita che accomuna i protagonisti e muove le loro azioni.

I corpi che si materializzano improvvisamente davanti ai killers che li uccidono a sangue freddo, sono oggetti informi che nulla hanno di umano: il viso occultato da un sacco, le mani ed i piedi, legati dietro la schiena.

In un futuro in cui l’omicidio è diventato routine senza romanticismo, senza pericolo e senza coraggio, Joe si trova spiazzato dall’imprevisto che rompe le sue regole: la presenza di un volto umano, per di più il suo, gli fa perdere ogni sicurezza nel suo ignobile impiego.

La disintossicazione lo spinge quindi a guardare più lucidamente la sua vita ed a scegliere finalmente di rompere la spirale della violenza, con un gesto nobile, definitivo, altruista: il primo che abbia in sè il dna della solidarietà umana, della compassione.

Looper è un film curioso, del tutto alieno nel panorama indie americano, con la capacità di sfruttare i clichè di genere, per raccontare qualcosa di profondamente diverso.

Il finale con la sua radicalità finisce per spazzare via ogni dubbio sui paradossi spazio temporali, sulle incertezze narrative, che inevitabilmente sono connesse a questo tipo di racconti.

Joseph Gordon Levitt, già protagonista di Brick, è il giovane Joe, curiosamente truccato per somigliare il più possibile all’Old Joe, Bruce Willis. La pratica è piuttosto discutibile e anch’essa innovativa. Di solito ci si limita a scegliere due attori somiglianti. Qui invece si è intervenuto sul volto di Levitt per modificarne i connotati, con un effetto straniante.

Come in tutti i film in cui non porta strane parrucche, Willis è credibile e risoluto, perfettamente in parte nel ruolo dell’uomo in fuga, che combatte per amore.

Nel cast dei comprimari si segnalano Jeff Daniels nei panni di Abe e Emily Blunt in quelli di Sara, la madre coraggiosa e protettiva.

Inaspettato successo di critica a Toronto e anche al box office internazionale.

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